
Foto: Alexandre Marchi / L’EST REPUBLICAIN/MAXPP
Queste riflessioni non nascono dalla penna di un liturgista, e non hanno la pretesa di addentrarsi in tecnicismi rituali o dispute canonistiche che non mi competono. Da questo punto di vista ho viva consapevolezza della pertinenza dell’antico detto latino sutor, ne supra crepidam (ciabattino, non andare oltre la scarpa).
La mia prospettiva è quella di un teologo morale. Tuttavia, vi sono due ragioni fondamentali per cui non ho potuto esimermi dal tracciare queste considerazioni.
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La prima è di carattere esistenziale e ministeriale: prima ancora che studioso, sono un celebrante. Abito la liturgia ogni giorno, ne respiro i silenzi, ne pronuncio le parole e ne compio i gesti; la riflessione sul linguaggio rituale, pertanto, non è per me una questione teorica, ma un’esigenza vitale di fedeltà al mistero che mi è affidato.
La seconda ragione è squisitamente teologica: la liturgia tocca da vicino la riflessione morale, poiché attiene intimamente alla virtù di religione. Se tale virtù orienta l’uomo a rendere a Dio il culto a Lui dovuto, l’atto liturgico ne diventa l’espressione più alta e visibile.
Interrogarsi oggi sulla verità, sulla trasparenza e sull’efficacia del linguaggio liturgico significa, in ultima analisi, prendersi cura di quella stessa virtù che custodisce e alimenta il rapporto vivente tra l’uomo e il suo Creatore. È con questo spirito di servizio e di ricerca che mi permetto condividere queste considerazioni.
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Negli ultimi tempi, all’interno della Chiesa cattolica, si è intensificata una discussione spesso accesa attorno alla contrapposizione tra la cosiddetta Vetus Ordo e la liturgia riformata dal Concilio Vaticano II. Una discussione che, talvolta, assume i toni di una battaglia identitaria: da una parte chi ritiene che la liturgia antica custodisca meglio il senso del sacro; dall’altra chi vede nella riforma conciliare un necessario aggiornamento della celebrazione cristiana alla sensibilità contemporanea.
Non interessa qui entrare nel merito disciplinare o canonico della questione, né stabilire quale forma rituale sia “migliore”. La riflessione vuole invece collocarsi su un piano più profondo: quello teologico, antropologico e linguistico. La questione decisiva non è quale rito emozioni di più o quale appaia più solenne, ma quale sia la natura stessa della liturgia. E la liturgia, prima di tutto, è linguaggio della fede.
La fede cristiana non è un’idea astratta. È evento che si comunica, si narra, si celebra. Per questo il cristianesimo ha sempre avuto bisogno di linguaggi: parole, simboli, gesti, canti, silenzi, posture, immagini, spazi. La liturgia è precisamente questo: la grammatica simbolica attraverso cui la fede diventa esperienza condivisa del mistero. Ma ogni linguaggio, per sua natura, è vivo. E tutto ciò che vive evolve.
Le lingue cambiano lungo i secoli pur rimanendo le stesse lingue. Cambia il lessico, cambia la sintassi, cambia la grammatica, cambia persino il significato delle parole. L’italiano di Dante non è quello di Manzoni; quello di Manzoni non è quello contemporaneo. Eppure si tratta sempre della medesima lingua italiana.
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Voler parlare oggi l’italiano del Trecento non significherebbe custodire meglio la lingua, ma renderla incomunicabile. Sarebbe un’operazione archeologica, non comunicativa. Nessuno penserebbe seriamente che il pensiero filosofico o teologico sia “più vero” soltanto perché espresso nella lingua di Rosmini o di Dante. La verità non dipende dalla fissità della forma linguistica.
Allo stesso modo, la liturgia non può essere ridotta a una conservazione museale di forme rituali del passato. Perché il rito non è una reliquia da imbalsamare, ma un organismo simbolico che vive nella storia.
