L’Occidente di Rubio e le sue omissioni

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Il Segretario di Stato americano Marc Rubio durante il suo discorso ad Atene sull’Occidente (foto LaPresse).

«Che cosa ha infatti a che fare Atene con Gerusalemme?» scrisse il teologo cristiano del II secolo Tertulliano. Per Tertulliano, «Atene» rappresentava la filosofia pagana greca e le sue scuole, in particolare l’Accademia di Platone e il platonismo, mentre «Gerusalemme» rimandava alla rivelazione biblica e alla Chiesa cristiana.

Tertulliano utilizzò questa domanda in modo polemico contro gli insegnamenti che considerava eretici, sostenendo che l’iniziale avvicinamento dei primi cristiani al pensiero greco avesse portato a errori dottrinali e che la verità cristiana non dovesse essere contaminata dalla speculazione filosofica.

Quella domanda ha perseguitato la mente occidentale per diciotto secoli. Eppure, appena due settimane fa, ha scatenato una controversia tra gli esperti di affari internazionali in un contesto del tutto inaspettato.

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Il 7 ottobre il Segretario di Stato Marco Rubio si è presentato sulla Pnice, la collina di Atene dove un tempo i cittadini dell’antica Grecia si riunivano per discutere e votare, e da lì ha pronunciato un discorso sul genio della civiltà occidentale.

Rubio ha descritto l’antica Grecia, come hanno fatto tanti storici intellettuali nel corso della maggior parte della storia moderna, come la stella polare della civiltà occidentale. L’ha definita la fonte dell’indagine razionale, dell’idealismo civico, dell’autodeterminazione, del coraggio, dell’ambizione e della ricerca dell’eccellenza.

Ha inoltre sottolineato il debito che gli stessi fondatori dell’America hanno nei confronti dell’idillio dell’antica Atene.

«La storia dell’America, la storia del mio Paese», ha affermato Rubio con entusiasmo, «è costellata dalle impronte dell’antichità. La Grecia è letteralmente scolpita nell’architettura del nostro governo: nelle colonne torreggianti, nelle cupole e nei monumenti che costellano la nostra capitale. La città dove è nata la nostra Costituzione – Filadelfia – è essa stessa un nome greco».

Rubio ha sostenuto che questi attributi greci sono stati tramandati come un’eredità millenaria attraverso Roma, la cristianità, l’Europa e gli Stati Uniti. Eppure, allo stesso tempo, ha avvertito che l’Occidente ha perso fiducia nel proprio patrimonio etico e concettuale a causa del senso di colpa per non essere riuscito a essere all’altezza dei propri valori più alti.

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Questa «mancanza di coraggio», che lo storico J.B. Bury ha descritto un crollo intellettuale e religioso dell’animo nella capacità di un’intera cultura di comprendere e dominare il mondo, si è manifestata, secondo Rubio, in un indebolimento della fede nella sovranità nazionale, nella deindustrializzazione e nell’incuria della sicurezza interna e della difesa.

Citando il valore classico ateniese del thumos, che ha definito come la virtù guerriera costituita da «passione ardente, forza, coraggio e orgoglio», Rubio ha invocato un rinnovamento dello scopo nazionale, della superiorità tecnologica e militare, della sicurezza delle frontiere e della solidarietà tra i partner transnazionali.

Ha esaltato la Grecia di Achille, che scelse la gloria piuttosto che la longevità, il valore dei 300 spartani nel respingere un insuperabile esercito persiano alle Termopili, nonché la cultura civica di Atene stessa, cristallizzatasi attorno a una competizione strenua e alla spinta a superare ogni rivale.

È grazie agli antichi greci che la civiltà occidentale è diventata la forza dominante sia nel XX secolo che nel XXI, ha affermato Rubio.

A coloro che costruirono il Partenone succedettero gli architetti della cristianità europea, che eressero le cattedrali di Milano, Colonia e Firenze. La ricerca del perfezionamento della forma umana che ispirò gli scultori dell’antica Grecia trovò una nuova espressione in Michelangelo.

