
Infinite Mirror Rooms di Yayoi Kusama.
C’è un momento, nella vita di ognuno, in cui qualcosa dentro comincia a scricchiolare, ancora prima che la mente se ne accorga. Non è una crisi vera e propria, e nemmeno un semplice fastidio passeggero: è l’annuncio silenzioso di un passaggio.
La psicologia, la neuroscienza, l’arte e la saggezza delle tradizioni spirituali dicono, ognuna a modo suo, la stessa cosa: si cresce davvero solo quando si accetta di attraversare una soglia.
Il fastidio: un messaggio, non un guasto
Il fastidio non arriva mai per caso. Non è un errore da correggere, ma un segnale: il momento in cui qualcosa dentro di noi smette di ripetere gli stessi schemi e comincia a cercarne di nuovi. Il corpo lo sa prima della mente: uno stomaco che si stringe, un pensiero che inciampa, una tensione che non passa.
Siamo abituati a considerare il disagio come un nemico da eliminare in fretta, magari con un farmaco da banco. Ma il fastidio non è contro di noi: è contro l’abitudine. È come il granello di sabbia che entra nella conchiglia dell’ostrica: lei non riesce a espellerlo, e allora comincia a rivestirlo, strato dopo strato, finché non diventa una perla. Senza quel granello, il guscio resterebbe liscio, ma vuoto. Allo stesso modo, senza un po’ di scomodità, la nostra vita interiore rischia di restare elegante, ma sterile.
Da qui nasce l’idea centrale di questo testo: non cresciamo nei momenti di stabilità, ma in quelli scomodi, spesso temuti, in cui siamo sospesi tra chi eravamo e chi stiamo per diventare. Imparare a riconoscere questo passaggio, invece di volerlo far finire il prima possibile, è già un primo gesto di cura verso sé stessi.
Un esempio — Monica arriva in studio e dice solo: «Non so cosa ho, ma qualcosa non va più bene». Da settimane si sveglia con un peso sul petto che il lavoro, la casa, la routine non spiegano. Invece di cercare subito una causa, la seduta si apre con una domanda diversa: «Cosa sta chiedendo di essere riorganizzato?». Parlando, Monica scopre che il fastidio è comparso da quando ha smesso di dipingere: un gesto che credeva superfluo, e che invece la teneva insieme. Il sintomo non va zittito. Va ascoltato come un messaggero.
Che cos’è, davvero, una soglia
In psicologia, la soglia è il luogo del cambiamento: la fase in cui non siamo più quelli di prima, e non siamo ancora quelli che diventeremo. Uno spazio fragile, spesso pieno di incertezza e di perdita di punti di riferimento, ma anche, se qualcuno ci accompagna, capace di una vitalità sorprendente.
Gli antropologi hanno un nome per questo passaggio. Studiando i riti che segnano i grandi momenti della vita, hanno osservato tre fasi: ci si separa da come si era prima, si attraversa una fase di margine (in latino limen, appunto soglia), e, infine, ci si ricompone in una forma nuova. È proprio nella fase di margine che l’identità di prima si è già dissolta, e quella nuova non si è ancora consolidata: uno stato sospeso, in cui le regole abituali non bastano più a orientarsi. Non è un caso che tante comunità, nella storia, abbiano costruito riti apposta per accompagnare le persone in questo tratto sospeso, perché nessuno dovesse attraversarlo da solo.
Non è così diverso da ciò che accade in una stanza di terapia. Il primo colloquio, quando qualcuno decide di affidare a un altro un pezzo della propria storia, è già una soglia. Lo è ogni silenzio che permette di ascoltare ciò che ancora non ha parole. Lo psicoanalista Donald Winnicott parlava di «spazio transizionale»: quell’area intermedia tra dentro e fuori, tra sé e l’altro, in cui il nuovo può essere provato prima di essere davvero integrato nella propria vita.
Attraversare una soglia significa accettare di non avere tutte le risposte, e continuare comunque a camminare. Chi ha davvero attraversato una porta importante – fisicamente, economicamente, affettivamente – sa che è proprio in quel territorio di confine, non prima e non dopo, che nasce la possibilità di raccontarsi in modo nuovo.
Un esempio — Giorgio arriva al primo colloquio dopo la separazione. Non chiede una diagnosi: chiede solo di non sentirsi più «sbagliato» per non sapere chi sarà tra un anno. Il terapeuta non offre risposte, offre uno spazio in cui Giorgio può provare, in seduta, versioni diverse di sé senza doverne scegliere subito una. Non è ancora chi diventerà, non è più chi era. È nel margine, e per la prima volta qualcuno lo accompagna a starci senza fretta.
Che cosa dice il cervello
Anche la neuroscienza conferma questa esperienza. La plasticità neurale, cioè la capacità del cervello di riorganizzare le proprie connessioni, non si attiva quando siamo comodi, ma quando siamo un po’ sbilanciati: in uno stato di attivazione che segnala al sistema che i vecchi schemi non bastano più a gestire la situazione.