Uno dei rischi più grandi della nostalgia liturgica consiste nell’identificare il sacro con una particolare forma rituale. Come se il latino, il silenzio, l’orientamento dell’altare, determinate posture o una certa estetica fossero intrinsecamente più “sacre” di altre. Ma il sacro cristiano non coincide mai con una forma culturale definitiva.
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Il cristianesimo nasce proprio come rottura di ogni assolutizzazione rituale. Gesù relativizza il tempio, supera il legalismo cultuale, desacralizza molti schemi religiosi del suo tempo. “Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre” (Gv 4,21). Con Cristo, il sacro non è più prigioniero di uno spazio, di una lingua o di un apparato rituale determinato.
Il rischio, allora, è trasformare la liturgia da epifania del mistero a rifugio identitario. Quando si assolutizza una forma rituale, si finisce inconsapevolmente per compiere un’operazione quasi idolatrica: si confonde il mistero con il suo rivestimento storico. Ma il rito è mediazione, non possesso del sacro.
Ogni epoca percepisce il mistero secondo sensibilità differenti. Le generazioni medievali vivevano il sacro in una cultura fortemente simbolica, gerarchica e cosmica. Il senso della distanza, dell’arcano, dell’inaccessibile apparteneva alla loro struttura mentale e spirituale.
Le nuove generazioni, invece, abitano un mondo radicalmente diverso: orizzontale, relazionale, dialogico, immerso nella comunicazione immediata e nella sensibilità partecipativa. Pretendere che il sacro possa essere percepito oggi esattamente come veniva percepito secoli fa significa ignorare la storia umana.
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Il problema non è che i giovani abbiano perso il senso del sacro. Piuttosto, è cambiato il modo di percepirlo.
Il sacro continua a manifestarsi, ma domanda linguaggi nuovi. Non perché la verità cambi, ma perché cambia l’uomo che ascolta.
La Chiesa, lungo la sua storia, ha sempre tradotto il Vangelo nei linguaggi delle epoche. Ha assunto filosofie greche, categorie romane, simboli medievali, sensibilità barocche, strutture moderne. Nessuna forma liturgica è caduta dal cielo già perfetta e definitiva. Anche il Vetus Ordo è stato, a suo tempo, una evoluzione storica.
Il Concilio Vaticano II non ha voluto desacralizzare la liturgia, ma restituirla al popolo di Dio come esperienza viva e partecipata. La Sacrosanctum Concilium non nasce contro la tradizione, ma dentro la tradizione vivente della Chiesa.
La vera tradizione, infatti, non è conservazione immobile del passato. È trasmissione vivente. Tradizione non significa custodire le ceneri, ma alimentare il fuoco.
Una liturgia incapace di parlare agli uomini del proprio tempo rischia di diventare incomprensibile. E quando il rito smette di comunicare, rimane soltanto estetica nostalgica.
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Certo, esiste anche il rischio opposto: banalizzare il mistero, impoverire il simbolo, ridurre la liturgia a spontaneismo o spettacolo. Ma la soluzione non può essere il ritorno archeologico a forme precedenti, come se il passato fosse automaticamente garanzia di autenticità. La fede non vive di restaurazioni nostalgiche.
Esiste una nostalgia sana: quella che custodisce la memoria. Ma esiste anche una nostalgia patologica: quella che idealizza il passato perché incapace di abitare il presente.
Talvolta, dietro certe rigidità liturgiche, si nasconde una paura più profonda: la paura del cambiamento, della complessità contemporanea, della perdita di riferimenti culturali stabili. Il rito antico allora diventa rifugio psicologico prima ancora che scelta spirituale.
Ma il cristianesimo non è religione della nostalgia. È fede nell’Incarnazione. E l’Incarnazione significa che Dio continua a entrare nelle lingue, nelle culture, nei simboli e nelle sensibilità di ogni tempo.