La ricerca dei filosofi greci dei segreti dell’universo è stata tramandata a Copernico e poi a Galileo, quindi a Keplero e infine a Newton ed Einstein. La mente avventurosa che ipotizzava prospettive lontane di nuove conoscenze e nuove terre oltre l’orizzonte è ciò che ha dato vita alla prima spedizione di Magellano intorno al globo, alla scoperta delle Americhe da parte di Colombo e, in ultima analisi, al viaggio dell’Apollo 11 sulla Luna e ritorno.

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Fareed Zakaria, in un articolo pubblicato sul Washington Post, lamenta che Rubio abbia confuso la potenza dell’Occidente con il suo significato essenziale. Il coraggio, l’ambizione e l’orgoglio, sottolinea Zakaria, furono dimostrati in abbondanza da Gengis Khan, dagli imperatori cinesi e dagli zar russi.

Ciò che contraddistingue l’Occidente, sostiene, è l’idea di libertà, lo stato di diritto e, cosa ancora più importante, l’uguaglianza universale, che egli attribuisce all’influenza del cristianesimo. Zakaria conclude: «Ciò che rende l’Occidente eccezionale è la sua capacità di trascendere le ristrette rivendicazioni di tribù, nazione e impero, e di sviluppare idee sulla libertà, l’uguaglianza e la dignità umana in grado di parlare a tutte le persone, ovunque. L’Occidente ha conquistato gran parte del mondo con la forza. Ma ha cambiato il mondo attraverso le idee».

Secondo Zakaria, tale visione ha fornito al mondo occidentale una coscienza collettiva per denunciare la propria ipocrisia e i propri comportamenti scorretti; ecco perché gli abolizionisti della schiavitù, le suffragiste e le figure di spicco dei diritti civili come Martin Luther King Jr. hanno potuto far valere i propri principi professati come critica sistemica delle ingiustizie concrete.

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Senza dire l’ovvio, Zakaria ha suggerito che l’Occidente deve la propria eredità civilizzatrice anche agli antichi popoli semitici, in particolare agli ebrei con il loro Dio trascendente e i principi morali assoluti enunciati dalla voce tonante di YHWH sul Monte Sinai.

Nell’immaginario ebraico un Dio sovrano si erge al di sopra della natura, dei governanti e delle nazioni, giudicando tutto secondo un profondo criterio etico. I profeti fecero della fedeltà relazionale, della cura dei poveri e del contenimento del potere politico motivazioni religiose preminenti. Come proclamò il profeta Amos: «come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Amos 5,24).

Lo storico Max Weber sosteneva che l’antico giudaismo coltivasse un’«etica della maestria». Egli sosteneva che, anziché accettare il destino, gli ebrei si considerassero incaricati di un ruolo unico, stabilito da Dio, nella storia dell’umanità. Questo senso di missione divina incoraggiava un’azione propositiva nella storia e la coltivazione della conoscenza come risposta a un imperativo morale incondizionato.

Rimane quindi la domanda che il filosofo francese di origine algerina Jacques Derrida, in un saggio del 1964 sul pensatore ebreo Emmanuel Levinas, si pose: «Siamo greci? Siamo ebrei?». Il saggio si conclude con una frase tratta dall’Ulisse di James Joyce: «L’ebreo-greco è il greco-ebreo».

In realtà, siamo sia ebrei che greci. Fin dalle sue origini, l’Occidente non è mai riuscito a separare Atene da Gerusalemme, né Gerusalemme da Atene.

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L’esempio più eloquente di quanto sia irrilevante la controversia tra Atene e Gerusalemme si trova proprio a poche centinaia di metri dal luogo in cui Rubio ha tenuto il suo discorso. Sull’Areopago, l’affioramento roccioso ai piedi dell’Acropoli, l’apostolo Paolo si rivolse ai filosofi epicurei e stoici e richiamò la loro attenzione su un altare sul quale era incisa la scritta «Al Dio sconosciuto».

