AGESCI: su “Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo”

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Raduno scout a Roma durante il Giubileo dei giovani 2025 (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

Qualcuno ha parlato di svolta storica dell’AGESCI; altri hanno denunciato un tradimento dell’ecclesialità dell’Associazione; altri ancora di una deriva tipica della cultura woke. Dopo un percorso di quattro anni, che ha visto numerosi e laboriosi passaggi, il Consiglio generale dell’AGESCI (l’Assemblea annuale che riunisce i responsabili e gli assistenti ecclesiastici regionali, i membri del Comitato nazionale e i delegati di tutte le zone d’Italia, per un totale di circa 300 persone), nei primi giorni di maggio, ha approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo. Le coordinate del cammino associativo».

Le tappe del percorso

Il percorso è nato formalmente nel Consiglio generale 2022, a seguito delle sollecitazioni di alcuni territori che hanno chiesto all’AGESCI di prendere posizione rispetto a questo tema, riguardante alcuni capi e diversi ragazzi e ragazze che già da tempo sono presenti nell’Associazione. Queste persone chiedevano di essere riconosciute e accompagnate senza che l’orientamento omoaffettivo o la disforia di genere rappresentasse un potenziale motivo di esclusione.

Fedeli al metodo sinodale inaugurato proprio in quel periodo dalla Chiesa italiana, ci siamo messi in ascolto delle storie di queste persone, dei loro cammini, del loro desiderio di continuare a vivere in pienezza quanto fin da piccoli/e avevano imparato ad apprezzare nello scautismo ed era diventato parte della loro stessa vita. La maggior parte di queste storie di vita, pur con alcune fatiche, ci hanno testimoniato esperienze di accoglienza e di inclusione nelle comunità scout di appartenenza; altre, invece, ci hanno raccontato di essersi sentiti/e esclusi/e da comunità che non riuscivano ad integrare quel loro particolare vissuto.

Ci siamo confrontati con la nostra storia, con i nostri documenti associativi, con i documenti della Chiesa, in particolare con l’esortazione Amoris Laetitia di papa Francesco; abbiamo messo in evidenza i punti che ci interpellavano, abbiamo definito il linguaggio – perché le parole che si usano sono importanti – e ci siamo fatti aiutare da persone competenti che da molti anni, nella Chiesa, stanno accompagnando gruppi di persone omoaffettive e transgender, per comprendere meglio, oltre ogni ideologia, quali fossero le questioni in gioco.

Infine, ci siamo confrontati moltissimo tra noi, perché siamo un’associazione numerosa, con molte e diverse sensibilità, con diverse storie ed esperienze. Abbiamo cercato un cammino condiviso che potesse rappresentare la maggioranza, ma non ignorasse le istanze di una possibile minoranza che aveva il diritto di essere ascoltata: è stato un percorso lento e laborioso, che ha tentato di tenere dentro tutti e tutte. Il documento che il Consiglio generale ha approvato ad ampia maggioranza a maggio 2026, frutto di un lungo lavoro di mediazione, traccia con intelligenza un percorso che è tutto ancora da compiere nei territori e nelle Comunità capi dove dovrà essere tradotto in percorsi formativi e accompagnamento personale.

Tre parole guida

Il documento, nella sua essenzialità, indica tre parole maestre che devono tracciare questo cammino delle Comunità capi e declinano la postura fondamentale a cui tutti e tutte siamo chiamati: sguardo, ascolto e presenza.

«Lo sguardo, che riconosce la presenza dell’altra persona nella sua interezza e nella sua dignità. È uno sguardo che non riduce, non etichetta, non giudica, ma apre alla possibilità di incontro. L’ascolto, che permette alla storia personale di emergere senza esserne forzata o interpretata prematuramente. È un ascolto che si fa spazio interiore, capace di lasciarsi toccare senza invadere. La presenza, che dà continuità alla relazione, sostenendola nel tempo. Una presenza affidabile, discreta, capace di esserci quando necessario e di farsi da parte quando opportuno».