Volersi attardare nostalgicamente in forme rituali passate, attribuendo loro una superiorità ontologica nella comunicazione del sacro, rischia di contraddire la natura stessa della rivelazione cristiana.
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Perché il Verbo si fa carne sempre. Non si è fatto carne una volta per restare imprigionato in una forma culturale definitiva.
Il sacro non può essere ingabbiato in una ritualità fissa. Ogni rito è storicamente situato. Ogni liturgia è figlia di una cultura, di una sensibilità, di un’epoca. Il mistero di Dio, invece, attraversa i tempi.
La vera domanda, allora, non è se una liturgia sia antica o moderna. La vera domanda è un’altra: questa celebrazione riesce ancora a essere linguaggio vivo della fede? Riesce ancora a far trasparire il Vangelo agli uomini e alle donne del nostro tempo? Riesce ancora a generare stupore, conversione, comunione, esperienza del mistero?
Perché il problema non è difendere il passato o idolatrare il presente. Il problema è permettere all’eterno di parlare nell’oggi. Si può integrare ulteriormente la riflessione con una precisazione importante, che aiuta a
È innegabile che, nella prassi liturgica contemporanea, non siano mancati e non manchino ancora oggi abusi, forzature, improvvisazioni o semplificazioni che talvolta hanno indebolito la percezione del mistero. In alcuni casi, certe “licenze” celebrative hanno quasi snaturato la struttura stessa del linguaggio liturgico, rendendolo povero, poco intelligibile nel suo spessore simbolico e teologico.
Tuttavia, sarebbe un errore logico e teologico pensare che tali deviazioni possano costituire una legittimazione del ritorno nostalgico a forme precedenti del rito come soluzione necessaria o superiore.
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Il parallelismo linguistico aiuta a chiarire il punto. Il fatto che oggi si possano usare male la grammatica, impoverire il lessico o deformare la sintassi dell’italiano contemporaneo non autorizza a concludere che l’unica alternativa seria sia tornare a parlare l’italiano di Dante o di Manzoni. Gli abusi linguistici non giustificano l’archeologia linguistica. Semmai richiedono una più profonda educazione all’uso corretto della lingua attuale.
Allo stesso modo, gli abusi liturgici — pur reali e talvolta dolorosi — non possono essere assunti come argomento per una restaurazione idealizzata del Vetus Ordo come se esso fosse, in quanto tale, immune da limiti storici o automaticamente più adeguato alla comunicazione del mistero.
Il problema degli abusi non si risolve tornando indietro nella storia, ma tornando alla verità intrinseca della liturgia stessa: la sua natura teologica, simbolica, ecclesiale. Ogni epoca è chiamata a purificare le proprie deviazioni senza trasformare le difficoltà del presente in giustificazione per una fuga nel passato.
In questo senso, la riforma liturgica non va giudicata a partire dalle sue deformazioni pratiche, ma dalla sua intenzione teologica: rendere la celebrazione del mistero pasquale più pienamente partecipata, intelligibile e ecclesialmente vissuta.
Il rischio opposto, infatti, è duplice: da una parte la banalizzazione del rito, dall’altra la sua musealizzazione. Ma né l’una né l’altra strada sono fedeltà autentica al mistero cristiano.
La via della Chiesa è sempre un’altra: custodire il dono ricevuto e, insieme, imparare continuamente a esprimerlo nella lingua viva degli uomini.
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Il nodo emerge quando la liturgia diventa identità contrapposta. Il rischio è duplice: trasformare il Vetus Ordo in una nostalgia idealizzata e il Novus Ordo in una bandiera ideologica. In entrambi i casi, il rito smette di essere linguaggio della fede e diventa segno di appartenenza.
Il Vaticano II non va letto né come rottura né come semplice continuità, ma come tentativo — ancora in atto — di sottrarre la tradizione alla sua cristallizzazione museale e alla sua strumentalizzazione ideologica.
