
Abbiamo posto al professor Silvano Tagliagambe – docente emerito di Filosofia della Scienza all’Università di Sassari, coautore del volume Intelligenza come comunicazione. La relazione traintelligenza naturale e intelligenza artificiale (MIMESIS 2026) – alcune domande sulla lettera enciclica Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale di papa Leone XIV.
– Caro professore, l’incipit dell’enciclica è noto: «LA MAGNIFICA UMANITÀ creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva»: ne condivide il tono ultimativo?
Magnifica humanitas si pone in linea di continuità con la Nota – dei dicasteri della fede e della cultura – sul rapporto tra intelligenza artificiale e intelligenza umana – Antiqua et nova – licenziata da papa Francesco nel gennaio del 2025. Ne riprende lo stesso tono di crucialità, che viene motivato dal seguente passo: «essendo una tale tecnologia progettata per imparare e adottare in autonomia alcune scelte, adeguandosi a nuove situazioni e fornendo soluzioni non previste dai suoi programmatori, ne derivano problemi sostanziali di responsabilità etica e di sicurezza, con ripercussioni più ampie su tutta la società. Questa nuova situazione induce l’umanità a interrogarsi circa la propria identità e il proprio ruolo nel mondo» (n. 3).
– Poche righe sotto l’esordio, l’enciclica ricorda che «su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto»: dunque, nulla di assolutamente nuovo e di così grave che l’umanità non abbia la facoltà di affrontare e di volgere al bene?
Leone XIV mette giustamente in evidenza tutti i rischi e i pericoli della tecnologia chiamata IA per affrontarne la sfida. L’invito implicito ed esplicito che percorre il testo è a “darsi da fare”, “a sporcarsi le mani”, a lavorare con fiducia: quindi, non un atteggiamento preconcetto ma costruttivo che mi trova assolutamente d’accordo.
– Al n. 98, papa Leone, senza arrivare ad offrire definizioni, scrive che l’IA «è più coltivata che costruita». Qual è il senso dell’immagine?
In questo passaggio l’enciclica impiega un’immagine derivata dai più avvertiti scienziati del settore. Cito in proposito Pierluigi Contucci, professore di Fisica e Matematica all’Università di Bologna, coautore con Luca Saba, direttore del dipartimento di Medicina dell’Università di Cagliari, e col sottoscritto, del volume recentemente pubblicato.
Contucci opera paragoni con altre epoche storiche, in particolare con quella dell’avvento delle macchine a vapore: esempio emblematico e calzante di una tecnologia che ha preceduto la relativa teoria scientifica, ossia la termodinamica, costruita in seguito. Contucci definisce quelle fasi “pre-paradigmatiche”. Ebbene, possiamo dire di trovarci in una circostanza analoga, in cui dell’IA, senza averne ancora una consolidata teoria scientifica, si dispongono avanzate applicazioni operative.
È vero: l’enciclica non dà delle definizioni dell’intelligenza in generale, ma neppure gli esperti della materia sono riusciti a trovare, ad oggi, una definizione condivisa. E non c’è neppure un’idea condivisa di quale sia l’intelligenza di cui dispone l’IA. C’è chi nega che, nel caso dell’IA, si possa parlare di intelligenza. Non ci si trova d’accordo sulla differenza che sussiste tra intelligenza umana e artificiale.
Non disponiamo di una teoria scientifica chiara dell’IA, perciò, per far capire cosa sia, si ricorre spesso ad immagini mutuate dalla biologia o dalla botanica. Per questo, anche il papa scrive che l’IA «è più coltivata che costruita», perché la costruzione implica una teoria dalla quale dedurre e, appunto, costruire, ciò che ancora non c’è.
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– Ciò che lei mi sta spiegando incrementa la mia preoccupazione…
È precisamente la preoccupazione del papa, la mia e la nostra preoccupazione. Ed è una preoccupazione espressa persino da chi lavora nel settore, da chi produce IA.
Proprio il 2 giugno scorso infatti – quindi, pochi giorni dopo la pubblicazione dell’enciclica – un gruppo di 150 eminenti matematici e informatici ha reso nota la Dichiarazione di Leiden.
