
Il cardinale Ruini è stato una figura centrale della Chiesa italiana e non solo, per un tempo lungo. Grosso modo a partire dalla metà degli anni ottanta sino a oltre la metà del primo decennio duemila. Altri, più informati di me, potranno tracciarne un profilo. La mia è una modesta, personale testimonianza, che fa leva su qualche ricordo.
La sua ascesa ai vertici della CEI, prima segretario del presidente Ugo Poletti poi egli stesso presidente, prende le mosse dal convegno ecclesiale di Loreto del 1985. Uno spartiacque per la Chiesa italiana, segnato dal discorso conclusivo di Papa Giovanni Paolo II che molti di noi, forgiati nel tempo del dopo Concilio, interpretammo come un punto di svolta, una sorta di normalizzazione/regressione del rinnovamento/aggiornamento conciliare all’insegna di una visione della Chiesa come forza sociale se non come attore politico.
Una visione «presenzialista» – a monte, nel cattolicesimo italiano, si era sviluppata una discussione, non priva di accenti polemici, tra «cattolici della presenza» e «cattolici della mediazione», tra CL e Azione cattolica, FUCI, Giuseppe Lazzati – che, a sua volta, muoveva da un giudizio critico sulle idee-forza che avevano ispirato la Chiesa italiana e, segnatamente, il suo episcopato. Idee e linee di azione – ci torneremo su – giudicate remissive e culturalmente subalterne a una sinistra laicista in quanto originate da una «scelta religiosa» vissuta se non pensata come evanescente.
Una espressione, «scelta religiosa», va riconosciuto, forse infelice: più appropriata quella di «primato dell’evangelizzazione» quale missione precipua della Chiesa in una Italia sempre più concepita come «terra di missione». Una sorta di rassegnazione – per i suoi critici, e tra questi Ruini e lo stesso Wojtyla, forse condizionato dall’esperienza polacca – al processo di scristianizzazione della mentalità e del costume.
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Al riguardo mi limito a quattro chiose.
La prima è un ricordo: il cardinale Martini fu presidente del Comitato organizzatore di Loreto. Gli demmo una mano nell’elaborazione dei documenti preparatori, cui lavorarono anche amici teologi della Facoltà dell’Italia settentrionale. In quella circostanza, Martini, che, come è noto, negli anni a seguire, rappresentò una visione della Chiesa e della sua missione diversa da quella di Ruini, ci confidò che quel giovane vescovo vicario di Reggio Emilia era il più vivace e attivo tra i quattro vescovi vicepresidenti del Comitato organizzatore di Loreto. Un presagio.
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Seconda chiosa: usa sostenere che Ruini avesse una spiccata vocazione politica.
Difficile negarlo, come è difficile negare che un ruolo significativo in tal senso egli lo abbia esercitato.
Rammento che, in occasione della presentazione pubblica di una raccolta delle sue relazioni di apertura ai Consigli CEI, in Università Cattolica a Milano, con a fianco due intellettuali-opinionisti suoi (ricambiati) estimatori come Giuliano Ferrara ed Ernesto Galli della Loggia, interpellato al riguardo, lo stesso Ruini ammise di avere una sensibilità/vocazione politica.
Del resto, mi pare che in gioventù avesse avuto qualche frequentazione con personalità della DC reggiana, quale il conterraneo Franco Bonferroni. E tuttavia non riesco a non attribuire al Nostro qualcosa di più della semplice buona fede (ci mancherebbe!), ovvero la sincera convinzione che – semplifico per farmi intendere – per via politica ci si possa e, in certo modo, ci si debba adoperare per «fare cristiani gli uomini e le comunità».
Due solo esempi tra tanti. In un’intervista al Corriere, Ruini fece intendere che la convocazione nel maggio 2007 del raduno di massa del Family day, con la quasi precettazione di parrocchie e associazioni, era finalizzata ad affondare la legge, in verità minimalista, sulle unioni civili proposta dal Governo Prodi. Che ne uscì logorato e, poco dopo, cadde.
Altro esempio: il referendum sulla procreazione assistita del giugno 2005 in occasione del quale Ruini, con abilità e malizia politica, si adoperò per fare mancare il quorum. Riuscendoci. Anziché ingaggiare una battaglia a viso aperto e argomentata contro la cancellazione della legge. Non proprio un contributo alla partecipazione responsabile del laicato «adulto» (si ricorderà la battuta di Prodi «cattolico adulto» che annunciava, invece, la sua decisione di portarsi ai seggi).