Queste tre parole rappresentano soprattutto per noi un percorso di formazione, perché non ci sentiamo affatto confermati nel nostro modo di vivere le relazioni. Sentiamo che non è sufficiente affermare il principio di non-discriminazione se non siamo disponibili a convertire il nostro sguardo, il nostro ascolto, il nostro pensiero e le nostre parole. Solo allora, dentro questo percorso di conversione e formazione continua, ispirato dal Vangelo e che si lascia provocare da incontri provvidenziali con altri capi e con le ragazze e i ragazzi dei nostri gruppi, la nostra presenza potrà essere fedele e la nostra relazione pienamente generativa.

Il discernimento dei cammini personali

Molte persone, sia dentro che fuori all’Associazione, ci hanno posto il tema del discernimento delle situazioni personali, richiamandoci sul fatto che nel documento non se ne parla.

Tale scelta è stata deliberata perché riteniamo che, superata ogni categorizzazione delle persone, il tema del discernimento sull’idoneità ad essere educatore in AGESCI coinvolga tutte le capo e tutti i capi dell’Associazione, e non riguardi solamente la dimensione affettiva e sessuale, ma ogni aspetto che implica la testimonianza personale nel servizio educativo delle capo e dei capi.

L’AGESCI, insieme all’Azione Cattolica Italiana, ha portato avanti per molti anni una riflessione sul tema del discernimento; tale riflessione ha trovato nuovo impulso dentro il Cammino sinodale delle Chiese in Italia che ha indicato tra le sue priorità il tema della formazione.

Frutto di questo cammino condiviso è il documento «Il profilo vocazionale dell’educatore e dell’educatrice ecclesiale», elaborato congiuntamente dai Consigli nazionali delle due Associazioni, che prende in esame la situazione dei nostri educatori, traccia alcune linee per la loro formazione (con alcune proposte condivise) e definisce alcuni criteri per il discernimento di coloro che sono chiamati/e al servizio educativo dentro le nostre Associazioni.

Il Comitato nazionale dell’AGESCI ha pensato di affiancare al documento scritto congiuntamente con l’Azione Cattolica Italiana un sussidio a schede intitolato «Il profilo vocazionale del capo». Questo strumento segue, passo dopo passo, secondo la prospettiva vocazionale, tutto l’iter di formazione dei nostri educatori, dall’ingresso in Comunità capi, fino alla chiamata a compiti di coordinamento e responsabilità dell’intero Gruppo scout (Capo gruppo).

Il sussidio comprende anche i momenti di discernimento richiesti in alcuni passaggi cruciali della vita o nella stesura periodica del proprio piano di crescita personale e spirituale (Progetto del/la capo).

Possiamo convintamente affermare che il documento approvato dal Consiglio generale 2026 non ha mai voluto rappresentare – come qualcuno teme – un «liberi tutti», ma vuole semplicemente evidenziare che in AGESCI non esistono categorie speciali di persone, che tutte e tutti, specialmente se educatori, sono chiamati/e a mettersi in gioco e verificarsi sulla proposta che è ben indicata nel Patto associativo e negli altri testi che illustrano i principi fondamentali della nostra Associazione.

Su queste basi e con questa postura si può attuare un autentico e sereno discernimento.

La dottrina cristiana e il modello antropologico

La pubblicazione del documento del Consiglio generale 2026 ha suscitato reazioni (alcune anche un po’ violente) da parte di chi è preoccupato di riaffermare i principi della fede cristiana espressi nel Catechismo della Chiesa Cattolica, il modello antropologico fondato sulla reciprocità uomo-donna e la dignità della famiglia.

Pur non volendo affatto sottovalutare queste tematiche che, per la loro rilevanza, superano ampiamente le competenze e i mandati dell’AGESCI, possiamo dire che scegliere di non discriminare in base all’orientamento affettivo o all’identità di genere anche quando questa non coincide con il sesso biologico, non significa affatto aderire alla cosiddetta «teoria del gender» o scardinare i principi dell’antropologia cristiana.

