Note sul 7 ottobre 2023

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Il 7 ottobre 2023 è l’occasione per riflettere su questioni drammaticamente complicate. Per questo motivo, faccio mia, da subito, una considerazione di José Ignacio González Faus: «Il problema non è essere da una parte o dall’altra (essere ebreo o cristiano, musulmano o ateo, israeliano o palestinese) ma, secondo il linguaggio biblico, essere secondo il cuore di Dio (1 Sam 13,14) oppure essere nemici di quel cuore».[1]

Accettando i rischi di questo campo minato, vorrei completare questa proposta per un cambiamento radicale della nostra prospettiva e ragionare con alcune considerazioni teologiche e politiche.

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Ho l’impressione che in quel 7 ottobre 2023, in cui Hamas attaccò a sorpresa Israele via terra e via aria, sia un altro giorno chiave nella storia dell’Occidente. Un evento che cambia la nostra percezione e interpretazione della realtà.

Negli ultimi cinquant’anni non sono mancati eventi notevoli, che hanno determinato cambiamenti radicali nella politica internazionale e imposto profondi cambiamenti nelle interpretazioni delle congiunture. Ma sembra che la storia ci trovi sempre impreparati, incapaci di riconoscere le crisi che si accumulano nel tempo e che improvvisamente giungono a maturazione.

Abbiamo un sacco di date chiave, eventi che ancora sfidano e rimescolano l’analisi delle congiunture, come l’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001, la caduta del muro di Berlino nel 1989, la caduta del regime sovietico nel 1991, gli eventi del giugno 2013 in Brasile, come riflesso di movimenti popolari internazionali senza precedenti.  come la cosiddetta primavera araba del 2010-2012.

Un po’ più indietro nel tempo, c’è la sconfitta degli Stati Uniti da parte del Vietnam del Nord nel 1975: un evento che ci mostra, forse per la prima volta, che nelle guerre impari della modernità tra grandi potenze economiche e militari e piccoli popoli, apparentemente senza la minima possibilità di affrontarle, chi deve vincere, se non lo farà in fretta e definitivamente, perderà la guerra, mentre i piccoli, se non perderanno, vinceranno sempre.

Fu l’offensiva del Tet nel gennaio 1968 a decretare che gli Stati Uniti non avrebbero vinto quella guerra, mentre non riconobbero la sconfitta fino al 1975. Devo questa osservazione ad Adriano Sofri, che forse ci dice qualcosa sulle intenzioni di Hamas e sul possibile esito della guerra in Israele.

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Queste considerazioni, per quanto interessanti, non sono prioritarie, oggi, quando penso al 7 ottobre 2023 quale altra data chiave, al fine di fare una lettura del mondo prima e dopo gli eventi. Ciò che mi ha interpellato, fin dalle prime ore di quel 7 ottobre, è stata la questione ebraica.

Davanti alla reazione di Israele, in un primo momento, mi è sembrato ovvio usare il vecchio cliché della distinzione tra antisemitismo e antisionismo. A contatto con amici fraterni ebrei che non sono mai stati sionisti ma che non hanno esitato, già dalle prime ore, a sostenere la rappresaglia di Israele senza restrizioni – nonostante condannassero la politica del  governo Netanyahu – ho scoperto che tale cliché aveva perso di significato e che l’opinione pubblica internazionale mostrava, muovendosi tra destra/sinistra e tra liberali/conservatori, una rinnovata e contraddittoria gamma di atteggiamenti e posture.

In quei primi giorni provai, appunto, una grande difficoltà ad affrontare, con serenità, la reazione dei miei amici ebrei, radicali nella loro condanna del pogrom di Hamas, con centinaia di vittime civili, giovani, donne, bambini, ma anche assolutamente convinti della necessità di una rappresaglia israeliana, che non risparmiasse, inevitabilmente, vittime civili con donne e migliaia di bambini, trasformando la legge, persino meno ingiusta, del taglione nella sfrenata vendetta di Lamech: «sette volte  sarà vendicato Caino, ma Lamech settanta volte sette» (Genesi 4,24).

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Così il governo genocida di Israele – con gli ebrei della diaspora – è arrivato a definire radicalmente l’antisionismo come l’ultima versione dell’antigiudaismo.

