
Il 4 settembre 1926 nasceva a Vienna Ivan Illich, uno degli intelletuali più originali e intriganti del XX secolo. Egli intrattene con Paolo Prodi un rapporto di profonda amicizia, stima e affetto: coglierne un aspetto di “crisi” significa continuare il lavoro che, al tempo stesso, li accomunava e distanziava.
Uno degli aspetti più affascinanti del lavoro sui lasciti di uno studioso è quello di incappare in un qualcosa che ha il gusto della scoperta. Mi è capitato un’esperienza del genere qualche anno fa, mentre riordinavo parte della biblioteca personale di Paolo Prodi: quasi senza accorgermene, a un certo punto mi sono ritrovato in mano con una serie di lavori (probabilmente ancora inediti) che Ivan aveva inviato a Paolo – tre/quattro dattiloscritti e alcuni manoscritti. Dede Prodi mi disse che Ivan aveva la consuetudine di mandare a Paolo appunti e/o testi dei seminari che stava preparando.
Questa piccola scoperta mi ha consentito di gettare uno sguardo sul loro rapporto, una volta morti entrambi. Tra Ivan Illich e Paolo Prodi vi era un legame estremamente profondo – un’amicizia intensa, che si estendeva a tutta la famiglia di Paolo. Ricordo ancora il racconto della sua ultima visita a Ivan: «Andammo a trovarlo in ospedale. Era nella sua stanza, ci accolse con un sorriso caloroso. A un certo punto mi disse: “andiamo su in terrazza”. Salimmo senza dirci una parola, mentre Dede rimase nella stanza. Ci appoggiammo alla ringhiera e, all’improvviso, Ivan mi disse: “dammi un sigaro, per favore… e consideriamo questa vita conclusa”. Fumammo un Toscano ciascuno, assaporando ogni boccata senza dire una parola. Poi tornammo nella sua stanza per unirci a Dede».
Questa stretta amicizia personale era indubbiamente accompagnata da un profondo rispetto intellettuale reciproco. L’ammirazione di Ivan per Paolo, e il suo debito verso l’approccio dello storico bolognese per ciò che concerne il rapporto fra genesi della modernità e cristianesimo occidentale, sono espliciti: «Paolo e io ci siamo conosciuti ben trent’anni fa, quando lui aveva una borsa di studio presso il Woodrow Wilson Institution a Washington (…). Paolo e io ci siamo incontrati più e più volte (…). Sul tema della “criminalizzazione del peccato” mi rimetto alla sua autorità e sono abbastanza certo che abbia ragione».
Allo stesso modo, Prodi riteneva che Illich fosse una figura centrale nella sua vita personale e nell’interpretazione del cristianesimo lungo l’arco della modernità europea: «Col passare del tempo, il mio rapporto con Ivan è diventato più stretto e profondo, sebbene lungo percorsi diversi. Profezia contro utopia: solo partendo da questa critica si possono comprendere le grandi riflessioni antropologiche e storiche che hanno reso famoso Ivan, in particolare le sue profonde intuizioni sulla corruptio optimi pessima e sul rapporto tra modernità e cristianesimo».
***
Ma quali sono questi percorsi diversi di cui parla Prodi? Non si tratta semplicemente del fatto che uno dei due amici abbia trascorso la vita nel mondo accademico dell’università, mentre l’altro andava inventandosi un percorso ibrido come intellettuale che attraversava i campi del sapere e le ideologie del tempo. Né riguarda il campo di ricerca a cui Prodi e Illich hanno dedicato il meglio della propria curiosa intelligenza e le proprie capacità critiche nel leggere in controtendenza le dinamiche della modernità. Paradossalmente, i due percorsi diversi riguardano lo stesso viaggio di attraversamento e interpretazione della modernità in relazione al divenire del cristianesimo storico. Questa intensa vicinanza di ricerca rappresenta anche l’ambito del loro divergere.
Quando nel dialogo con Paolo Prodi si arrivava a parlare di Illich si percepiva come un taciuto nelle sue parole – un’ombra sulla quale non si riusciva a fare luce neanche cercando di incalzarlo. Nel gioco delle memorie personali emerge una curiosa discrepanza in merito alla data del loro primo incontro. Come visto, Illich lo colloca intorno a metà degli anni ’70 (Prodi, infatti, si recò presso il Woodrow Wilson Institution in qualità di Fulbright Visiting Scholar nel 1978-1979). Il racconto di Prodi è diverso – e ben documentato: «La mia esperienza personale più profonda derivò dall’amicizia con Ivan Illich e dal progetto – che non vide mai la luce – di fondare un centro di riflessione e ricerca in America Latina. Questo centro sarebbe stato simile a quello di Bologna e si sarebbe concentrato sul processo di acculturazione cristiana durante l’era coloniale. Il risultato di questa esperienza fu un viaggio in Messico e Brasile nell’estate del 1966. (…) La decisione di portare avanti questo progetto fu presa durante una lunga serata con Ivan, tra il 4 e 5 ottobre 1964. La data è precisa perché mia figlia Marta nacque la mattina seguente».
