Diario di guerra /11

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Posso oggi scrivere una pagina di diario da una situazione di sospensione, una sospensione anche del «fiato»: che sarà dopo?

C’è un nome che mi frulla nella testa in queste ore segnate dall’estensione della tregua a Gaza, nella prospettiva immediata di altre liberazioni di ostaggi israeliani coi loro bambini e di detenute/i palestinesi, senza ulteriori orizzonti ancora. È il nome di Ezzatollah Zarghami, titolare del ministero dei Beni Culturali in Iran.

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In un’intervista ai media ufficiali iraniani questi ha detto che non vede proprio per quale motivo dovrebbe negare la verità, e cioè che proprio lui ha contribuito ad addestrare i miliziani di Hamas, per far giungere a Gaza ed in Libano i missili balistici di medio raggio Fajir-3. «Ovunque vediamo popoli oppressi, noi li aiutiamo», ha scandito. Ma i 24.000 profughi afghani, espulsi in queste ore dall’Iran, evidentemente, per Zarghami non appartengono alla categoria dei «poveri oppressi» meritevoli di tale solidarietà.

La retorica del regime dei mullah è la stessa da anni: la dedizione alla causa degli oppressi è uno dei tratti fondanti dai tempi di Khomeini. Una retorica che soffia sul fuoco della radicalizzazione del conflitto: non la sola, ahinoi, nel mondo; non sarebbe giusto negare che i khomeinisti siano in buona compagnia.

Ma ciò che si pone col khomeinismo è qualcosa di specifico e, se possibile, di più rilevante. I diritti negati nel mondo arabo islamico non sono pochi: non riconoscerli, per evitare di apparire complici di una macchina propagandista infernale, allontana molti, anche in Occidente, dal criterio di «oggettività»; acuisce le tensioni e, a mio avviso, aggrava il vero e più profondo cancro regionale, che io definisco nichilismo islamico.

Raramente, dalle nostre parti, quando ci si riferisce a quel mondo, si considera che esso non ha conosciuto né la rivoluzione illuminista né quella industriale. Pertanto, lo sviluppo e la stessa consapevolezza delle classi sociali non hanno nulla a che fare con ciò che noi consideriamo «normale».

Il peso della religione – quella islamica – è predominante, sebbene oggi contrastato da settori del mondo accademico e delle giovani generazioni. Volgendoci indietro, dovremmo comprendere che le condizioni della rivoluzione khomeinista non potevano che essere – nonostante slogan o parole d’ordine all’apparenza assimilabili al marxismo – di natura reazionaria. Perché la visione teocratica di Khomeini riconduce la speranza di giustizia sociale alla sola, ferrea, applicazione della legge coranica, impedendo ogni riforma interna al discorso religioso, e proiettando una contrapposizione escatologica – quindi immodificabile – tra colonizzati e colonizzatori occidentali: unica e predestinata soluzione, è la rivoluzione.

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D’altro canto, il mondo arabo più «laico» – rappresentato nella storia contemporanea dai militari nazionalisti andati al potere in Algeria, Iraq, Siria e Libia – ha fallito nel farsi sodale della impostazione reazionaria dell’Iran khomeinista, sia pur per effetto del contrasto insormontabile di questi Paesi con le corone arabe filoamericane del Golfo: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman.

La vecchia questione religiosa – che oppone la confessione islamica sunnita a quella sciita, le due famiglie islamiche in attrito da sempre – è stata così, in buona sostanza, superata da quella politica: reazionari filosovietici contro reazionari filoamericani! Se la visione teocratica khomeinista ha reso reazionaria la prima schiera, anche la seconda dei Paesi arabi, ricchissimi ma poco abitati, lo è divenuta, come in una reazione a catena prodotta dalle eresie islamiche.

Impauriti dall’ondata rivoluzionaria persiana, i regimi del Golfo hanno principalmente pensato a tutelare sé stessi e il loro potere, coltivando un islam socialmente retrivo, conservatore, allo stesso identico modo del grande nemico, paradossalmente, ideologicamente, in questo caso, alleato. Tutto ciò ha determinato enormi scompensi sociali. Ed ecco, per me, il «problema dei problemi»: il nichilismo islamico, appunto.

