Diario di guerra /17

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Nonostante la voglia, in me, di dire parole risolutive, almeno a Natale, sia quasi irresistibile, mi devo trattenere, perché tutto era e resta tremendamente complicato e difficile in questa guerra! Un dato è certo, proprio ora, verso questo Natale: 570.000 persone, solo a Gaza, sono affamate! La risoluzione approvata ieri dal Consiglio di sicurezza dell’ONU – che auspica maggiori soccorsi e rimanda a un imprecisato futuro il cessate il fuoco – può deludere dopo mesi di ferocia.

Eppure, vado alla ricerca di un po’ di luce in questo buio: l’intenzione di affrontare la tragedia che disonora l’umanità con la fame, almeno c’è. Si è stabilito che i viveri e gli aiuti umanitari debbano passare nella Striscia senza limitazioni. Certo: si sarebbe potuto fare prima, ma comunque l’umanità ha ritrovato qualcosa della sua strada. Per la popolazione palestinese non morire di inedia è ora la cosa più importante. E noi – pronome plurale che sottintende la comunità internazionale – possiamo ricordare che nessuna morte evitabile merita l’anonimato.

Così bene ha finalmente fatto – la risoluzione ONU – a richiedere anche il rilascio senza condizioni degli ostaggi ancora in mano ad Hamas. Ma proprio perché ogni morte evitabile non merita l’anonimato va detto che usando video online, immagini satellitari e notizie locali, CNN ha verificato tre attacchi israeliani in aree in cui – ai cittadini – era stato detto di spostarsi per sentirsi al sicuro.

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Evitare parole definitive vuol dire anche sottolineare che il consigliere di Netanyahu, Tzachi Hanegbi, si è attirato gli strali dei ministri estremisti del governo israeliano per aver sostenuto che i palestinesi dovranno occuparsi – da sé – di Gaza, con «un organo di governo palestinese moderato che goda di ampio sostegno e legittimità». Ha scritto ancora Hanegbi: «Non sta a noi decidere chi sarà». La reprimenda nei suoi confronti è stata così dura da indurlo poi a parlare di fraintendimento. Ma molte svolte nella storia sono iniziate così: si comincia a rompere, con le parole, qualche muro.

Non dico parole definitive neppure sui sauditi. Certo, hanno la borsa piena e la tengono ben stretta. Ma stanno mandando un segnale abbastanza chiaro: sia pure indirettamente, informalmente, hanno dichiarato la loro disponibilità ad allestire un contingente militare arabo che possa garantire la sicurezza di Gaza, qualora l’esercito israeliano si ritiri. Per i sauditi si tratterebbe di un rischio e di un fardello politico non da poco.

Il trattenersi dal dire parole definitive deriva poi dalla certezza che il ginepraio delle «colpe» è quel che è. Bisogna, ogni volta, prenderne atto. Non si capisce il presente rimuovendo il passato.

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Ricomincio, brevemente, dalla fine di questa storia: dal 7 ottobre. Cosa si è proposto Hamas in quel giorno?  Certamente di arrecare un danno, un trauma tremendo, al nemico storico, Israele. E poi? Di riportare la popolazione palestinese nel loro ovile. Di impedire all’Arabia Saudita di firmare con Israele la pace di Abramo. È così.

Ma i sauditi – del pragmatico bin Salman – pensavano davvero di poterla firmare quella pace senza un’idea sulla città-simbolo di Gerusalemme? Se non per amore della fede coranica – cosa che poco sembra riguardare bin Salman –, almeno per l’uso vizioso che da anni ne fa il suo arci nemico, l’Iran. Oggi in tutto il mondo arabo i sondaggi gonfiano le vele dei capi di Hamas, mentre prima erano malvisti, e assai spesso detestati.

Dovrebbe risultare pertanto evidente che perseguire sino in fondo la distruzione di Hamas riduce le speranze di un compromesso diplomatico con Hezbollah, che è ciò che più sta a cuore al principale alleato di Israele, ossia gli Stati Uniti. Se Hamas scomparisse, Hezbollah difficilmente potrebbe accettare qualsiasi compromesso: non certo per amore dei palestinesi, bensì per la propria esigenza di continuare ad interferire, per conto dell’Iran, tra i palestinesi e in Siria, in Iraq, in Yemen, con peso.

