L’annuncio in un mondo che cambia

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Foto di Andrey Andreev su Unsplash

L’ultima consulta dell’Ufficio catechistico nazionale (Roma, 15-16 dicembre 2023) ha visto la presentazione, da parte dei direttori, delle iniziative che si stanno mettendo in atto per promuovere i convegni regionali, attivati per dare nuovo impulso al cammino catechistico.

In ordine sparso

Il Triveneto, attraverso diverse tappe, si orienta a ripensare un annuncio che incontra la vita, nella consapevolezza della fede da accogliere. La Basilicata si occuperà della ministerialità per un servizio che genera alla fede. Il Lazio è impegnato a predisporre un nuovo percorso per l’Iniziazione Cristiana. Piemonte e Valle d’Aosta rifletteranno su passaggi di vita, passaggi di fede. La Calabria intende aiutare le comunità a promuovere adulti testimoni generatori di fede. Abruzzo e Molise si propongono di intercettare i bisogni dei catechisti.

La Puglia, desidera individuare delle coordinate in merito all’Iniziazione Cristiana nelle comunità. Marche e Umbria vogliono approfondire il Kerygma e la sua incidenza nel mondo adulto. La Liguria pensa a una rivisitazione dei documenti della catechesi in particolare il Direttorio della Catechesi. La Toscana, si propone di leggere la realtà per interpretare e predisporre una guida per il catecumenato. La Sicilia si interroga su quale comunicazione è necessaria per un’evangelizzazione in contesto. La Lombardia getta uno sguardo di attenzione per iniziare alla vita cristiana. La Sardegna ha già celebrato un convegno su “Catechista testimone credibile”. In Emilia ci si propone di predisporre una piattaforma on-line per costruire proposte di catechesi. La Campania focalizza l’attenzione sui ministeri.

La veloce e schematica rassegna dice che tutte le iniziative sono lodevoli e ricche di prospettive ma, allo stesso tempo, rivela l’ordine sparso che caratterizza l’intero movimento.

Il movimento catechistico non sempre è seguito con la dovuta attenzione dei vescovi, assorbiti in più occasioni dalla gestione ordinaria delle realtà diocesane.

Questa annotazione non vuole essere un giudizio sui pastori, primi evangelizzatori, ma uno stimolo perché la catechesi ritorni ad essere attenzione di privilegio e di riscoperta di cosa si possa fare per non rassegnarsi a costatarne le difficoltà.

Il processo di coinvolgimento da parte dei catechisti e degli operatori pastorali, lungi dall’essere un fatto occasionale, se diventa uno stile, permetterà di innescare processi che durano nel tempo.

L’esperienza cristiana ed ecclesiale va ripensata secondo il vangelo e, quindi, secondo la riscoperta delle relazioni. La catechesi non può avvenire dentro una scatola, in chiesa, seduti su un banco. L’esperienza religiosa deve tornare ad essere emozione, esperienza del corpo, incontro con una comunità che ricorda a che cosa si è chiamati.

Per instaurare qualcosa di duraturo si richiedono attenzioni e alcuni passaggi che proponiamo come riflessione utile a dare valore alle progettazioni dei convegni prospettati.

Far germogliare sogni

Evangelizzare è sempre stato difficile, e diviene più complicato oggi in occidente, dove il cristianesimo non sembra più disporre di risorse e di energie sufficienti per rinnovarsi. Lo si percepisce ovunque: le forze si esauriscono, il personale invecchia, i mezzi diminuiscono proprio nel momento in cui le sfide, le urgenze e le difficoltà si moltiplicano. E gli sforzi intrapresi per superare la crisi, malgrado alcuni risultati incoraggianti, si mostrano incapaci di frenare la lenta erosione che intacca la Chiesa.

Le indagini dicono che ci sono sempre meno cristiani, che la società incontra difficoltà proprio perché non è toccata dalla Chiesa, un’area nella quale una vita bella e degna di essere vissuta sta sempre più scomparendo. Alle persone manca l’orizzonte nella vita: che esista, cioè, qualcosa di grande oltre le cose belle che produce e oltre i limiti umani.

Nessuno parla degli appelli etici della Chiesa. Sono sempre meno quelli che attendono queste dichiarazioni e quelli che le ascoltano. La Chiesa pare non riuscire più a trovare la sua vera identità, le persone che non la frequentano sono completamente estranee alla sua realtà. Qualunque appello venga fatto cade nel vuoto.

L’affidamento del compito dell’evangelizzazione nelle mani di Dio non porta né al quietismo né all’attendismo. Non toglie nulla all’esigenza e alla necessità di pianificare le cose, di darsi dei progetti pastorali intelligenti e audaci.

Di conseguenza, oggi si è invitati a pensare e a vivere il compito dell’evangelizzazione non solo come un progetto da realizzare, ma anche con un atteggiamento recettivo, quello di far germogliare sogni. Aprirsi a liete sorprese, cessando di dividere le persone tra coloro che sono al centro, alla soglia e alla periferia.

