
Massacro di Ngadi, cosa ha detto il governo? Silenzio televisivo, come sempre!
Non sarà più necessario descrivere il dramma di Beni: tutti sanno che a Beni la morte si aggira tra le tende degli esseri umani, che il governo tace al riguardo, che la politica internazionale decide di prendersi gioco degli abbandonati sostenendo che si tratta di una questione interna.
Eppure, si tratta dell’umanità, che è la nostra carne comune, che non può essere rinchiusa nei confini di uno Stato. L’uomo è l’universale. Quell’universale che viene negato a Beni. Evitiamo di trattare qui il diritto internazionale umanitario.
L’attacco a Ngadi (31/5/2026) ha questo carattere particolare dei membri di un popolo particolare, i pigmei. Indigeni della foresta equatoriale dell’Africa centrale, i pigmei rappresentano un popolo da proteggere poiché a lungo emarginati per la loro vita in simbiosi con la natura forestale, per la loro fisionomia…
Che l’attacco di ieri abbia preso di mira questo popolo, non può trattarsi di un fatto comune, insignificante come sono diventati i massacri a Beni. Anzi, si tratta di un atto calcolato e simbolico: uccidere ostentatamente i pigmei equivale a radicalizzare il corso di questi massacri, a lanciare il messaggio che gli assassini sono pronti a eliminare i popoli presi di mira fino alle loro radici, fino a ciò che hanno di protetto, di originario.
Non si tratta più di uccidere. Di uccidere e basta. Si tratta di cancellare fino alle tracce della storia di un popolo. Si tratta di negare l’esistenza di un popolo. Che crudeltà. E questo, per quale motivo? Quale sarebbe d’altronde questa ragione, per quanto lodevole, per giustificare atti di tale natura bestiale?
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Pigmei confinati in un campo, non è forse questo un simbolo di protezione? Non rispondiamo. Come potremmo saperlo in un paese dove i deboli sono lasciati all’aperto, in balia delle piogge torrenziali della morte. E ciò che sconvolge di più: tra i massacrati, MANGESE. Questo nome rappresenta il popolo pigmeo. È il riconoscimento ufficiale per far uscire questo popolo dall’oblio.
Attore e musicista, MANGESE è quel pigmeo che ha fatto parlare i pigmei sui social network, rivelando al mondo dei pregiudizi che il pigmeo è un uomo che ride e piange, che fa riflettere, che fa ballare, che diverte e non quell’animale smarrito nella foresta.
MANGESE rappresentava quindi la dignità di un popolo, il suo diritto di vivere con gli altri uomini, il suo diritto di godere della propria umanità. Uccidere quest’uomo è quindi più che uccidere… È ciò che non si può dire con le parole. È ciò che bisogna tacere poiché troppo ripugnante per essere detto.
Insomma, questa morte che afferma la sua vita a Beni ha già smesso di stancare, di spaventare, di terrorizzare. Ormai, si confronta con l’indescrivibile, l’indicibile, l’inimmaginabile. E quest’ultimo attacco ne è solo il paradigma. Che dire se non “pace alle anime dei massacrati”?