I regimi filoamericani, a nostri occhi occidentali, non hanno riscosso credibilità perché arroccati nella difesa dei loro odiosi privilegi. I filosovietici – alleati dei teocratici iraniani – non erano e non sono credibili perché dittatoriali. Nessuno dei due campi ha dato spazio ai problemi reali delle persone. E, quando la gente sta male, forma contrapposti gruppi in armi: il jihadismo frutto della rabbia nichilista fomentata da predicazioni «eretiche», in entrambi i campi.

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Cosa c’entra tutto questo con Gaza? C’entra, perché questa visione «malata» del mondo e della storia, non contempla nessuna via d’uscita. Così le guerre, ogni guerra, in particolare questa – la guerra delle guerre contro Israele e contro tutto l’Occidente – può o persino deve prolungarsi all’infinito, sino ai tempi ultimi. A dir poco, il «malessere» non è solo dei palestinesi: la loro è la piaga rivelatrice.

Ora, nel quadro, spicca la figura del giovane principe saudita, bin Salman: l’altra figura che mi frulla in questi giorni, per la testa. Questi sta assumendo sempre più una posizione tutta nuova. Interessato alla costruzione di un’economica post-petrolifera per il suo Paese, bin Salman non ha certo a cuore la questione palestinese, ma la stabilità del Medioriente, senza della quale le sue riforme economiche fallirebbero.

Perciò bin Salman, nonostante una storia personale autocratica e un pragmatismo senza principi e valori – come dimostrato dall’orribile assassinio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi nel consolato di Istanbul – ha posto diverse frecce nella sua faretra. Ha indotto gli americani a riconoscerlo quale privilegiato interlocutore, nonostante Biden avesse detto, per via del delitto Khasshoggi, che lo avrebbe ridotto a paria della comunità internazionale; ha intrattenuto ed intrattiene relazioni con Israele, nonostante proprio la guerra di Gaza abbia fatto saltare l’accordo già pronto tra i due Paesi; ha ristabilito relazioni diplomatiche anche con l’Iran, nonostante i rapporti, a dir poco, difficili; ha guadagnato ottime interlocuzioni con la Cina, con l’India e con la Russia.

È lui l’uomo che, attualmente, può parlare con tutti da protagonista, non da prestatore di favori – o a volte di bassi favori – come l’emiro del Qatar, finanziatore di Hamas. L’esigenza della stabilità regionale può indurre bin Salman a considerare la necessità di affrontare seriamente – e non solo con la finzione delle parole – la questione palestinese, ma senza voltare le spalle ad Israele, indispensabile per le prospettive economiche che ha a cuore.4

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Mi sembra che bin Salman abbia salutato per sempre i dotti del fanatismo musulmano oscurantista che sostenevano la sua corona: oggi ha bisogno di donne che lavorino, di turismo e di turiste che possano girare in gonna a prendersi il sole; ha quindi bisogno che la televisione non trasmetta noiosi programmi religiosi bensì attraenti film americani. Forse, personalmente, non ama lo svago o l’intrattenimento di qualità occidentale, ma vuole che il suo Paese entri nella società dell’immagine, si apra ai gusti dei giovani: per questo gli stanno bene i grandi calciatori europei – pagati a peso d’oro – per riempire i suoi stadi.

Il suo non è un dirigismo che impone l’idea di società che realizza dall’alto, ma ne vuol ben raccogliere i frutti. Bin Salman, dunque, è il nichilista pragmatico che può portare al di là del nichilismo religioso e cieco di cui ho detto.

La guerra di Gaza costituisce per bin Salman una sfida enorme, decisiva. Si pone la domanda: seguirà l’Occidente su una strada di guerra che non risolverà i problemi regionali – che prima o poi torneranno a presentarsi, drammatici, come e più di prima – ovvero proverà a convincere Israele e altri che lo sviluppo economico e il benessere delle popolazioni possono risolvere anche i problemi identitari? Ipotesi questa non impossibile.

Ma subito dopo, nella mia testa, viene l’altra domanda: l’Iran potrà acconsentirlo?

Questa è, per me, l’incognita più grave. Ecco che ritorna Ezzatollah Zarghami! Bin Salman ha sempre meno calcoli ideologici da fare, solo pragmatici. Il sistema degli ayatollah, purtroppo, no: Zarghami non esisterebbe più senza la «rivoluzione»!

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