Mentre il percorso condiviso di Prodi con Illich si concentra sull’esperienza di Cuernavaca, quello di Illich sembra iniziare solo dopo la chiusura del CIDOC (1976). Dopo Cuernavaca, nella narrazione di Prodi i percorsi dei due amici in un qualche modo si dividono; mentre in quella di Illich inizia il cammino fatto insieme. La discrepanza che sta dietro queste differenti cronologie racchiude probabilmente il materiale di più alto interesse per una lettura intrecciata dei due percorsi – oramai saldamente attestati per entrambi intorno al tema del rapporto tra modernità europea (Prodi) / occidentale (Illich) e il cristianesimo.
***
Un primo approccio potrebbe essere quello che Illich chiama la «criminalizzazione del peccato», che Prodi interpreta come genesi del forum internum: che, nella sua dialettica col forum externum (presieduto dal potere – religioso e/o politico), rappresenta uno dei principi fondanti della giustizia nella civiltà occidentale.
Sia Illich che Prodi esplorano l’intreccio tra cristianesimo e modernità, ma lo fanno seguendo approcci distinti e concentrandosi su aspetti diversi (apparentemente antitetici) di questa relazione. Illich traccia un percorso genealogico imperniato sulle pratiche sociali; mentre Prodi opta per una genesi della modernità come storia costituzionale. Chiaramente, proprio nella loro diversità queste due letture hanno punti di contatto: entrambi, infatti, si riferiscono a un sistema di forze che li interseca – inoltre, pratiche sociali e istituzioni pubbliche non possono essere completamente disgiunte le une dalle altre.
È all’interno di questo amalgama fra divergenze e convergenze che, a mio avviso, va cercato il segreto mai detto del taciuto di Prodi su Illich.
In prospettiva genealogica, Illich attribuisce la traiettoria della modernità alla perversione del cristianesimo; che, secondo lui, trova il suo fulcro nel processo di istituzionalizzazione del Vangelo e della comunità messianica delle origini. D’altro lato, quello di Prodi, in chiave di genesi, il cristianesimo è sempre stato (anche) una forma istituzionale – fatto, questo, che gli ha permesso di interagire dialetticamente con il potere politico anche nelle sue forme più primitive.
A questo punto, ci si potrebbe chiedere: ma Illich e Prodi hanno lavorato sulla stessa cosa? L’integrazione, da parte di Illich, delle ricerche di Prodi nella sua genealogia della modernità sembrerebbe spingere verso una risposta affermativa: «Ovunque cerchi le radici della modernità, le trovo nei tentativi delle Chiese di istituzionalizzare, legittimare e gestire la vocazione cristiana. (…) Così, in quanto homo technologicus, creiamo istituzioni a tale scopo. Questo è ciò che chiamo la perversio optimi quae est pessima».
Lo status quaestionis è diverso se visto dal lato di Prodi. Egli ritiene, infatti, di condividere con Illich un nucleo di ricerca strettamente legato a quello che avrebbe dovuto diventare il CIDOC – e certo è l’interesse dello storico bolognese per i processi di acculturazione del cristianesimo in America Latina (non solo per ciò che concerne l’epoca coloniale). Tuttavia, quando dal punto di vista di Illich, il focus della ricerca converge, Prodi sembra prendere le distanze dall’uso che Illich fa del quadro ermeneutico e degli esiti della sua ricerca sulla genesi della modernità. «Poi – scrive Prodi – la chiusura del CIDOC ha portato la nostra amicizia e collaborazione a livelli diversi» (che però sono rimasti sotto un velo del taciuto quasi impenetrabile nella narrazione personale di Prodi).
***
Per gettare uno sguardo su questa diversità di livelli, come detto, una via potrebbe essere quella di cercare di comprendere cosa i due intendono quando affrontano la questione del peccato e del crimine. Attingendo al lavoro di Prodi sul giuramento (1992), e alle sue prime ricerche sulla storia della giustizia (pubblicata nel 2000), Illich osserva che nel XII secolo «l’infedeltà peccaminosa divenne un crimine. Il giuramento matrimoniale legalizza l’amore, e il peccato diventa una categoria giuridica». E poi: «Il IV Concilio lateranense istituisce il pastore come colui che, in segreto, giudica o assume una posizione giuridica nei confronti di ogni uomo o danna cristiani. Ciò rende il perdono del peccato, in modo del tutto nuovo, un atto giuridico».