Un esempio illuminante è costituito dalla nota del Consiglio dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia (23.11.2023), che esprime il suo disappunto per le parole di Papa Francesco, che, con «fredda equidistanza», ha definito terroristi entrambe le parti in conflitto: «Ci domandiamo a cosa siano serviti decenni di dialogo ebraico-cristiano parlando di amicizia e fratellanza se poi, nella realtà, quando c’è chi prova a sterminare gli ebrei invece di ricevere espressioni di vicinanza e comprensione la risposta è quella delle acrobazie diplomatiche, degli equilibrismi e della gelida equidistanza, che sicuramente è distanza ma non è equa»[2].

La mia incapacità di comprendere la solidarietà ebraica, che da quell’evento si diffonde, oltre i confini di Israele, in ogni angolo della diaspora, è compromessa anche dal fatto che comincio a rendermi conto dell’impossibilità di distinguere tra sionisti ed ebrei. Insomma, mi chiedo se anche il mio antisionismo non sia una variante ipocrita dell’antisemitismo.

La nota dei rabbini italiani ci mette in guardia da qualcosa che non possiamo ignorare e che è profondamente radicato nella coscienza degli ebrei, siano essi conservatori, progressisti, sionisti, cosmopoliti, credenti o atei.

Tutti loro sanno, direi geneticamente, cosa vuol dire essere discriminati, perseguitati, espulsi, esiliati, uccisi, sterminati, accusati di tutti i crimini – compreso il deicidio – eretici e traditori dei popoli che li ospitano, inventori e gestori del capitalismo, cospiratori e ricchi sfruttatori dei poveri.

Ciò che hanno saputo fin dal primo giorno dell’era cristiana, l’hanno appreso in modo assoluto e infernale nei campi di concentramento dell’Europa nazifascista. E forse, dopo la Shoah, il genocidio di sei milioni di ebrei, molti di loro giurarono che, di fronte a una rinnovata minaccia di sterminio, non avrebbero adottato la mistica del Baal Shem Tov, ma avrebbero reagito difendendosi con le armi, fino alle estreme conseguenze.

Sanno che il rischio continua, che la violenza contro di loro è in agguato. E infatti non si è fermata mai. Nel sangue degli occidentali, infatti, continua a circolare un antisemitismo incurabile, promosso dalle Chiese cristiane, che hanno sempre fornito alibi religiosi ad una discriminazione che non ha eguali nella storia.  L’antigiudaismo non trova seguaci solo tra i nipoti dei nazifascisti, ma è un virus che ha contagiato e continua a contagiare i liberali e la sinistra.

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Ma non è solo l’ampia solidarietà ebraica ad interpellarmi, perché Israele è accompagnato dalla demoniaca solidarietà politica e militare dell’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, motivati dagli interessi del sistema capitalista che non può rinunciare al controllo geopolitico di quella regione.

La solidarietà dell’Occidente con Israele è scandalosa e non esita a condannare sommariamente – insieme a Hamas, Hezbollah, Iran – il popolo palestinese, chiudendo un occhio sulla punizione collettiva – con un genocidio – inflitta ai civili di Gaza e della Cisgiordania, così come sulla repressione dello Stato e dei gruppi di estrema destra contro i cittadini palestinesi in Israele. Negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, coloro che sostengono la Palestina sono demonizzati e criminalizzati dallo Stato. E i media occidentali sono specializzati nella difesa dell’Israele bianco, moderno, civilizzato, “democratico” e nella disumanizzazione degli arabi primitivi e barbari.

D’altra parte, la sinistra occidentale nel suo complesso, sulla base di una lettura obsoleta dell’imperialismo, continua a privilegiare l’opposizione all’imperialismo statunitense, ignorando che i neoimperialismi, nemici multipolari dell’Occidente, sono rappresentati da tanti Stati reazionari, autoritari, tirannici, liberticidi, antidemocratici. E tra tutto ciò, ovviamente, non dovrebbero essere ignorate le organizzazioni più violente e disumane, come Hamas e Hezbollah, in tutte le loro variabili.

È sorprendente che molte persone di sinistra abbiano scelto di sostenere lo stesso Putin, che invade l’Ucraina, con l’imperialismo panrusso, come se questa fosse opposizione agli odiati yankee.

O la tranquillità critica del mondo progressista di fronte alle petro-dittature della penisola arabica o le opportunità di mercato fornite dai BRICS. O l’aumento delle dosi dello scandaloso mix tra destra e sinistra in uno scenario politico internazionale in cui le differenze ideologiche stanno diventando sempre più instabili e insignificanti.