È fallace voler fissare il cristianesimo in una data liturgica: che sia il 1570 o il 1962 o il 1969. Urge ricordare che nessuna forma storica esaurisce il mistero che essa serve.
Intanto, mentre il dibattito si accende sulle forme, il vero interrogativo rimane aperto e più radicale: la liturgia che celebriamo oggi è ancora in grado di generare fede, comunione, conversione?
Se, come si è cercato di mostrare, la liturgia è la grammatica viva della fede, il dibattito contemporaneo sulle sue forme non può ridursi a una sterile guerra di trincea tra nostalgie archeologiche e derive ideologiche. Entrambe le posizioni, pur muovendo da istanze comprensibili, rischiano di cadere nel medesimo errore: assolutizzare il rivestimento storico per imprigionare il Mistero.
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Come moralista, mi preme ribadire che la virtù di religione non si alimenta di forme musealizzate né di estetiche rassicuranti, ma della verità di un culto che orienta realmente l’uomo a Dio nell’oggi della storia.
Se la lingua di Dante non può essere parlata oggi senza condannarsi all’incomunicabilità, l’italiano corrente non può essere sfigurato dalla sciattoneria senza perdere la sua dignità. Allo stesso modo, la risposta alle ferite e agli abusi che hanno talvolta impoverito la prassi liturgica post-conciliare non è la fuga nostalgica nel passato, ma un’autentica e seria educazione all’arte del celebrare nel presente.
La Chiesa non è la custode di un cimitero, ma la sposa del Risorto. La sfida che ci attende non è difendere una data sul calendario liturgico – sia essa il 1570, il 1962 o il 1969 –, ma permettere all’Eterno di parlare la lingua viva degli uomini e delle donne del nostro tempo. Solo così il rito cesserà di essere un recinto identitario e tornerà a essere ciò che è per sua natura: il luogo in cui il fuoco della Tradizione si accende, il Mistero si fa carne e l’uomo ritrova la via dello stupore, della conversione e della comunione.






È interessante l’uso che l’Autore fa del concetto di archeologismo liturgico. Nell’enciclica Mediator Dei di Papa Pio XII l’archeologismo è condannato perché, con l’obiettivo di ripristinare il culto dei tempi apostolici, avrebbe distrutto il rito che si era armonicamente sviluppato lungo i secoli. Insomma stessa parola usata in due sensi opposti.
Gentile Kamar, a leggere il Suo commento sembra quasi che il contatto con il Signore avvenga più facilmente sotto una volta gotica o barocca; ma credo che anche Lei convenga sul fatto che chi crede il Signore lo trova dappertutto, in una scalcinata chiesetta di campagna o in una cattedrale monumentale. Un altro aspetto che Lei sembra molto rimpiangere è l’autorità insita nella Chiesa preconciliare, una Chiesa “dura, scarna , a volte ostile”; perché le piace una Chiesa del genere? Le pare che il Signore Gesù si comportasse così durante la sua vita terrena? La riforma liturgica che tanto la delude aveva una ragione validissima e semplicissima: rendere la Liturgia comprensibile alla massa dei credenti che, per la gran parte, la vivevano passivamente. Il latino poi, sconosciuto quasi a tutti, rendeva spesso i riti quasi arcani: il popolo era presente con il corpo più che con la mente. Per quanto riguarda poi la questione delle “spalle al Tabernacolo”, credo che il Signore apprezzi la molto maggiore partecipazione dei fedeli rispetto a prima
Egregio,
Capisco il suo punto di vista anche perche’ ritengo che sia molto più giovane del sottoscritto e quindi non abbia avuto la possibilità di seguire le vicende, tutt’altro che gloriose , del Vaticano 2.
Comunque a difesa del tanto vituperato Latino ( con il quale il sottoscritto non aveva alcun problema) credo che nella SS. Messa almeno la formula “per IPSUM, cum IPSO et in IPSO” che riassume l’essenza di TUTTO , andasse lasciata in latino in quanto la traduzione attuale e’ quantomeno irrispettosa , per non dire qualcosa di molto piu’ pesante.