Se si guarda a ciò che Prodi scrive sui giuramenti, i sacramenti e il forum internum si può iniziare a cogliere quella diversità da lui percepita fra la propria concezione della genesi della modernità e l’approccio genealogico di Illich. «Nel XII secolo, la struttura costituzionale della Chiesa è chiaramente suddivisa in due sfere: la sfera sacramentale, definita dai sette sacramenti, e la sfera giuridica, con i suoi complessi organi di governo e tribunali. Questi sviluppi comportano l’espulsione del giuramento dalla realtà sacramentale e la sua divisione interna. Da un lato vi è un aspetto riguardante il peccato e il rapporto con Dio, che rientra nella coscienza personale e nel sacramento della confessione. D’altro lato vi è un aspetto riguardante la società, sulla quale la Chiesa rivendica il diritto di giudicare con piena autorità in quanto questione spirituale».
Mentre Illich afferma un’introduzione del giuramento come istituzionalizzazione del matrimonio in quanto sacramento, Prodi dice il contrario affermando, invece, l’espulsione del giuramento dall’ordinamento sacramentale della Chiesa. Per quest’ultimo non si tratta di una «criminalizzazione del peccato», quanto piuttosto della genesi della coscienza individuale quale spazio del rapporto fra la persona e Dio sottratto a ogni potere del diritto positivo. Per ciò che concerne il peccato, questo rapporto è rimesso alla mediazione sacramentale (e non giuridica) della Chiesa; la legge entra in gioco solo per riferimento all’organizzazione della società, in relazione alle ripercussioni pubbliche del peccato personale (che come tale, ossia peccato, è sottratto al dominio del diritto). Seguendo l’interpretazione di Prodi, questa distinzione genera una sfera dualistica della giustizia nella civiltà europea: costituita dalla dimensione morale della coscienza individuale (foro interno) e dalla dimensione pubblica del diritto (foro esterno).
Infatti, scrive Prodi, «la legge della coscienza sembra distinguersi e prendere sempre più le distanze dalla sfera giuridica in quanto questione privata; mentre la caratteristica del delitto/crimine è sempre quella di essere un atto pubblico punito dalla legge scritta. La divergenza tra diritto e morale non è solo risultato dell’Illuminismo, ma anche opera di moralisti e teologi che hanno insistito sul fatto che peccato e reato non coincidono».
***
Secondo Illich, «attraverso la criminalizzazione del peccato si sono gettate le basi per un nuovo modo di concepire la cittadinanza come un imperativo della mia coscienza: mentre i cittadini interiorizzano le leggi e le costituzioni dello stato come esigenza della coscienza».
Ma con la genesi di un foro interno, distinto dal foro ecclesiale pubblico e dal foro esterno politico, nell’interpretazione di Prodi, è proprio questo legame diretto fra diritto positivo e coscienza a essere sciolto (de iure) o quantomeno ostacolato in tutti i modi possibili (de facto). La distinzione fra il foro morale interno e il foro esterno del potere positivo (fortemente sostenuta dalla Chiesa cattolica e in misura minore dalle Chiese della Riforma) ha impedito la sacralizzazione della politica e ne ha favorito la secolarizzazione. Scrive Prodi: «Credo che la Chiesa cristiana, con la sua prospettiva dualistica e il rifiuto di diventare una società iniziatica o una setta giurata, abbia spianato la strada all’Occidente – nonostante le contraddizioni e le tentazioni storiche – verso una secolarizzazione della politica».
La genesi del foro interno crea uno spazio di libertà individuale non solo indisponibile al diritto positivo e al potere di chi lo emana, ma anche capace di opporsi a questo potere in nome della coscienza stessa. Ecco perché parlare di «criminalizzazione del peccato» per mano della Chiesa rappresenta, quantomeno, un fraintendimento genealogico della genesi della modernità così come la interpreta Prodi. Sul lato della storia costituzionale dell’Occidente, si potrebbe dire che la lettura (e appropriazione) di Illich dell’impianto di Prodi è indebita. Le cose cambiano se ci si pone sul lato delle pratiche sociali – quello di Illich, appunto; perché qui vale non tanto ciò che costituisce il sacramento, quanto come questo viene percepito e compreso da parte di chi vi accede e di chi lo celebra. Rimane il fatto, però, che far transitare un dato della genesi della modernità nella sua genealogia rappresenta un passaggio metodologicamente dubbio e in parte discutibile.
***
Solo un piccolo esempio di come due amici così vicini potessero essere così distanti. Entrambi ci hanno lasciato affascinanti intuizioni e percorsi da esplorare nella nostra ricerca – e il modo di onorarli non può essere che quello di confrontarci con i punti di maggiore divergenza fra genesi e genealogia della modernità, senza pretendere di farle convergere tra di loro in nome dell’uno o dell’altro.