È molto interessante mettere a confronto i due testi, redatti in contesti e in maniere del tutto indipendenti. La Dichiarazione di Leiden tende, infatti, a stabilire alcuni principi fondamentali – a porre paletti etici – per lo sviluppo dell’IA: rigore, trasparenza, libero accesso ai risultati delle ricerche, attribuzione delle responsabilità, controllo pubblico delle infrastrutture ecc.
Questo documento, in particolare, insiste sulla preservazione del «controllo umano» e su di una collaborazione – orientata al bene comune – che eviti monopoli che «possono limitare l’accesso alle risorse di calcolo e ostacolare la ricerca indipendente». La Dichiarazione prende in considerazione, inoltre, i riflessi sociali dello sviluppo disordinato delle tecnologie di IA.
Come non costatare una singolare convergenza tra la Dichiarazione di Leiden e l’enciclica Magnifica humanitas?
– Possiamo confidare, quindi, che, almeno le persone di scienza, si stiano ponendo gli stessi interrogativi etici?
Ricordo che la rivoluzione scientifica del Seicento – con Bacone e Galileo – è nata per combattere l’idea degli umanisti e dei filosofi rinascimentali secondo i quali, per accedere alla conoscenza, sono necessarie doti eccezionali, al di sopra di quelle possedute dalla media del genere umano, in quanto solo chi possiede una disciplina spirituale e intellettuale superiore – e una mente dotata di un’intelligenza e di un’intuizione non comuni – può contemplare l’armonia dell’universo.
Per Galileo, invece, il metodo scientifico, è basato sulle “sensate esperienze” – ossia l’osservazione oggettiva gli esperimenti – e sulle “necessarie dimostrazioni” – ossia sul ragionamento logico-matematico che produce un uguagliamento delle intelligenze, cioè la democratizzazione del sapere che mette chiunque in condizione di indagare la natura. Se la scienza contraddice questa idea di democratizzazione, contraddice il proprio spirito originario.
Oggi, invece, siamo di fronte a una tecnologia il cui possesso e controllo sono concentrati nelle mani di pochissime aziende che forniscono la potenza di calcolo e le piattaforme necessarie per far funzionare l’IA, con conseguente incremento delle disuguaglianze.
–Dove sta, allora, la sfida o il problema di fondo?
Il problema di fondo sta nella assimilazione della ricerca scientifica – e della sua crescita – alla dinamica industriale. Allo stato attuale l’IA, più che di processi scientifici, è l’esito di una dinamica industriale che non si vuole sottoposta a vincoli, a regole, a limiti, semplicemente perché il senso del limite non le è proprio; mentre una tecnologia che tende a simulare le prerogative umane non può affatto essere fatta passare per un “normale” processo di sviluppo industriale. Lo dice il papa ma lo dice anche il buon senso.
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– Le aziende – e magari la finanza che le alimenta – non si stanno quindi ponendo alcun dilemma “etico”?
Non è del tutto vero, e voglio segnalare in proposito il report dal titolo When AI builds itself, pubblicato il 4 giugno di quest’anno – quindi una decina di giorni dopo la “MH” – dall’Istituto Anthropic che avverte sui pericoli dell’“auto-miglioramento ricorsivo”, vale a dire della capacità dell’IA di progettare e di programmare autonomamente le sue future versioni senza l’intervento umano.
Il testo sottolinea che ormai oltre l’80% del codice utilizzato per sviluppare i modelli di Anthropic è scritto dalla stessa IA e solleva, per questo, seri dubbi sulla capacità dell’uomo di mantenere il controllo sui futuri sistemi intelligenti. Sostiene, per questo, che «nessuno può prevedere oggi cosa possa accadere (domani)»: i modelli di IA potrebbero mostrarsi abbastanza “saggi” da trovare soluzioni inedite ai problemi complessi che l’umanità ha di fronte a sé, e questa è la migliore delle ipotesi, ma potrebbero rivelarsi pure assai poco “saggi”, tanto da andare incontro, “senza coscienza”, ai «rischi e pericoli», assai concreti, che sono quelli denunciati dal papa. Quest’ultima è la peggiore delle ipotesi che non può essere scartata a priori.