In questa sua azione direttiva e di disciplinamento dei politici di estrazione cattolica, come è noto, Ruini si avvalse di un uso ideologico della categoria dei cosiddetti «principi non negoziabili» declinati in una sola, precostituita direzione politica.
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Terza chiosa: circa la ricaduta politica della strategia pastorale e politica di Ruini.
A modo di bilancio, non mi pare che, quei venti anni, abbiano fatto segnare uno stop e tantomeno una regressione nel processo di scristianizzazione del Paese. Semmai il contrario. Complice anche l’irruzione del berlusconismo.
Va osservato che, a mio avviso contraddittoriamente, dalla CEI ruiniana è stato dato un certo sostegno al centrodestra a trazione del Cavaliere. Nella convinzione che il «nemico sistemico» stesse sul fronte avversario. Sulla scorta, a mio parere, di una lettura inadeguata della complessità di quel processo di portata epocale cui diamo il nome di secolarizzazione. Una lettura angustamente «idealistica», o meglio ideologico-politica.
Di nuovo semplifico: davvero si può pensare che a produrre la mutazione di mentalità e comportamenti – una sorta di mutazione antropologica – e del sistema di valori che li informano contino più le ideologie politiche che non certi potentissimi fattori strutturali, certe pressioni di conformità che governano la cultura e la comunicazione di massa e gli interessi pratici che le muovono? È più verosimile che il berlusconismo mediatico e politico sia stato un potente fattore di accelerazione della scristianizzazione del Paese e comunque di degrado culturale e civile.
La verità è che il nesso tra politica ed ethos popolare, tra leggi e costume, è decisamente più complesso.
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Quarta chiosa. Interessante anche la prontezza della svolta politica ruiniana.
In un primo tempo, egli si adoperò per preservare forzosamente ciò che residuava dell’unità politica dei cattolici, contrastando il referendum elettorale di Segni (Avvenire titolò «Segni di disgregazione») che, bipolarizzando il sistema politico, poneva le premesse per un pluralismo irreversibile tra i cattolici e, in origine, sostenendo l’esperimento del PPI di Martinazzoli, cui prescrisse di imbarcare personalità cattoliche molto diverse tra loro (Bindi e Formigoni, Monticone, Bianchi e Buttiglione).
Successivamente, si mostrò prontissimo nel praticare uno schema opposto, ovvero l’avallo a un pluralismo formalmente legittimo, cui tuttavia corrispondeva un sostegno pratico alla destra montante attraverso un rapporto diretto tra CEI (a conduzione decisamente accentrata, se non personale) e vertici politici e di Governo.
Difficile negare due corollari: una mortificazione dell’autonomia responsabile del laicato cattolico politicamente impegnato e, in particolare, il disagio dei cattolici democratici impegnati nel campo del centrosinistra. Quasi figli di un Dio minore. Prodi, che pure con il giovane Ruini vantava un rapporto personale e familiare che puntualmente si guastò, ne fece le spese.
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Avverto: trattasi di mie personalissime riflessioni da prendere con beneficio di inventario.
C’è tuttavia un testo che, in certo modo, ne supporta la sostanza. Un testo affidato dal cardinale Ruini alla rivista Vita e pensiero (n. 2 del 2011) titolato «Giovanni Paolo II e l’Italia, un rapporto speciale», singolarmente eloquente, pubblicato dopo che egli aveva lasciato la presidenza CEI. Un testo che è una sorta di onesta, sincera confessione e che, con mia sorpresa, non ha avuto l’eco che meritava.
Sono costretto a riassumerne il senso, ma non posso non ricorrere ad ampie citazioni. Dopo avere osservato che il papa polacco prese tremendamente sul serio il suo ruolo di primate d’Italia, Ruini nota che, «per lui la secolarizzazione aveva già superato il suo apogeo».
