Camillo Ruini, tra memoria e storia

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Ho incontrato per la prima volta Camillo Ruini sullo scorcio degli anni Cinquanta del secolo scorso. Allora a Reggio Emilia, ogni settimana, nelle mattine di martedì e venerdì si teneva il mercato. I miei genitori, che vendevano tessuti, allestivano un banco nello Stradone del Vescovado, che fiancheggia il palazzo episcopale. Quando ero libero da impegni nella scuola media inferiore andavo ad aiutarli.

Ruini, ordinato nel 1954, era nato nel 1931 a Sassuolo, provincia di Modena, ma diocesi di Reggio Emilia. Aveva studiato a Roma presso l’Università Gregoriana, risiedendo al Collegio Capranica (comunemente ritenuto una «fucina» di papi). Rientrato in diocesi, dal 1957 era professore di filosofia al seminario. Tutte le volte che passava per il mercato si fermava a scambiare due parole con i miei genitori.

Non so come e perché si erano conosciuti. Presumo che ne sia stato tramite il titolare, a Sassuolo, di una ditta di vendita di tessuti all’ingrosso. Ogni martedì veniva a prendere gli ordini di acquisto ed era diventato un amico di famiglia. Ma qui importa rievocare quel che è rimasto impresso nella mia memoria.

Dopo che don Camillo si era allontanato, qualche battuta tra i miei genitori alludeva alla fine di un fastidio, dal momento che i suoi discorsi, regolarmente inerenti a temi d’attualità, sfociavano infine in propaganda per la Democrazia Cristiana. Non che essi svolgessero qualche attività politica, anzi in casa si leggeva Il Resto del Carlino. Ma avevano consolidati orientamenti elettorali.

Mia madre – che pure aveva fortemente voluto per il suo unico figlio un’educazione religiosa: infatti frequentavo regolarmente la parrocchia ed ero iscritto all’Azione Cattolica – aveva partecipato alla Resistenza in collegamento con il Partito socialista. Continuava a votarlo. Mio padre, costretto dalla leva alla guerra fascista e più volte scampato, dopo l’8 settembre, alle retate della GNR, votava comunista.

Nella mia memoria l’immagine di don Ruini si è così legata al prete che fa politica. È probabile che, durante i successivi anni di liceo, lo abbia di nuovo incontrato al Centro culturale Giovanni XXIII di Reggio Emilia. Ma quegli incontri, se ci sono stati, non hanno lasciato traccia nella memoria. Poi, nel periodo universitario, l’assistente diocesano della FUCI reggiana era don Enrico Mazza. Inoltre, io gravitavo ormai su Bologna.

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Ho così ritrovato Ruini molti anni dopo, quando, occupandomi dello svolgimento storico del rapporto tra Chiesa e società, ho avuto occasione di ricostruire alcuni tratti della presenza cattolica nell’Italia contemporanea. Ovviamente non era più il giovane sacerdote che vedevo intrattenersi con i miei, bensì un personaggio centrale nella vicenda della Chiesa italiana.

Vescovo ausiliare di Reggio Emilia nel 1983, viene infatti nominato segretario della CEI dal 1986 al 1991. In questo stesso anno, creato cardinale, ne diventa presidente, carica che detiene fino al marzo 2007, quando Benedetto XVI ne accetta le dimissioni per raggiunti limiti di età.

Al contempo, dal 1991 al 2008, svolge anche la funzione di Vicario del papa per la Diocesi di Roma.

Mi sono accostato a questo attore ecclesiale di primo piano con gli strumenti critici dello studioso di storia, che cerca di restituire quel che è effettivamente successo, nella consapevolezza di non poter mai riuscire a ricostruire interamente il passato. Non penso che il ricordo giovanile abbia inciso su questo mio lavoro; ma sono giunto alla stessa conclusione sedimentata nella memoria: il rapporto con la politica costituisce l’aspetto caratterizzante di questa figura.

Cercherò di mostrarlo, ricordando solo alcuni momenti salienti di un itinerario certamente più ricco e complesso.

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Come è noto, la rapida carriera ecclesiastica di Ruini è dovuta al totale allineamento alle posizioni espresse da Giovanni Paolo II al Convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Dopo gli esiti dei referendum sul divorzio e sull’aborto, il pontefice polacco proclama che la recente secolarizzazione non può aver cancellato le radici cristiane della nazione italiana.

Invita perciò l’episcopato della penisola a compattare i cattolici per lanciarli, sotto la guida della gerarchia, alla riconquista cristiana del Paese. Convinto dell’incapacità dell’uomo contemporaneo di autodeterminare forme sostenibili di vita collettiva, Wojtyla ritiene che solo sotto la direzione ecclesiastica il consorzio civile potrà incorporare, senza dissolversi, i valori essenziali delle moderne libertà.

Si trattava di un progetto di neo-cristianità, che non contrastava − come pretendevano le frange del dissenso cattolico – con la prospettiva di aggiornamento ecclesiale presente nei documenti conciliari. Ma certo implicava l’abbandono di una ridefinizione del rapporto tra Chiesa e mondo moderno che pure era rinvenibile in quei testi del Vaticano II dove si indicava la via della riforma, in una lettura dei segni dei tempi, in grado di far comprendere il Vangelo agli uomini d’oggi.

