Duello turco

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erdogan

Le operazioni di voto per le presidenziali turche sono già iniziate col voto dei residenti all’estero che, questa volta, potrebbe risultare decisivo, posto che i due candidati che si contendono la Presidenza della Repubblica il 14 maggio, in patria, sono appaiati, secondo i sondaggi.

Sondaggi che tuttavia stanno evolvendo seguendo una tendenza costantemente sfavorevole al presidente uscente – Erdoğan – che, secondo le proiezioni, sarebbe già stato superato, nelle intenzioni di voto, dallo sfidante, il kemalista – cioè leader del partito che fu di Ataturk – Kemal Kılıçdaroğlu. Benché il punto debole di quest’ultimo sia costituito dalla coalizione di ben sei partiti – alcuni di destra e alcuni di sinistra – che lo sostiene e che non dà sensazioni di compattezza e affidabilità all’elettorato.

Vecchi laicisti e nuovi islamisti – come l’ex mente pensante dell’erdoganismo, Davutoglu –, nazionalisti duri e socialdemocratici di stampo europeo, stanno insieme solo perché convinti che Erdoğan sia diventato ormai un pericolo. Ma il giorno dopo il voto, cosa potrebbe accadere?

Terremoto

Il punto debole di Erdoğan è la catastrofe prodotta dal terremoto del febbraio scorso e la percezione di inettitudine e di corruzione lasciata dalla sua classe dirigente, specie tra la martoriata popolazione rurale, la più colpita dal sisma e tradizionale base elettorale del presidente alla ricerca del terzo mandato dopo la riforma presidenzialista che prolungherebbe il suo potere ormai ventennale. Ma dalla sua c’è un punto forte che non può essere trascurato: lo Stato è ormai erdoganizzato; ogni apparato pubblico lo è.

Così appare improbabile che Kılıçdaroğlu, se mai vincesse, riesca a mantenere la sola promessa concreta che ha fatto: smantellare il forte presidenzialismo di Erdoğan: proprio quei poteri presidenziali potrebbero costituire, per lui, l’unica cosa salda rispetto ad una coalizione litigiosa e apparati statali che gli potrebbero girare facilmente le spalle. Economista celebrato per le sue campagne anticorruzione, Kılıçdaroğlu potrebbe aver bisogno proprio del sistema che ha detto di voler smantellare.

Erdoğan non ha problemi del genere, eppure punta chiaramente al ballottaggio. Il sistema elettorale presidenziale turco ricalca infatti quello francese: corrono in tanti, ma se nessuno prende la maggioranza assoluta si va al ballottaggio tra i primi due più votati. In tal caso, Erdoğan troverebbe il consenso del candidato ultranazionalista Sinan Oğan. Il voto dei giovani radunati intorno a Muharrem İnce non andrebbe, invece, altrettanto compattamente, a sostegno del suo rivale.

Curdi

Altro elemento decisivo di questi ultimi giorni di campagna elettorale è il voto della popolazione curda. Il partito HDP filo-curdo – che Erdoğan voleva mettere fuori legge – ha scelto di votare per lo sfidante. Una scelta che potrebbe cambiare tutto.

Che i curdi in Turchia non amino Erdoğan appare scontato, viste le recenti operazioni militari contro le popolazioni curde ai confini con la Siria e l’Iraq e le persecuzioni patite da molti anni. Ma anche i trascorsi del fronte kemalista non possono tranquillizzarli. La base curda seguirà le indicazioni del vertice del partito? Quanti – tra loro – diserteranno le urne?

Ad oggi, è l’argomento terremoto a tenere la scena, ancor più della catastrofe economica che Erdoğan ha propiziato nel suo stesso Paese, tanto da far ricordare l’epoca dei suoi avversari kemalisti, che produssero, allo stesso suo modo, anni di altissima inflazione sulla pelle della popolazione turca. Oggi il costo della vita strema i turchi anche per la scelta di Erdoğan di contrastare l’inflazione con tassi di interesse molto bassi: una scelta che nessun economista ha capito.

Profughi siriani

L’espulsione dalla Turchia dei milioni di siriani accolti anni fa, quando Erdoğan si atteggiava a paladino del mondo islamico, è poi lo slogan elettorale lanciato dagli oppositori, che oggi, tuttavia, unisce entrambi i contendenti. Nonostante gli sforzi di Putin di favorire il ritrovato «amico» Erdoğan coi suoi buoni uffici presso il siriano Bashar al-Assad, con questo non ci sono stati riavvicinamenti.

Il problema è che Assad quei siriani non vuole proprio riportarli «a casa»: lui si trova bene a governare sulle macerie tra cui coltivare il captagon: un’impresa che fa della Siria – e dei limitrofi territori libanesi controllati da Hezbollah – un autentico narco-stato insediato sulle coste del Mediterraneo.

Come noto, lautamente incentivato dall’Unione Europea, Erdoğan ha trattenuto i profughi siriani in Turchia – «volentieri» – pur di vedere fiumi di euro riversati dall’Europa nelle sue casse. Ma poi si è accorto che pure la sua base «islamica» non ne apprezzava più la presenza. Ora vorrebbe restituirli ad Assad, proprio come propone anche il suo rivale Kemal Kılıçdaroğlu, dal cui campo è arrivata l’accusa ai siriani – diffusa via social – «di fare la bella vita a spese dei turchi».

Tale narrativa non viene smentita, appunto, da nessuno dei campi politici che si fronteggiano. Non si vede discontinuità possibile, come pure non si vede sulla guerra in Ucraina: la «scelta mediana» – ovvero la capacità di giocare su più tavoli – tipica di Erdoğan, attento sia a Putin sia all’Occidente, non potrebbe che essere confermata da Kılıçdaroğlu.

Scelta strategica

Ad aggravare la situazione è sopraggiunto, appunto, il terremoto, che sta scuotendo il panorama politico turco: sulle elezioni grava più il peso dei morti sotto le macerie della corruzione pervasiva e dello stesso, ostentato, faraonismo erdoganiano, dotato di una flotta di 16 aerei presidenziali a svolazzare sopra le dure condizioni di vita dei turchi. Lo sfarzo del faraone Erdoğan è completato dal suo palazzo dalle mille e una stanza: un castello che Erdoğan ha voluto con tutte le sue forze per dare di sé l’immagine del nuovo sultano agli occhi del mondo.

erdogan

Il malore che ha colto Erdoğan negli ultimi giorni è parso indicare un colpo non affibbiato dal destino, bensì dalla meccanica spietata della storia: è giunta l’ora di decidere più precise alleanze per la Turchia?

Mentre affiora la direttrice asiatica trainata dalla Cina, affiancata da Russia e dall’Iran – e si direbbe ora anche dall’Arabia Saudita (che si avvicina in queste ore al Trattato di Cooperazione di Shangai e ai BRICS) – la Turchia ha di fronte la grande scelta strategica: tornare, con nuova convinzione, alla fedeltà atlantica o inserirsi nel nuovo corso con un’alleanza pan-turca che da Istanbul arrivi alle porte della Cina?

Erdoğan sembrava guardare in quella direzione, facendo della sua visione islamo-pan-turca qualcosa di simile alla visione cristiano-pan-russa di Putin: la pessima gestione della gigantesca emergenza sismica – e il bisogno di aiuto – potrebbero averlo frenato. Ma neppure si può dire che il composito cartello dei suoi avversari stia sul fronte «filo-americano», come, a una prima lettura, potrebbe apparire: Kılıçdaroğlu è solo contro Erdoğan, il resto si vedrà.

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