Il discorso all’Areopago (At 17,22–31) è importante perché nel Nuovo Testamento cristiano Paolo si rivolge a un pubblico di gentili prevalentemente pagano, altamente istruito e immerso nella filosofia greca. Paolo identifica il «Dio sconosciuto» con il Dio cristiano, il Creatore di tutti i popoli che non può essere confinato nei templi né rappresentato sotto forma di idoli scolpiti nella pietra o in metalli preziosi. Ma, a differenza delle solite invettive ebraiche contro l’idolatria pagana, Paolo non contrappone i miti greci alle Scritture ebraiche. Il suo punto di partenza è la stessa religiosità ateniese — l’agnosto theo o «Dio sconosciuto».

L’«idolo» non è ciò che il fedele pagano crede che sia. «Voi ignorate proprio ciò che adorate», rimprovera Paolo al suo pubblico ateniese, «ed è proprio questo che vi annuncerò». La divinità sconosciuta viene rivelata come il Creatore di tutti i popoli, che non può essere confinato nei templi né rappresentato sotto forma di idoli scolpiti nella pietra o in metalli preziosi.

L’«universalismo» cristiano, quindi, è un’etica che scaturisce dalla peculiare adorazione ebraica di un Dio totalmente trascendente e innominabile. Allo stesso tempo, il Dio cristiano è colui che, a differenza del Dio che si rivelò sul Monte Sinai, ha assunto la vita di un essere umano. Tuttavia, a differenza delle divinità greche, il Cristo risorto rimane una forza infinita e illimitata che governa l’intera razza umana e la storia umana alla maniera del Dio di Mosè.

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Come scrisse lo studioso Curtis Bennett nel 1976, «la formulazione cristiana di base è chiaramente ellenica». Nel suo libro God as Form, Bennett ha indagato su come le concezioni greche della forma abbiano fornito al cristianesimo un vocabolario metafisico per parlare di Dio, della creazione, della conoscenza e dell’alterità divina. Più specificamente, a partire da Paolo il cristianesimo si è appropriato e ha trasformato l’eredità di Platone, Aristotele, degli stoici e degli epicurei.

Rispetto agli esseri soprannaturali dell’antica cultura popolare mediterranea, il Dio cristiano non è semplicemente un oggetto finito tra gli altri, ma la fonte o la pienezza di tutto ciò che è intelligibile. Ogni forma creata condivide il proprio essere con una realtà divina soprasensibile. I pensatori cristiani successivi, da Boezio a Tommaso, avrebbero concepito Dio come la «vera Forma» o la «Forma dell’essere», pur insistendo sul fatto che Dio trascende ogni rappresentazione creaturale.

In breve, noi occidentali siamo innegabilmente sia greci che ebrei.

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Dai Greci ci sono state tramandate la filosofia, la logica, il teatro, la teoria politica, la curiosità scientifica e la convinzione che l’universo nel suo insieme sia aperto all’indagine razionale. Dal giudaismo abbiamo assorbito la visione biblica di un’unica Divinità sovrana che esige «giustizia per tutti», insieme alla convinzione che sia i governanti sia i sudditi rimangano responsabili dinanzi a una legge superiore a qualsiasi decreto o legislazione creata dall’uomo.

Dall’eredità greca deriviamo domande del tipo: «Che cos’è la verità? Che cos’è la bellezza? Quale modo di vivere può essere considerato “eccellente”?»

La tradizione ebraica inquadra le questioni in modo leggermente diverso, ponendo le seguenti domande: «Che cosa richiede la giustizia? Verso chi siamo responsabili? Come dovrebbe essere limitato il potere e come dovrebbero essere giudicati i suoi esiti?»

Che cosa ha a che fare Atene con Gerusalemme? Praticamente tutto. Le due realtà permangono indivisibili, così come noi, due millenni dopo, siamo lontani dalle origini della nostra civiltà.

Mentre questo fine settimana le rivolte travolgono l’Europa, il Medio Oriente vacilla sull’orlo di una violenza apocalittica e l’antisemitismo raggiunge in tutto il mondo livelli che non si vedevano dalla Seconda Guerra Mondiale, chi siamo come popoli “civilizzati” e ciò a cui teniamo veramente diventano enigmi ineludibili che, se rifiutiamo di confrontarci con essi, ci pongono in un grave pericolo.

  • Pubblicato sul Substack dell’autore Globoscope (originale inglese, qui).
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