Ernesto Buonaiuti, una storia complessa

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Un elogio della complessità rifuggente da semplificazioni che a volte raggiungono la banalizzazione risulta essere il libro di Federico Ferrari Tra fede e disciplina. Ernesto Buonaiuti, la Chiesa romana e l’università (Viella, Roma 2026, pp. 504, 39 euro), frutto di un ingente scavo archivistico svolto in diversi luoghi.

Come indicato fin dalle prime pagine, tale studio è frutto di una precisa indicazione: «Seguire la trama dell’intricata vicenda umana e intellettuale del sacerdote e studioso romano permette di non ridurlo alla sua raffigurazione di un “vero tribuno ed enfant terrible del modernismo italiano” e men che meno del “profeta” di una Chiesa futura, ma di collocarlo storicamente, con le sue peculiarità e le sue antinomie, in un panorama più ampio e composito della vita culturale, politica e religiosa della prima metà del Novecento».

Grazie a tale approccio, risulta evidente una tensione costantemente presente in Buonaiuti (1881-1946) tra il desiderio di scientificità e il ministero sacerdotale e ciò si manifesta particolarmente quando, ascendendo alla cattedra di storia del cristianesimo presso l’università di Roma, si ritrova condannato e osservato speciale anche a motivo di interpretazioni considerate «eterodosse» di figure di primo piano del cristianesimo quali Paolo, Agostino e Girolamo.

Nel gennaio 1926 è nominatim excommunicatus et expresse vitandus, così che nessun cattolico poteva avere contatti con lui se non prima essersi premunito di uno speciale permesso; questo anche con ripercussioni civili svolgendosi il tutto nella vicenda complessa della conciliazione tra Stato e Chiesa che condurrà ai Patti Lateranensi del 1929.

Il presente libro, così come altri studi di Federico Ferrari, evidenzia che la personalità di Buonaiuti, non riconducibile al semplicistico binomio «profeta e eretico», risulta essere complessa: animato da un sentimento antitedesco nel 1915 quando l’Italia entra in guerra, nell’autobiografia Pellegrino di Roma edulcora tali proprie passate posizioni interventiste; pur avendo già fatto precedenti giuramenti, nel 1931 rifiuta quello fascista richiamando il precetto evangelico. Tanto che, a detta di Federico Ferrari, vi si scorge «un difficile gioco d’equilibrismo e di distinzione dei piani che, se a un primo sguardo può risultare straniante, era, invece, un elemento precipuo dell’azione di Buonaiuti» che univa «lo storico del cristianesimo con il riformatore religioso».

Ma altrettanta complessa risulta essere la curia romana purtroppo molto spesso vista come un blocco unico indistinto i cui componenti invece hanno sensibilità e posizioni diverse con «tensioni intracuriali fra l’ala più intransigente e quella più moderata», una «distanza fra l’approccio dei vertici della Congregazione e quello del cardinal vicario», divergenze «fra Segreteria di Stato e Sant’Uffizio», «rapporti tutt’altro che idilliaci fra il porporato anglo-spagnolo e quello abruzzese» ossia Rafael Mery del Val e Pietro Gasparri.

L’approccio è quello storico ma, naturalmente, non prescinde dalla considerazione del pensiero di Buonaiuti, e quindi dall’aspetto teologico. A questo riguardo, interessante è l’uso del termine «esperienza» che in quegli anni era considerato problematico, vedendovi «una riduzione della religione a pura esperienza, “a un fenomeno di esaltazione psicologica” e, allo stesso modo, un’eliminazione di ogni elemento dottrinale-intellettuale». Se ancora il 16 giugno 1963 il card. Giovanni Battista Montini partendo da Milano, dove era arcivescovo, per il conclave che lo avrebbe eletto papa il successivo 21 giugno metteva in guardia don Luigi Giussani da un uso improprio di questo termine, studi successivi – basti pensare a quello di Giovanni Moioli (1931-1984) L’esperienza spirituale – daranno piena legittimità a tale aspetto vedendovi implicata l’oggettività e la dimensione soggettiva del credente.

La tensione insita in Buonaiuti tra il sacerdote e lo studioso si percepisce anche nelle sue opere in cui l’attenzione alla storia con le relative fonti non è esente dalle finalità dell’idea di riforma ecclesiale e viceversa. Valga l’esempio della visione di un legame tra Gioacchino da Fiore e Francesco d’Assisi per cui – come ebbe a scrivere – «la fiammata di sogno accesa con le resine delle pinete della Sila, ha apprestato, propagandosi per le balze dell’Appennino, la temperie acconcia allo sbocciare del canto Francescano delle creature».

Tutto ciò – sintetizza Ferrari – «lo portava così a tracciare, in un’ideale cartina geo-storica della spiritualità italiana, la linea direttrice del suo percorso di autentica renovatio dalla Sila gioachimita alla Firenze dantesca passando per il Subasio francescano». Una visione profetica di Gioacchino, Francesco d’Assisi e Dante che è durata in chi conobbe Buonaiuti come Raffaello Morghen, ma anche dopo ad esempio in Arsenio Frugoni e Roul Manselli e fino ad oggi non essendo venuta meno.

Un libro quello di Federico Ferrari importante e da leggere non solo per conoscere una pagina non secondaria della storia e di un personaggio dal pensiero e psicologia complessa, ma soprattutto per imparare un metodo d’approccio alla realtà che richiede l’onestà intellettuale di un rinvio costante e verificato alle fonti nonché una retta lettura delle medesime.

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  1. Marco 21 luglio 2026

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