– A tal proposito, il papa – qua e là nell’enciclica – accenna alla necessità di porre un «freno» allo sviluppo delle tecnologie sino ad una vera e propria «rinuncia» almeno in alcuni casi (n. 140). Ciò è auspicabile e possibile?
È la stessa Anthropic, nel documento che ho citato, ad auspicare una pausa di riflessione sull’IA, una pausa che dovrebbe ovviamente essere condivisa da tutti i soggetti che operano nel campo al fine di consentire alla ricerca sulla sicurezza e alle strutture sociali di adattarsi, prima che l’IA raggiunga il temuto “auto-miglioramento ricorsivo”.
Questo dimostra quanto le preoccupazioni del papa siano fondate, e non siano esclusivamente dettate da proprie ragioni teologico-morali. L’Istituto Anthropic sostiene, non a caso, posizioni simili, in quanto afferma che «sarebbe positivo per il mondo avere la possibilità di rallentare o di mettere temporaneamente in pausa lo sviluppo dell’IA “di frontiera”».
Sicuramente, però, sarà difficile fermare o anche solo frenare un processo dal decorso impetuoso, anche se è ciò che si dovrebbe fare: concordare una pausa o un rallentamento tra tutte le aziende, con la regia e la volontà dei decisori politici.
– Papa Leone (ad es. al n. 64) invita a pensare, per ciò, forme di cooperazione e istituzioni internazionali più efficaci, proprio mentre quelle che già esistono si mostrano estremamente deboli…
Infatti, il papa sottolinea la sua preoccupazione proprio per il fatto che le istituzioni internazionali – dedicate al controllo della situazione geopolitica nella sua globalità – siano oggi non solo indebolite, ma anche messe in discussione e addirittura sbeffeggiate da taluni.
A mio giudizio, si dovrebbe ben riflettere su questa situazione, sia a livello di singoli individui, sia a livello di popoli e nazioni. Tutti dovremmo ricordare e prendere atto del fatto che la vita presuppone – ed è fondata – sui rapporti di fiducia reciproca, e che se a questa subentra la sfiducia generalizzata – tra individui e popoli – la stessa sopravvivenza del genere umano è esposta a rischi tutt’altro che ipotetici e astratti.
Non possiamo quindi, proprio ora, prescindere dal ruolo fondamentale delle istituzioni e delle istituzioni internazionali, ricordando tutto ciò che in positivo hanno fatto – e continuano a fare – organizzazioni come l’ONU, ovviamente, ma anche l’Organizzazione mondiale del commercio, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo e altre ancora, che lavorano, pur con tutti i limiti, per assicurare un minimo di equilibrio alla situazione globale del mondo.
Proviamo ad immaginare un mondo privo dell’apporto di queste organizzazioni, e quindi senza un minimo di fiducia e di cooperazione reciproca: collasserebbe rapidamente. Per questo fa bene papa Leone a contrastare con forza la deriva della sfiducia.
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–Tutto il capitolo 5° dell’enciclica è dedicato dal papa al superamento della guerra. Al n. 110 invita espressamente a «disarmare l’IA». Cosa ne pensa?
Un uso sconsiderato dell’IA potrebbe portare a uno scenario basato su una visione pessimistica della natura umana, caratterizzata da egoismo, sopraffazione e aggressività, dove gli individui possono trattarsi a vicenda come nemici: homo homini lupus, un mondo di totale sfiducia reciproca, in cui nell’altro si vede solo un nemico e una minaccia, un mondo in cui la vita risulta semplicemente impossibile, come detto.
A questa visione il papa ne contrappone una opposta, in cui, anche con l’ausilio dell’IA, si può ipotizzare un mondo completamente diverso, fondato sulla fiducia e sulla cooperazione, anziché sull’esasperazione dei conflitti.
È una strada certo ardua da percorrere, ma vale la pena di cogliere i piccoli spiragli che sono offerti oggi dalle guerre in atto, che ci propongono orrori di ogni tipo, ma pure una situazione in gran parte inedita, quella di Stati che sembravano sull’orlo del collasso, sia militare, sia economico, destinati a una resa senza condizioni, che con l’ausilio dell’IA sono riusciti a sviluppare droni e missili economici e a disporre di sensori, immagini satellitari, software di targeting e sistemi guidati dall’intelligenza artificiale che stanno trasformando il campo di battaglia in uno scenario molto diverso dall’usuale.