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Il popolo ebraico poté organizzarsi come Stato nel 1948 solo sulla base di una decisione delle potenze che avevano vinto la Seconda Guerra Mondiale, e la generosa concessione non fu semplicemente dettata per restituire dignità al popolo falcidiato dalla Shoah, ma, soprattutto, per costituire una base di potenza territoriale e militare dell’Occidente in una regione petrolifera strategica.

La mia impressione è che aderire alla forma dello Stato, per garantire e difendere l’identità del popolo di Israele sia stato e rimanga il grande errore dell’ebraismo: scegliendo lo Stato, in un territorio vitale per il popolo palestinese, inevitabilmente quella generazione ha scelto il conflitto colonialista e la guerra come caratteristiche costitutive dell’essere ebreo in Palestina. Stato e guerra stanno sempre indissolubilmente insieme.

Si può capire la tragica trappola in cui si è cacciato il popolo ebraico per proteggersi. Ed è drammaticamente comprensibile la solidarietà che emerge in questo tempo, per un popolo, complesso nella sua composizione sociale, che, come tutti i popoli – fino a quando una vera rivoluzione internazionalista non cancellerà gli Stati nazionali dalla faccia della storia – ha il diritto, di per sé diabolico, di plasmare la propria identità nazionale nello Stato.

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In realtà, la pretesa di settori significativi della sinistra di negare il territorio e lo stato agli ebrei è contraddittoria e violenta. Perché solo loro, come i palestinesi, gli armeni e i curdi, dovrebbero essere costretti a scegliere e confermare un’identità cosmopolita? E come possiamo privilegiare solo lo Stato di Israele con il trofeo dell’unico paese colonizzatore, quando, di fatto, tutti gli assetti territoriali della storia dell’umanità continuano ad avvenire attraverso l’espulsione violenta e l’eliminazione dei precedenti occupanti? La storia della colonizzazione del cosiddetto Nuovo Mondo mostra in modo perfetto, direi archetipico, come gli europei, con i loro imperi e la loro religione, massacrarono – e continuano a massacrare – le popolazioni indigene.

Sono convinto che l’antisionismo non regga perché affronta la questione dello Stato dal punto di vista di un’eccezione statale scelta arbitrariamente come tale: lo Stato di Israele. In effetti, la sfida politica fondamentale si riconosce solo quando critichiamo l’esistenza degli Stati, di tutti gli Stati.

Questa sfida viene affrontata quando lottiamo contro lo stato-nazione, che, per esempio, ad Abya Ayala, in Brasile, è lo Stato colonizzatore bianco, che nega la pluralità e opprime le nazioni originarie. Una lotta che non è rimandata a un futuro lontano, ma che viene condotta quotidianamente da minoranze etniche e periferiche, in processi di costruzione di una relativa autonomia nel rispetto dello Stato e del mercato. Un’autonomia che è ovviamente obbligata a non ignorare la presenza dello Stato e del capitale, ma che può essere metodologicamente integrata – e come!! – nella pratica della liberazione.

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Se siamo internazionalisti, allora siamo anti-nazionalisti, radicalmente contro lo stato-nazione. Quando la sinistra poteva ancora definirsi tale con orgogliosa coerenza, l’internazionalismo era un principio indiscutibile, seguito anche da importanti militanti ebrei.

Rosa Luxemburg, per esempio, parla con uguale orrore dei polacchi, degli ucraini, dei cechi, degli ebrei, e delle «nazioni e mini-nazioni che sono proclamate ovunque e affermano il loro diritto di formare stati. Cadaveri in decomposizione emergono da tombe secolari, animati da un nuovo vigore primaverile, e popoli ‘senza storia’, che non hanno mai costituito entità statali autonome, sentono il bisogno violento di costituirsi come Stati» [3].

La lettura di Rosa Luxemburg dovrebbe continuare ad essere la lettura antinazionalista e internazionalista della sinistra di oggi. Se così fosse, sarebbe improbabile cedere ancora a tentazioni antisemite, perché si tratterebbe di un’opposizione radicale e rivoluzionaria allo Stato. Qualsiasi Stato. Non solo lo Stato di Israele, ma tutti gli Stati.


[1] José Ignacio González Faus, Lettera ai rabbini italiani, in Settimana News, 3 dicembre 2023.

[2] Nota dell’ARI, 23 ottobre 2023.

[3] Tra guerra e rivoluzione [1918], trad. it. Milano, Jaca Book, 2019, in Michael Walzer, Antisionismo, una versione dell’antisemitismo, Vita e Pensiero, 18.11.2023.

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2 Commenti

  1. Mario 25 gennaio 2024
  2. Christian 25 gennaio 2024

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