
Karol Nawrocki e Volodymyr Zelensky (Czarek Sokolowski| AP Photo)
Il 19 giugno il presidente della Repubblica polacca, Karol Nawrocki, ha tolto la massima onorificenza polacca (l’«Aquila Bianca») al presidente dell’Ucraina, Volodymir Zelensky, che l’aveva ricevuta nel 2023. Il gesto clamoroso alimenta il propagarsi dell’incendio xenofobo che pesa sul rapporto fra i due Paesi e in particolare sui due milioni di ucraini in Polonia (per metà sono rifugiati di guerra).
La decisione, peraltro condivisa dalla maggioranza della popolazione polacca, viene giustificata dal decreto di Zelensky di riconoscere alle Forze per le operazioni speciali dell’esercito il titolo onorifico intitolato agli eroi dell’UPA. UPA è l’acronimo dell’Esercito insurrezionale ucraino, il gruppo armato che durante la seconda guerra mondiale ha operato in Ucraina contro l’esercito russo fornendo un indiretto sostegno all’esercito nazista.
Il capo del movimento armato era il discusso nazionalista Stepan Andrijovič Bandera (1909-1959). A lui e ai suoi uomini è addebitato il massacro di 100.000 polacchi e la ritorsione per 15.000 ucraini. Il dramma è passato alla storia col nome della località: le stragi di Volyn (Volinia).
Memoria inquinata
Gli eventi drammatici di allora pesano sulla memoria storica di oggi in forme simmetriche e contrapposte. Per gli ucraini l’UPA fa parte della narrazione dell’identità nazionale necessaria per resistere oggi all’aggressione militare russa. Per i polacchi rappresenta una pagina oscura in cui armate filo-naziste hanno perseguito il genocidio di un popolo già stremato dalla violenza dell’esercito di Hitler.
I veleni insoluti della storia s’intrecciano con le spinte xenofobe verso la forte presenza ucraina in Polonia, con gli interessi della Russia di Putin di contrapporre i due popoli, con la necessaria collaborazione politico-militare in ragione della guerra, con l’auspicata azione comune dentro il quadro dell’Unione Europea.
Nel groviglio di contrapposti interessi e posizioni le due decisioni appaiono entrambi sbagliate. In ogni caso confliggono con lo sforzo pluridecennale di una pacificazione a cui la straordinaria accoglienza dei polacchi nei confronti degli ucraini all’inizio della guerra nel 2022 sembrava avere posto un argine di grande forza.
Le reazioni esprimono la difficoltà del momento. Lukasz Adamski, presidente del centro Miroszewski per il dialogo polacco-ucraino ha parlato di una reazione molto forte di Karol Nawrocki a un gesto non amichevole di Zelensky.
Karolina Romanowska dell’associazione di riconciliazione polacco-ucraina solleva rilievi sulla resistenza ucraina ad affrontare il passato drammatico delle stragi di Volyn.
In difficoltà il primo ministro, Donald Tusk, che assiste al duello fra i presidenti senza grandi mezzi per intervenire, anche per l’ampio consenso sociale della scelta del presidente a lui avverso e arrivato alla presidenza sulla spinta della destra politica che cavalca da tempo l’onda xenofoba.
La Chiesa cattolica, su cui tornerò, non è intervenuta nella disputa ma rappresenta un forte elemento di resistenza alla deriva della destra più aggressiva ed è l’elemento trainante del dialogo civile e istituzionale. Sul versante ucraino, anche per la guerra in corso, il fronte della politica e dei media si è compattato dietro la scelta di Zelensky.
La spinta xenofoba
Marek Melnyk, professore di sociologia della comunicazione a Olsztyn e attivo nel dialogo polacco-ucraino scrive sull’agenzia KAI (3 giugno):
«Dall’aggressione russa contro l’Ucraina è in corso una intensa ricostruzione della memoria storica ucraina. In questo contesto, figure e formazioni associate alla lotta per l’indipendenza contro l’Unione Sovietica rivestono un ruolo sempre più importante. Per una parte significativa dell’opinione pubblica ucraina, l’armata insurrezionale ucraina (UPA) è principalmente un simbolo della resistenza antisovietica e della lotta per il proprio stato. Ciò non implica automaticamente l’accettazione di tutte le azioni di questa unità militare».