La conseguenza è che le previsioni e i calcoli tradizionali su cui erano basate le invasioni e le aggressioni risultano sempre più inaffidabili: difendersi risulta più efficace e meno costoso, e i conflitti si fanno di giorno in giorno più logoranti e incerti nei loro esiti. Le guerre, oltre che ingiuste, si rivelano sempre più scelte stupide, come dimostra il vistoso scarto tra le previsioni e le attese di chi le scatena e ciò che poi si registra nei fatti. Ormai smentiscono sistematicamente l’illusione di interventi rapidi e “chirurgici”. Per questo l’Economist sostiene che la nuova tecnologia militare sta rendendo «più facile per gli Stati più deboli resistere e dissanguare quelli più forti».
Questa situazione dovrebbe far riflettere un po’ tutti, anche i potenti e i prepotenti di turno: nessuno può sentirsi al sicuro e dare per scontata la propria superiorità Meglio sarebbe – per tutti – accogliere l’invito del papa a sedersi, parlarsi, ragionare, ricorrendo alla diplomazia.
– Perché, secondo lei, questa umanità, per papa Leone, resta MAGNIFICA, nonostante tutto?
Nel Messaggio del Santo Padre Leone XIV in occasione della 63ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni del 26 marzo scorso, papa Leone ha scritto del «pastore bello», citando un autore a me molto caro, padre Pavel Florenskij, russo ortodosso: «L’ascetica non crea l’uomo “buono”, ma l’uomo “bello”. Il tratto che contraddistingue i santi, infatti, oltre alla bontà, è la bellezza spirituale luminosa che irradia da chi vive in Cristo. Così la vocazione cristiana si rivela in tutta la sua profondità: partecipare della sua vita, condividere la sua missione, splendere della sua stessa bellezza» (da La colonna e il fondamento della verità).
In che senso, dunque, per il papa, che cita Florenskij, l’umanità è “magnifica”, e anche ogni persona lo è? Lo spiega, appunto, Florenskij col concetto antropologico e teologico di целомудрие, celomudire, composto da due radici: celyj (intero/integro) e mudrost’ (saggezza/intelligenza), traducibile quindi come “saggezza integrale, pienezza e sintesi armoniosa tra corpo e mente, tra processi cognitivi ed emozioni e sentimenti, tra istinto e ragione, tra materia e spirito che si oppone ad ogni frammentazione, ma anche ad ogni egoismo, ad ogni presunzione di autosufficienza, permettendo all’uomo di percepire la realtà nella sua interezza.
Penso che papa Leone abbia voluto nel Messaggio dire, con Florenskij, che l’integrità della persona umana è un equilibrio dinamico garantito da una “memoria interiore” che è anche quella “eterna” di origine divina. Non è certo un caso che pochi giorni dopo la pubblicazione della sua enciclica, durante il viaggio apostolico in Spagna, il papa abbia voluto opporre alla memoria come archivio passivo e come insieme di ricordi nostalgici e folkloristici, una concezione dinamica della memoria storica, quale stimolo e motore del presente e per la costruzione del futuro.
Durante la solennità del Corpus Domini a Madrid, ha in particolare sostenuto che la memoria di fede agisce come una forza viva, e ha esortato la società a fare in modo che la grande tradizione e il patrimonio secolare della religione non si trasformino in un “museo del passato”, ma fungano da continua fonte d’ispirazione per il presente, per il bene delle relazioni sociali e per la protezione dei più fragili.
A questa totalità e armonia, l’IA oppone il tentativo di simulazione della persona umana basato sulla suddivisione in funzioni separate e reciprocamente indipendenti che, proprio per questo, tradiscono la bellezza originaria dell’humanitas, che – sì – non consiste nella perfezione – traguardo di fatto irraggiungibile – bensì nel carattere integrale della saggezza che è in grado di esprimere, se mette in atto tutte le sue potenzialità; soprattutto se non cade nella tentazione e in ciò che Florenskij considera il “peccato radicale” da cui scaturiscono tutti gli altri: l’aseità – dal latino “da sé stessi”.