Ruini recepisce la concezione wojtyliana attraverso la proclamazione dei cosiddetti «valori non negoziabili»: la disciplina morale di alcune materie – matrimonio, famiglia, aborto, scuola cattolica, questioni relative alla bioetica ecc. – deve diventare anche legislazione positiva dello Stato. Per ottenere questo risultato traccia la linea politica da seguire.

Inizialmente orienta la CEI a riproporre, nonostante l’ormai diffuso pluralismo, il tradizionale richiamo all’unità politica dei cattolici nella Democrazia Cristiana. Poi, dopo il crollo del partito sotto le macerie di indagini giudiziarie e processi per corruzione, Ruini offre sul mercato elettorale i voti dei cattolici allo schieramento che si impegna a realizzare gli obiettivi indicati dalla Chiesa italiana.

A stringere l’alleanza saranno i raggruppamenti politici di centro-destra, federati dal magnate dell’informazione Silvio Berlusconi. La sua immagine pubblica e, ancor più, i programmi delle sue televisioni, difficilmente possono rientrare nei canoni dell’etica cattolica. Ma il risultato politico – almeno nei termini di una legislazione rispondente alle generali indicazioni della CEI – non manca.

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Tuttavia, un sistema democratico è legato agli orientamenti degli elettori.

Al di là delle alternanze tra governi di centro-destra e centro-sinistra, che segnano il periodo tra la fine del secondo e l’inizio del terzo millennio, un punto nodale è il referendum indetto nel giugno 2005 sull’abrogazione delle norme relative alla procreazione assistita. Rischia di mostrare il fallimento del disegno di neo-cristianità come via per un effettivo contenimento della secolarizzazione.

Ruini, invitando i fedeli a non partecipare alla consultazione, ottiene che, in conseguenza del mancato raggiungimento del quorum, le norme non vengano cancellate dall’ordinamento italiano. Dunque alla sua linea arride, ancora una volta, uno strepitoso successo politico. Ma il prezzo è alto. Palesi risultano i limiti di un progetto che affida alla norma giuridica l’efficacia della presenza cristiana nel mondo contemporaneo.

Da un lato, il risultato positivo viene conseguito attraverso la pesante censura verso quanti, proclamandosi «cattolici adulti», decidono, in antitesi alle indicazioni della gerarchia, di partecipare al referendum. In tal modo i confini tra sottomissione all’autorità ecclesiastica e autonomia dei credenti in campo politico, che il Vaticano II aveva allargato, risultano assai più ristretti di quanto nella comunità ecclesiale si ritenesse.

Dall’altro lato, il cardinale presenta l’esito referendario come testimonianza inoppugnabile dell’esistenza di una nazione cattolica. La tesi, oltre a essere assai problematica sul piano fattuale, incrina quel rapporto tra cattolicesimo e democrazia che, fin dal primo dopoguerra, si era fondato proprio sulla sollecitazione ecclesiastica alla partecipazione al voto come dovere morale.

L’intelligenza politica di Ruini sembra del resto aver previsto la fine della stagione inaugurata dall’alleanza berlusconiana e aver anticipato le vie per continuare in altri modi il suo disegno. Nel dicembre 2004 la relazione introduttiva al sesto forum del Progetto culturale della CEI – l’iniziativa che avrebbe dovuto, invero con modesti esiti, far recepire alla comunità ecclesiale italiana gli indirizzi della presidenza – sottolineava come tratto caratteristico del tempo presente il risveglio identitario delle nazioni.

Prospettando nelle religioni il canale con cui alimentarlo, il cardinale osservava che in tal modo, nei paesi cattolici, si poteva ottenere, pur nel rispetto della libertà religiosa voluta dal Concilio, quell’introduzione negli ordinamenti pubblici dei principi etici del cristianesimo che di nuovo, e perentoriamente, indicava come l’autentico servizio della Chiesa per gli uomini contemporanei.

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Il ritiro, per raggiunti limiti di età, dalle sue funzioni ha impedito di vedere le concrete traduzioni politiche di una intuizione sul rinsaldarsi dei nessi tra religione e nazione, di cui il mondo attuale sta rivelando (anche tragicamente) tutta la fondatezza. Peraltro la storia del papato e della Chiesa contemporanea ha preso altre strade rispetto alla linea ruiniana.

Le dimissioni di Benedetto XVI hanno ragione anche nell’incapacità (ma forse nell’impossibilità) di guidare i fedeli verso la ricostruzione di una neo-cristianità. Al contempo papa Francesco ha più volte ricordato che inseguire le nostalgie di un ordine cristiano della vita collettiva significa soltanto ritardare la capacità della Chiesa di comunicare il Vangelo agli uomini contemporanei.

Nell’ultimo quindicennio al cardinal Ruini erano così rimaste le interviste rilasciate ai giornali conservatori, dove proponeva qualche alternativa all’indirizzo ormai prevalente nei vertici ecclesiastici. Ma il problema reale che aveva lasciato era altro: come riparare al tempo perso dalla Chiesa italiana nel perseguire una forma dell’aggiornamento conciliare che, fin dalla netta distinzione di Giovanni XXIII tra pastorale e politica, appariva in Italia obsoleto?

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