Premessa importante. Papa Wojtyla, secondo il Nostro, «nutriva fiducia che i processi di secolarizzazione potessero essere efficacemente contrastati attraverso una presenza evangelizzatrice che si rivolgesse anche alle dimensioni pubbliche dell’esistenza, cioè agli ambiti culturali, sociali, economici e politici (…). man mano che aumentava la sua conoscenza della Chiesa italiana il papa percepiva infatti più chiaramente la presenza di un convincimento diffuso, tacito più che dichiarato, secondo il quale il processo di secolarizzazione sarebbe stato irreversibile e pertanto l’unica strategia pastorale, ma anche culturale e politica, avrebbe dovuto essere quella non tanto di contrastare tale processo, quanto piuttosto di accompagnarlo e di “evangelizzarlo” dall’interno. L’alternativa a queste posizioni il pontefice l’ha formulata in varie occasioni e, nella maniera più organica, al convegno di Loreto». Del quale Ruini cita un noto passaggio circa l’esigenza che «la fede cristiana abbia o recuperi un ruolo guida e un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro».
A ulteriore chiarimento egli scrive: «La simpatia e l’affinità spirituale nei confronti dei nuovi movimenti ecclesiali protesi all’evangelizzazione ha qui le sue radici e ha costituito in quegli anni un motivo di difficoltà nei rapporti tra il papa e gran parte dell’episcopato italiano. Anche la scelta di affidare a me nel giugno 1986 – conclude significativamente Ruini – il compito di segretario generale della CEI va inquadrata all’interno di un tale disegno pastorale e storico-culturale. In seguito, quando ormai il papa si sentiva pienamente fiducioso riguardo agli indirizzi della Chiesa in Italia (…)».
Al sostegno del papa ai nuovi movimenti mi verrebbe da aggiungere la sua freddezza verso le associazioni più tradizionali.
Parole chiarissime. Riassumo: secondo il Nostro, per tutto il primo decennio di pontificato, Wojtyla nutrì a dir poco riserve sugli orientamenti della Chiesa italiana e del suo episcopato. A Loreto il papa operò una svolta e impresse una correzione di rotta alla linea seguita nel dopo Concilio dalla Chiesa italiana; Ruini fu il fedele interprete e il lucido, deciso esecutore di tale discontinuità ai vertici della CEI.
Come non apprezzare la schiettezza – non frequente tra gli alti prelati – e la franca rivendicazione della parte da lui svolta? Ma come sminuirne la portata oggettiva?
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Un ultimo, personale ricordo.
Durante il Sinodo mondiale dei vescovi sul laicato del 1987, il cardinal Martini volle con sé a Roma, per qualche giorno, tre laici ambrosiani, tra i quali il sottoscritto, per scambiare qualche idea sul tema. In quel Sinodo, egli tenne un breve ma puntuto intervento sui nuovi movimenti che si chiudeva con un appello ai pastori perché esercitassero su di essi un più accurato (meno indulgente, ndr) discernimento ecclesiale.
Alloggiavamo presso le suore di Maria Bambina a ridosso del Vaticano. In una indimenticabile, lunga serata, assente Martini, il cardinale Anastasio Ballestrero, già pensionato, dunque con distacco, con la sua proverbiale saggezza e bonomia, ci intrattenne sino a tarda ora confidandoci la sofferenza e il travaglio – con episodi che non è improprio definire drammatici – relativi alla sua pregressa presidenza CEI per intero segnata dal proposito di fare persuaso il papa che dei vescovi italiani si potesse fidare e che si convincesse che essi non gli volessero male.
Ora che Ruini ci ha lasciato è d’obbligo rendergli onore in due modi.
Il primo: riconoscergli una soggettiva coerenza con una certa visione della Chiesa e della sua missione nel mondo mai rinnegata. In un’altra intervista al Corriere, egli onestamente – di nuovo cosa inusuale da parte di un cardinale di peso – confessò la sua maggiore sintonia con Wojtyla rispetto a quella con Francesco.
Il secondo: dopo avere richiamato qui, lealmente, taluni motivi di difficoltà che taluni di noi hanno avvertito rispetto alla sua visione e alla sua azione, dobbiamo tuttavia riconoscere che forse è stato ingiusto concentrare reiteratamente i nostri rilievi critici sulla sua persona.
Egli «traduceva in italiano» e serviva un disegno che non era solo suo.






Gentile professore,
leggo e quasi sempre condivido le sue riflessioni, ma mi pare che questa sua sia troppo indulgente verso l’epoca ruiniana.
Confesso di essere ai margini della Chiesa che conta, e dunque la mia visione è assolutamente periferica rispetto ai centri decisionali, tuttavia ho anch’io vissuto quella stagione e oggi non posso ritrovarmi in un giudizio così accondiscendente.