L’altare che volge le spalle al Tabernacolo, rispecchia la visione collettivistica dell’epoca dei soggetti che attorniavano Roncalli , tipo Loris Capovilla ad esempio.
Per il resto , in effetti mi sento di rimpiangere la Chiesa pacelliana ed anche ratzingeriana che purtroppo si e’ ritrovata in un mondo alieno.
Cordialita’
Kamar Shams
Caro Kamar io, purtroppo, sono nato e cresciuto nella Chiesa preconciliare a Lei tanto cara; ricordo perfettamente, ad esempio, il pomeriggio in cui la RAI trasmise – per un intero pomeriggio! – l’agonia di Papa Pacelli: per mia madre fu un lutto come se fosse morto uno stretto congiunto. Io credo di pensarla esattamente all’opposto di Lei su tutto, non solo sul latino che rendeva i riti qualcosa di misterioso, al limite del magico; per questa visione tridentina che l’ha ispirata per lunghi secoli la Chiesa ha pagato un alto prezzo e continuerà a pagarlo ancora a lungo. Sono convinto che Lei sia in buona fede, anche quando vede bolscevichi dappertutto, e quindi mi fermo qui, per rispetto. La saluto cordialmente
Mi dispiace che, quando si parla di Nuovo Rito, si pensi immediatamente e solamente agli abusi che di questo sono stati fatti, non solo linguistici, nella forma e nei contenuti. E si tralascino le ricchezze espressive che invece hanno potuto caratterizzarne la prassi. Il Nuovo Rito è di gran lunga più aperto, per mio conto non certo a sufficienza, alla partecipazione del popolo e alla creatività particolare, quando viene costruita in un gruppo aperto, dedicato alla liturgia. Semmai io considero un abuso lo sminuire allo stremo il rito, che evidentemente si presta ad un’esecuzione più sbrigativa, magari per lasciar spazio all’omelia. Per quanto riguarda la vividezza espressiva delle formule che si trovano contenute nel Messale di Paolo VI, è palese la necessità di un rifacimento, che io credo già in via di attuazione. Trasformare l’”effusione” in “rugiada” è stato solo uno scherzo.
Non sono d’accordo. La Liturgia preconciliare induceva al sacro, verso l’alto cosi’ come induce (induceva) l’architettura delle grandi e magnifiche cattedrali gotiche.
Attualmente , in applicazione del Vaticano 2 un cristiano cosa si ritrova? Il collettivismo , l’uomo al centro di tutto con l’altare celebrativo che volge le spalle al Tabernacolo.
La Chiesa che era in questo mondo ,ma non di questo mondo , si e’ evoluta e aperta ostinatamente verso questo mondo , rimanendovi immersa senza distinguersi da tante organizzazioni terrene.
Il cardinale Ottaviani ( che riposi in pace) durante le fasi del Vaticano 2, disse di desiderare di morire prima della fine del Vaticano 2 acciocche’ sarebbe morto da cattolico.
L’attuale liturgia ha soppresso anche la specificita’ degli “uomini di buona volonta’” cosa definita dagli albori del Cristianesimo.
In altre parole la Chiesa preconciliare era la CHIESA quella di Pacelli ,dura , scarna, semplice , a volte ostile e tuttavia un punto di riferimento salvifico sulla solida roccia.
Attualmente sembra i suoi ministri siano politicanti ovvero falliti assistenti sociali.
Che delusione!
Che delusione!
Mi è apparsa una riflessione sana, acuta e profonda. Mi permetto di segnalare una piccola cosa, sperando di non recare fastidio: https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2019/08/la-liturgia.html.
La Chiesa condanna la cultura dello scarto ma la liturgia scarta i bambini e le persone con disabilità, anche intellettiva. Si cerca di includere i disabili nel mondo del lavoro, dello sport, della scuola, del tempo libero, dei trasporti, …