Riconoscere la piena dignità a persone che per anni hanno camminato con noi e accogliere coloro che, indipendentemente dalla loro condizione riguardante l’orientamento affettivo o l’identità di genere, aderiscono a tutte le scelte descritte nel Patto associativo e desiderano mettersi al servizio dei più piccoli nella nostra Associazione, perché riconoscono in questa via la vocazione a cui il Signore li/le sta chiamando per fare della loro vita un dono, non significa negare i principi della dottrina cristiana.

D’altra parte, una volta compiuta la scelta del riconoscimento, dell’accoglienza e del coinvolgimento pastorale delle persone omoaffettive e transgender – oggi testimoniata nelle esperienze varie e significative di tante diocesi –, che sia necessario andare fino in fondo sul cosiddetto «principio di pastoralità»[1] è molto chiaro anche ai vescovi italiani, i quali, a margine dell’ultima Assemblea generale, hanno scelto di costituire una commissione di studio per approfondire le implicanze dottrinali e morali derivanti da tale accoglienza, ormai ampiamente diffusa nelle diocesi. Tale approfondimento in atto ci interessa moltissimo e ci aiuterà nel servizio educativo, formativo e di accompagnamento delle ragazze, dei ragazzi e dei capi.

Sulle tematiche antropologiche e sul valore attribuito al maschile e al femminile, senza scadere in toni apologetici, desidereremmo solo far notare che la nostra è l’unica Associazione che da più di cinquant’anni, oltre alla scelta della coeducazione – che indica come obiettivo esplicito quello di educare «all’uomo e alla donna della partenza» – prevede come necessario a livello statutario il principio della diarchia (un uomo e una donna con pari autorità) in tutti i livelli, dall’unità (i capi del singolo gruppo di ragazzi) fino ai vertici nazionali. Tali principi e tali obiettivi educativi non sono stati affatto messi in discussione dal documento del Consiglio generale.

Il percorso che ci attende

Come abbiamo già accennato, il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo» non rappresenta il termine di un percorso, ma, come capita spesso, apre un processo impegnativo di formazione dei capi, accompagnamento dei ragazzi e delle ragazze, approfondimento di tematiche delicate e rilevanti nell’area dell’educazione affettiva e sessuale.

Tale percorso, come accaduto finora attraverso un dialogo sincero con la CEI, desideriamo compierlo dentro la Chiesa, confermando la nostra vocazione di associazione di frontiera, chiamata non solo a portare la Chiesa in contesti in cui da molti è considerata estranea, ma anche a portare dentro la Chiesa (intesa come l’assemblea di tutti i battezzati) le voci di quegli uomini e quelle donne, quei ragazzi e quelle ragazze, quei giovani che, per vari motivi, non se ne sentono parte, ma che, attraverso il nostro servizio educativo, chiedono di essere guardati e accompagnati a diventare uomini e donne che, avendo ascoltato il desiderio di felicità presente nel loro cuore, arrivano a scoprire che tale desiderio trova una risposta piena seguendo Gesù e mettendo la loro vita a servizio dei fratelli e delle sorelle.

Su questo cammino e questo impegno sappiamo di essere accompagnati da tanti e tante che, dentro la Comunità cristiana, come noi, hanno a cuore l’educazione e la missione, che non hanno paura di percorrere strade non ancora molto battute per rimanere fedeli al mandato che ci è stato affidato di crescere uomini e donne felici e responsabili nel realizzare un mondo migliore di quello che hanno trovato, seguendo la parola e l’esempio di Gesù.

Don Andrea Turchini è Assistente ecclesiastico generale dell’AGESCI


[1] Cf. Luca Lunardon, Il principio di pastoralità. Recezione in teologia morale e pratica teologica nel campo dei cristiani Lgbt+, Studium, Roma 2025.

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