Confesso di pensare tutto il male possibile di quella stagione, la stagione in cui il Cardinale prostituì la Chiesa italiana al berlusconismo imperante ed arrembante, facendo tabula rasa di tutto il laicato cattolico che appena osasse mettere qualche dubbio sulla bontà cattolica dell’ometto di Arcore e dei suoi sodali.
Quel laicato, che allora c’era – magari dubbioso, magari balbuziente, ma c’era – oggi non c’è più. Quel laicato ‘intelligente’, nel senso etimologico di ‘intellegere’ la realtà ed indicare nuove strade, nuove idee, è stato il principale bersaglio dell’azione del Cardinale ed è stato ostacolato, allontanato, sfiancato fino all’abbandono, distrutto con ossessiva pervicacia.
Questa è la vera eredità del Cardinale: un deserto di responsabilità, di critica, di vivacità ecclesiale. Ed i suoi campioni, quelli che stavano dalla sua, che cosa sono ora? Vogliano ricordare l’eccellente Formigoni? Al gabbio per corruzione. E CL? Ridotta ad una succursale del Rotary o ad una sezione di Confindustria (ah, le Opere, quanto sono importanti le Opere..). E gli altri movimenti, per es. Sant’Egidio? Mah, sembrano più una simpatica compagnia di vecchietti, incapaci di comunicare alcunché a chi ha meno di quarant’anni. Per tacere di Azione Cattolica, qua in periferia è defunta da così tanto tempo che è ormai in avanzato stato di decomposizione.
Ma c’è stato un tempo in cui le cose non erano così, prima del suo (di lui, del Cardinale) arrivo qualcuno c’era e qualche idea l’aveva pure, poi arrivò Lui e come il diserbante fece terra bruciata. E oggi vediamo i frutti di queste radici cristiane (se le ricorda, professore, le famose “radici cristiane”?): lasciamo morire i nostri fratelli africani nel nostro mare, ce ne infischiamo di soccorrerli (li soccorrono solo i comunisti, a quanto pare) e per soprammercato impediamo pure in tutti i modi a chi vuole soccorrerli (associazioni del tutto laiche, prive di ogni e qualunque riferimento ai “valori non negoziabili”) di farlo. Niente male, vero, come esito di tanti anni di presidenza della CEI?
In conclusione mi pare che il presente scempio, umano prima ancora che spirituale, in cui si dibatte la società (e la Chiesa) italiana sia un frutto diretto e malvagio di quella stagione, del Cavalier Bunga-bunga e del suo mentore ecclesiastico. Ma il Cardinale di quella stagione porta ben maggiore responsabilità. Dunque è tempo di abbandonare il “De mortuis nihil nisi bonum” e di tornare al nostro caro evangelico “sì,sì, no,no”.
Lei che è stato autorevole esponente di quella stagione ha tutte le credenziali per farlo. E’ tempo di iniziare.
Con immutata stima
Stefano Zanetta
Ruini con il suo machiavellismo ha contribuito a svuotare le chiese e i risultati si vedono
Conciso e convincente. L’alleanza di Ruini con il berlusconismo ha messo ai margini un universo cattolico italiano ricco di fermenti culturali e portatore di un’etica «civile», che affonda le sue radici nell’erasmianesimo. Così, resa cieca dai vantaggi materiali e dai privilegi d’immagine garantiti dal potere politico, la gerarchia cattolica italiana non ha visto arrivare quello «scisma silenzioso», che ha terremotato il popolo dei fedeli, ma soprattutto la sua componente femminile, da secoli e secoli esclusa pervicacemente dal diritto di essere soggetti attivi e responsabili della Storia anche e persino in ambito ecclesiastico.
Secondo me i cattolici adulti non hanno compreso che sarebbero stati sorpassati in relativismo dalla destra. La Cei lo ha capito prima.
Ovvio che Ruini e Giovanni Paolo II non piacessero ai “cattolici adulti”, che poi si poterono consolare con Bergoglio. Giustamente definito da D’Alema l’unico leader mondiale della sinistra. Ruini è stato un grande perché, in anni di scivolamento della Chiesa verso i cavalli di battaglia della sinistra, ha continuato a preoccuparsi della salvezza delle anime. Ben diversamente dall’attuale presidente CEI, secondo il quale la legge 194 è equilibrata. Cardinale, da lassù preghi per noi e la Chiesa. Ve ne è molto bisogno.