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La storia di questo conflitto infinito si nutre di apparenze. La prima apparenza è quella della solidarietà araba pro-Palestina. Strana solidarietà quella dei governi arabi che istigarono i palestinesi a rifiutare, a suo tempo, la partizione della Terra! Volevano conquistare la Palestina per spartirsela, poi hanno usato quel dramma per perpetuare legislazioni speciali e lo stato d’emergenza che la guerra ad Israele giustifica.

Ma anche in questo caso non si possono proferire parole definitive. Tutto sommato la pace che fu detta del traditore – quella firmata da Sadat – avrebbe potuto offrire ai palestinesi loro territori, senza l’ombra di una colonia, sui quali esercitare l’autogoverno. Gli altri Stati arabi non avrebbero dovuto respingerla. Se si fosse tentata quella strada, forse si sarebbe giunti ad una fase successiva: quella tanto declamata dei due popoli per due stati.

E quando – così molti sostengono – Begin supplicò Sadat di prendersi anche Gaza, perché non si è pensato di farne, col sostegno di tutti i fratelli arabi, un antefatto della statualità palestinese? Quelli, hanno sempre deciso di rispondere «no», nel nome della più alta giustizia.

Un’altra apparenza: in un conflitto che riguarda, più che mai, la Terra, come pensare a una pace che contempla il diritto del ritorno a una terra divenuta di altri? Certo, il riconoscimento del fatto poteva dispiacere ai palestinesi: ma i leader arabi sapevano benissimo che solo un compromesso, sulla Terra, sarebbe stato possibile. Hanno preferito parlare a genti disperate con immagini di apparenza, scartando le possibili compensazioni economiche.

Così si è scientemente contribuito a creare il nichilismo islamico di musulmani che non credono più a nulla, e possono solo unire il loro grido a chiunque gli faccia eco, fosse pure l’ISIS: un’emergenza che giova ai despoti spietati. Ma non è l’Islam la causa del nichilismo islamico! Il nichilismo è stato prodotto da un pantano politico in cui i disastri e le miserie dei popoli sono usati dagli interessi di questi despoti: Bashar al-Assad, per fare solo un nome di persona, o l’Iran, per un Paese.

Ma anche la destra israeliana si nutre di apparenze. Continua a dire che lo Stato palestinese non è possibile, sull’onda del vecchio slogan «una terra senza popolo per un popolo senza terra». Coltiva il sionismo messianico e la colonizzazione di un territorio occupato. Chi tace dinnanzi ai coloni e alle loro azioni violente?

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Giungo, allora, all’unica parola che appare luminosa, nonostante tutto, in questo martoriato presepe di Natale: la questione israelo-palestinese riguarda la santità del Mediterraneo. Questo mare è circonfuso, per me, di un’aura, perché evoca il mistero della unità, tra tre continenti e tra le tre fedi monoteistiche fondamentali: uno stesso mare bagna genti diverse! Da qui sono nati tanti segni e simboli di pace universale. Prendiamo, ad esempio, il ramo dell’ulivo. Tutti i popoli mediterranei coltivano l’olivo, e nessuno può dire di averne insegnato la coltivazione agli altri.

Anche l’Islam appartiene a questo Mediterraneo, per via del suo sviluppo storico. Accanto alle profezie della elezione del popolo ebraico, c’è la profezia muhammadica, espressione di un’altra elezione, nata da una esclusione, quella di Ismaele. La pace mediterranea non può darsi, dunque, che in spirito mediterraneo «la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione, giocando con le differenze», come ebbe a scrivere padre Christian De Chergè nel suo testamento.

  • Tutte le puntate precedenti del Diario di Riccardo Cristiano possono essere lette qui.
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Un commento

  1. Mauro Pastore 25 dicembre 2023

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