Lo psichiatra Dan Siegel ha descritto la cosiddetta «finestra di tolleranza»: la fascia di attivazione entro cui una persona riesce a sentire intensamente qualcosa senza esserne sopraffatta, e senza spegnersi. La soglia è proprio il bordo di quella finestra: il punto in cui siamo abbastanza attivati da imparare qualcosa di nuovo, ma non così tanto da andare in difesa e chiuderci. È lì che la trasformazione avviene davvero: non nella comodità, ma nella sicurezza di attraversare l’instabilità senza andare in pezzi. Ecco perché accompagnare qualcuno in un passaggio delicato – un lutto, una malattia, una scelta di vita importante – significa prima di tutto aiutarlo a restare dentro quella finestra: né troppo esposto, né troppo protetto.
Il fastidio, in termini biologici, è un segnale che il corpo manda quando percepisce uno scarto tra come siamo e come il contesto ci chiede di essere. Non è un guasto, ma un messaggero un po’ rozzo, che non usa metafore gentili: usa fitte, inquietudini, irrequietezze. E dice, in sostanza: qui stai crescendo. Qui stai lasciando una vecchia forma. Non sei più quello di prima, ma non sei ancora quello che diventerai.
Un esempio — Francesca, in lutto da due mesi, oscilla tra il pianto travolgente e un’anestesia emotiva: troppo dentro o troppo fuori dalla sua finestra di tolleranza. Il lavoro del terapeuta, seduta dopo seduta, è calibrare: un respiro condiviso quando l’attivazione sale troppo, una domanda concreta quando il vuoto rischia di inghiottirla. Non elimina il dolore, ma aiuta Francesca a restare nella fascia in cui può sentirlo senza esserne travolta. Perché è lì, e solo lì, che qualcosa può riorganizzarsi.
La soglia raccontata dall’arte
Se la psicologia nomina la soglia e la neuroscienza la misura, l’arte la mette in scena – e forse per questo riesce a parlarne anche a chi la psicologia non la frequenta.
Ci sono artisti che hanno fatto della soglia il centro del proprio lavoro. Lucio Fontana, con i suoi tagli sulla tela, non la distrugge: apre un varco. Le Infinity Rooms di Yayoi Kusama dissolvono il confine tra il corpo e lo spazio, tanto che chi vi entra non sa più dove finisce di essere spettatore e comincia a essere parte dell’opera. Il silenzio di John Cage diventa esso stesso una soglia percettiva: fa scoprire che il vuoto non è mai davvero vuoto, e il silenzio non è mai davvero silenzio. Sono soglie che fanno paura, proprio perché non le conosciamo ancora – e l’arte, prima ancora della parola, ci allena a restarci dentro senza fuggire.
Ogni opera importante ci porta oltre il già noto, ci invita ad abitare un confine. Ed è forse proprio da qui che nasce la poesia stessa: non nel già detto, ma nella sospensione, prima che una parola trovi la sua forma definitiva.
Un esempio — Un gruppo di caregiver, durante un laboratorio di mindfulness, viene invitato a stare per qualche minuto davanti a un dipinto, senza commentare. All’inizio il silenzio mette a disagio: qualcuno vorrebbe già parlare, spiegare, difendersi. Poi, lentamente, una donna dice: «È la prima volta in mesi che non sto correggendo niente». L’arte, prima della parola, le ha permesso di attraversare una soglia percettiva che nessuna spiegazione avrebbe potuto aprire.
La saggezza antica della soglia
C’è, infine, un sapere più antico, più vicino al corpo che al manuale: un sapere che insegna a restare, quando tutto dentro vorrebbe fuggire.
Questa saggezza non cerca di dominare il disagio, ma di ascoltarlo. Sedersi accanto al proprio fastidio è un po’ come entrare in un lago freddo: il primo contatto toglie il fiato, ma poi il corpo si abitua e scopre correnti, colori e profondità che da riva restavano invisibili.
Quasi tutte le tradizioni spirituali custodiscono un’immagine del genere: un guardiano della soglia, un rito, una veglia che segna il passaggio da uno stato all’altro, e che chiede di essere attraversata, non aggirata. Non è un caso che tante pratiche – dalla meditazione al lutto rituale, fino ai tempi di silenzio e di ritiro – non promettano di eliminare la soglia, ma insegnino a restarci dentro senza collassare. È una lezione che vale tanto nella stanza di terapia quanto nella vita di ogni giorno: nessun passaggio autentico si compie saltando la soglia, ma solo attraversandola – magari accompagnati.