È importante riconoscere che Dio si è fatto prossimo di tutti, accogliere con stupore che la figura di Gesù resta intatta nella nostra cultura e che gli esseri umani rimangono capaci di Dio oggi come ieri, senza che debbano essere i catechisti a dover creare in essi questa capacità. Lasciarsi sorprendere dal Vangelo significa anche predisporsi ad accogliere alleati inattesi, soprattutto quando ci si sente stremati, in esilio, come in terra straniera. Oggi non si può immaginare con esattezza o programmare completamente ciò che sta accadendo. Né è possibile favorire la crescita. Così, il cristianesimo che viene non sarà unicamente il risultato dei nostri sforzi, ma il frutto inatteso dello Spirito dentro il mondo.

Rimane pur vero che la situazione chiede l’annuncio di ciò in cui si crede, una prassi di carità e una celebrazione del mistero che tutti unisce. Per sopravvivere, la nostra società ha bisogno anche di ciò che è presente nella Chiesa visibile.

Risuscitare un’alba di speranza

Il tempo che passa fa invecchiare la Chiesa e anche le modalità di azione proposte. Certamente la sua età viene misurata a partire dalla data di fondazione, e questo arco temporale costituisce un prezioso patrimonio di esperienza.

In verità, la Chiesa sta sempre cominciando di nuovo, è chiamata ad essere giovane, rinasce con i nuovi battezzati, in ogni progetto che prende le mosse, nei sogni che si rinnovano. La sua forza non sta soprattutto nelle risposte di ieri, ma nella domanda sulla verità che si può formulare oggi, sta nell’impegno che essa profonde nell’inaugurare una visione dell’essere umano e della vita che rappresenti una ragione di speranza.

Quale che sia la forma in cui la trasmissione del Vangelo verrà a organizzarsi in futuro, essa continuerà a essere un’azione essenzialmente umana, che non si fa senza il dono di sé, senza una dedizione d’amore.

Non si è riusciti in 2000 anni a cogliere che il cristianesimo è bella notizia, e questa bella notizia, nonostante fatiche, incongruenze e derive, continua ad essere un dono per l’umanità. Non ha bisogno delle prestazioni morali dei credenti, ma le rende possibili. Perché uno più è amato più è responsabile per non sciupare l’amore di cui è stato gratuitamente oggetto.

Tanta gente oggi dice che si può vivere umanamente bene senza quella fede cristiana che pesca la sua forza nel dovere e nelle norme. Il fatto che non si ha più l’esclusiva della spiritualità non è solamente una questione culturale, probabilmente è un tratto stesso del volto di Dio che si è chiamati a riscoprire.

Se è così, cambia anche il senso della missione che gli annunciatori sono chiamati a portare. Non sarà proselitismo, ma annuncio libero. Si entra in uno spazio di gratuità e di libertà. La Chiesa vive della qualità delle relazioni.

Suscitare visioni e profezie

Sempre di più si vede che si va verso un cristianesimo della scelta. Tenerlo presente cambia gli atteggiamenti degli annunciatori e dà un senso diverso a ogni proposta pastorale.

Questo vuol anche dire che si deve accettare, da adesso in poi, di essere minoranza, sale e lievito dentro la pasta, di non coincidere con la pasta.

Molte persone, in campo religioso, si muovono oggi nell’indecisione, nella confusione, a metà strada tra il tutto e il niente, senza un’adesione ferma a un impegno deciso: “Non so se sono un non credente; credo in qualche cosa, ma non so neppure io in che cosa; vorrei rendere adulta la mia fede, ma ci sono troppe contraddizioni nelle proposte; le cose cambiano troppo velocemente e non si vede dove è il bene”.

Queste perplessità, e tante altre che vengono sollevate, segnano la difficoltà a collocarsi e, al tempo stesso, una grande sete di senso e di spiritualità.

L’evangelizzazione non è conquista. Conformemente alle parole di Gesù, l’immagine più adeguata per esprimere l’evangelizzazione è quella della semina. L’annunciatore del vangelo è chiamato a seminare abbondantemente e senza paura, ma anche ad abbandonare ogni volontà di controllo sugli effetti della sua parola, come rispetto dell’altra persona e dell’azione di Dio. Non è infatti l’annunciatore che produce la crescita, ma la libertà dell’altro e la libertà di Dio che sempre sorprendono (Mc 4,26-27).

L’evangelizzazione passa oggi da molteplici percorsi. Ma ce n’è uno che sembra particolarmente opportuno. È la via dei piccoli gruppi a misura umana nei quali si possono discutere le questioni della vita e del messaggio evangelico con l’intelligenza, nella cordialità incondizionata e nel rispetto del cammino di ognuno.

La comunità cristiana è chiamata proporre gioiosamente il Vangelo senza pretendere nulla dall’altra parte. È il tempo di offrire gratuitamente. Se questa modalità diventa stile, allora cambiano le modalità di tutta la pastorale.

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4 Commenti

  1. Maria 9 febbraio 2024
  2. Mauro Mazzoldi 7 febbraio 2024
    • Anima errante 8 febbraio 2024
  3. G 7 febbraio 2024

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