E lo stesso Zelenky non è un nazionalista esasperato. Fino al 2022 era criticato per questo. Se per la società ucraina l’UPA è un emblema della lotta per l’indipendenza dai russi, per i polacchi «è principalmente un’organizzazione militare responsabile dei crimini commessi contro i civili durante il massacro della Volinia e altri atti di violenza etnica».
Una memoria polacca che ora alimenta la spinta xenofoba verso l’ingombrante presenza ucraina, accusata per un accesso privilegiato ai servizi pubblici e nelle sovvenzioni alle famiglie e agli alloggi popolari.
La denuncia di una giornalista ucraina delle aggressioni subite ha moltiplicato le testimonianze in merito. A scuola, sul lavoro, sui mezzi pubblici la diffidenza degli autoctoni è palpabile a dispetto di dati come il contributo degli ucraini al PIL polacco dell’ordine del 2,7%. Una tensione che viene alimentata dai russi in una guerra ibrida senza quartiere. Si nota il crescere di una sfiducia reciproca.
«Tuttavia, ciò non significa che la riconciliazione polacco-ucraina, sostenuta dalle Chiese cristiane e dalle organizzazioni religiose di entrambi i Paesi, debba essere interrotta o messa in discussione. Al contrario, da questa situazione dovremmo trarre la conclusione che una riconciliazione duratura non può basarsi sul silenzio riguardo a questioni storiche difficili, ma sul coraggio di affrontarle» (Marek Melnyk).
La Chiesa cattolica in particolare, sia sul versante polacco sia su quello greco-cattolico ucraino, ha un lungo cammino alle spalle. Sull’onda della memoria della riconciliazione polacco-tedesca, avviata nel 1965, si è aperto un dialogo fra i due episcopati nel 1987 sulla necessità del perdono e della riconciliazione polacco-ucraina. L’anno successivo a Jasna Gora vescovi e clero dei due Paesi si sono incontrati. Nel 2001 il viaggio di Giovanni Paolo in Ucraina è stato un momento in cui si è affrontato il tema del perdono, concesso e ricevuto, fra due popoli.
Si avvia successivamente una commissione di cooperazione fra i vescovi e nel 2004 il card. Husar (primate della chiesa greco-cattolica) accompagna il pellegrinaggio dei giovani di ambedue i Paesi al santuario ucraino di Zarvanitsa.
Nel 2005 in piazza Pilsudski a Varsavia il presidente della conferenza episcopale polacca Josef Michalik e il card. Lubomir Husar fanno una preghiera di riconciliazione e pubblicano una lettera congiunta. Nel 2013 vi è una dichiarazione condivisa per una testimonianza comune dei due paesi in una Europa unita. Un documento comune è firmato due anni dopo.
Importante è stata la visita ufficiale dei vescovi polacchi all’inizio della guerra nel 2022 in cui all’invocazione della pace verso i russi si accompagnava una ulteriore spinta alla riconciliazione polacco-ucraina.
Il compito rinnovato
A 80 anni dalle stragi (2023) una dichiarazione condivisa, pur riscontrando i nodi non ancora risolti (come il giudizio su Bandera o la qualifica di genocidio o la richiesta di dare riconoscimento e sepoltura ai morti) e con la presenza delle massime autorità politiche dei due paesi nel momento della firma, si dice:
«Milioni di polacchi hanno aperto le loro case e i loro cuori ai rifugiati ucraini. Il governo polacco fornisce l’assistenza sia ai rifugiati ucraini sia allo stato ucraino. Lo facciamo in vista del comandamento del Vangelo, ma anche nella consapevolezza che questa volta gli ucraini stanno lottando “per la nostra e la vostra libertà”. Paradossalmente, il risultato del tentativo russo di distruggere il popolo ucraino ha portato al riavvicinamento dei nostri popoli» (cf. qui su SettimanaNews).
L’attuale crescita della tensione etnica e politica è un segnale di impegno per la Chiesa polacca e le chiese ucraina (greco-cattolica, latina e ortodossa) per rinnovare il canale di comunicazione e intesa fra i due popoli.