Un esempio — Durante un ritiro di meditazione e silenzio, Paolo condivide una forte irrequietezza. Invece di combatterla, gli viene proposto di sedersi accanto ad essa, come a un fuoco che scotta ma scalda. Non la elimina. Impara solo a non scappare. Alla fine del ritiro dice: «Non sto meglio. mi sento più vero» – non è sparito il disagio, ma è caduta la maschera con cui prima lo teneva a distanza: per la prima volta si sente in contatto con ciò che prova, invece che occupato a controllarlo.
Come accompagnare le persone e i gruppi nell’attraversare le soglie
Sapere che la soglia esiste non basta a renderla meno impervia. Chi accompagna – un terapeuta, un educatore, un responsabile di comunità, ma anche un amico o un genitore – ha un compito preciso: non togliere la soglia, ma restare accanto a chi la attraversa, perché non ci resti intrappolato.
Con le persone, questo significa, prima di tutto, rallentare il passo invece di anticipare la soluzione. Chi è in una fase di passaggio non ha bisogno che qualcuno gli spieghi dove arriverà, ma che qualcuno gli confermi che è normale non saperlo ancora. Aiuta molto dare un nome a ciò che accade – «stai attraversando un passaggio, non stai sbagliando» – perché nominare la soglia la rende meno minacciosa: non è più un vuoto senza forma, ma una fase riconosciuta, che altri hanno già attraversato prima. Serve poi calibrare la vicinanza sulla capacità di tenuta della persona: né lasciarla sola nell’attivazione, né proteggerla al punto da impedirle di sentire. È l’arte di restare presenti senza sostituirsi, offrendo una base sicura da cui la persona può guardare l’ignoto senza sentirsi abbandonata.
Con i gruppi e le organizzazioni, il principio è lo stesso, ma su scala diversa. Le comunità – un’équipe di lavoro, un’associazione, una classe – attraversano soglie collettive proprio come le persone: un cambio di leadership, una perdita, una ristrutturazione, la fine di un ciclo. Anche qui il rischio più comune è quello di “saltare” la fase di margine, correndo subito verso la riorganizzazione pur di evitare il disagio della sospensione.
Creare uno spazio protetto e regolare, in cui il gruppo possa nominare ciò che sta perdendo e ciò che ancora non sa, è già un intervento potente: non produce risposte immediate, ma impedisce che l’incertezza collettiva si trasformi in ansia diffusa o in conflitto silenzioso. Anche piccoli rituali di passaggio – un momento di chiusura esplicito, un gesto condiviso, un tempo dedicato alla parola prima di ripartire – aiutano il gruppo a riconoscersi ancora comunità, anche mentre cambia forma.
In entrambi i casi, accompagnare una soglia non vuol dire avere le risposte, ma garantire una presenza costante mentre le risposte non ci sono ancora. È una funzione di contenimento, non di guida: chi accompagna non tira fuori l’altro dalla soglia, ma resta lì, finché la soglia stessa, attraversata, diventa terreno solido.
Un esempio — Un’équipe pastorale attraversa un cambio di leadership improvviso. Il rischio è correre subito a ridisegnare l’organigramma pur di evitare il disagio. Invece si crea uno spazio protetto, un’ora a settimana, in cui il gruppo può nominare cosa sta perdendo – non per restare bloccato lì, ma per non saltare la fase di margine. Nessuno offre soluzioni. Chi facilita resta, contiene, non tira fuori nessuno dalla soglia. Settimane dopo, il gruppo trova da solo una nuova forma: più salda di quella che avrebbe avuto se l’avessero costruita di fretta.
Crescere non è sentirsi meglio
Tenendo insieme questi sguardi diversi – quello clinico, quello neuroscientifico, quello artistico, quello spirituale – la soglia smette di essere un semplice momento di passaggio e diventa un vero laboratorio del sé.
Crescere non è sentirsi meglio. È sentire di più, senza andare in pezzi. È sviluppare la capacità di restare presenti mentre qualcosa dentro cambia forma. Il fastidio è il segnale che qualcosa dentro di noi si sta riscrivendo, come un bosco dopo una tempesta: rami caduti, un apparente caos, e, sotto, una nuova possibilità di vita.
Non tutto ciò che è scomodo va forzato, ma tutto ciò che è vivo chiede ascolto. Il fastidio non è la fine dell’equilibrio: è il suo laboratorio. E imparare a starci, senza giudizio, è forse una delle forme più profonde di fiducia nella propria intelligenza interiore – e, per chi lo desidera, anche un modo diverso di intendere la fiducia in un cammino più grande di noi.
Perché ciò che oggi punge, domani diventa spazio. E ciò che oggi trema, spesso, è già in trasformazione.
- Laura Ricci è psicologa, formatrice e consulente organizzativa e Presidente dell’Associazione Doceat, è co-ideatrice del metodo Unaltravisione, che integra Analisi Transazionale e Neuroscienze. È autrice di Psicopoesie – Voci e sussurri dalle stanze della cura.





