Alzate gli occhi!

di:

crocifisso

Lettera del superiore generale dei padri dehoniani, p. Carlos Luis Suárez Codorniú, ai membri della congregazione in occasione della solennità del Sacro Cuore di Gesù, 7 giugno 2024

Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19, 37). È con queste parole profetiche di Zaccaria che l’evangelista Giovanni conclude la sua testimonianza di quanto è accaduto a Gesù crocifisso: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19, 37). Nel buio della violenza e della morte, la profezia ci apre alla speranza.

Questo gesto, “alzare gli occhi”, apparentemente banale, è uno dei più fondamentali della nostra vita di fede, del nostro cammino alla sequela di Colui che ci ha amato e si è consegnato per noi. “Alzare gli occhi” esprime la resistenza a rimanere soffocati dalla colpa e dal male di questo mondo. È così che lo visse il nostro Fondatore:

Padre Dehon è molto sensibile al peccato
che indebolisce la Chiesa,
soprattutto da parte delle anime consacrate.
Conosce i mali della società;
ne ha studiato attentamente le cause,
sul piano umano, personale e sociale.
Ma egli ravvisa la causa più profonda
di questa miseria umana
nel rifiuto dell’amore di Cristo.
Preso da questo amore misconosciuto,
vuole darvi risposta
con una unione intima al Cuore di Cristo,
e con l’instaurazione del suo Regno
nelle anime e nella società (Cst 4)

“Alzare gli occhi” verso l’insondabile amore di Dio, riconosciuto nel costato aperto del Salvatore, è ricercare la comunione che risana e ristora la dignità persa e calpestata.

È un atteggiamento che non solo ci illumina, ma ci aiuta a scoprire e a comprendere “l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza, la profondità” (Ef 3, 18) del progetto di Dio. Padre Dehon ne era profondamente convinto e ci esorta ad andare in questa direzione.

Per formare una fede viva in noi stessi, abituiamoci a guardare al Cuore di Gesù e di Maria in tutto ciò che facciamo. Non abbiamo altri obiettivi in vista in tutti i nostri esercizi di pietà. Sforziamoci di imitarlo, ricordiamo le sue virtù e i suoi misteri, cerchiamo di rivestirci delle sue divine intenzioni e delle sue mirabili disposizioni[1].

Nella vicinanza al nostro XXV Capitolo generale, vogliamo riconoscere ancora che il Sacro Cuore di Gesù è la fonte del nostro rinnovamento, il fondamento dell’unità e dell’amore che possiamo offrire a questo mondo in trasformazione. È la fonte inesauribile di speranza che dà vita alla Chiesa, alla Congregazione e agli uomini e alle donne del nostro tempo.

“Alzare gli occhi” a questo Cuore significa riaccendere la speranza in noi per invitare tanti altri a guardare insieme la fonte dell’amore e della riconciliazione. È lì che veniamo riparati e siamo invitati ad unirci al movimento di riparazione che scaturisce dal Cuore aperto.

L’amore riparatore di Dio, contemplato e adorato nel suo Figlio, alimenta la nostra oblazione e c’insegna ad essere veri adoratori, nella carità e nella verità. Questo sguardo ci chiama a rimanere ai piedi della croce con Maria e il discepolo amato, primi costruttori del Sint unum, sfidando l’odio e la morte stessa. Come loro, Lui ci invita a costruire comunità nuova, condividendo la vita e la missione. Possa il nostro Capitolo generale essere un segno fraterno del nostro sguardo attento al Vangelo, accolto, vissuto, condiviso e annunziato.

Che questa solennità riaccenda “la speranza (che) è contenuta nel cuore di ogni persona come desiderio e attesa del bene[2]” e ci aiuti a superare le nostre paure, sfiducie, dubbi e scoraggiamenti. Che sia un momento di profondo rinnovamento spirituale, per ciascuno di noi, per compiere la volontà di Dio:

Anche noi dobbiamo alzare gli occhi (…) e cercare di penetrare più profondamente nello spirito della nostra vocazione e della nostra meta per conoscere e realizzare sempre meglio la volontà di Dio e i suoi disegni[3].

Fraternamente nel Cuore di Gesù,

P. Carlos Luis Suárez Codorniú, scj
Superiore generale e suo Consiglio


[1] Leone Dehon, L’anno con il Sacro Cuore, 1° maggio 1919, § 56.

[2] Papa Francesco, Spes non confundit, 1.

[3] Leon Dehon, Note sulla Storia della mia vita, quaderno 13, § 68.

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