Cina – Santa Sede: L’Accordo discusso

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Il 28 gennaio presso l’Associazione stampa estera di Roma si è svolto un dibattito sul tema dell’Accordo sulla nomina dei vescovi fra Santa Sede e governo cinese (22 settembre 2018). Riprendiamo qui l’introduzione alla conferenza stampa avvenuta in quella sede.

Accordo sulla nomina dei vescovi

Francesco Sici (al centro) e Lorenzo Prezzi (a destra) alla Conferenza stampa sull’Accordo Cina-Santa Sede (28 gennaio 2020)

Fra le molte sfide che la Cina affronta in queste settimane vi è anche quella legata alla sinizzazione delle fedi.

Due osservazioni previe. Anzitutto il passaggio del governo e del partito cinesi da una posizione ideologica di negazione delle fedi ad un impegno nella loro “gestione”, dalla volontà di cancellarle a quella di renderle compatibili in una “società armoniosa”.

In secondo luogo, l’attuazione dell’indirizzo con l’uso dei sistemi amministrativi e di controllo, anche polizieschi, ereditati, oltre che dall’ideologia comunista, dalla più lunga tradizione imperiale. La non coerenza fra prospettiva complessiva e sistemi pratici di gestione dà origine a vistose contraddizioni.

In tale quadro si colloca la ragionevole discussione attorno all’Accordo sulla nomina dei vescovi firmato dalla Santa Sede e dal governo cinese il 22 settembre 2018.

Fragili obiezioniAccordo sulla nomina dei vescovi

Partirei dalle obiezioni che, da diverse parti dell’opinione pubblica ecclesiale e non, si sono levate a critica dell’intesa raggiunta. E, fra queste, le ripetute proteste del card. Joseph Zen, ex arcivescovo di Hong Kong, che, in una recente e sgarbata lettera al corpo cardinalizio (27 settembre 2019), ripercorre le sue denunce.

* Si fa osservare una presunta diversità – se non frattura – fra i papati, in particolare fra Giovanni Paolo II – Benedetto XVI e il loro successore Francesco. Si può parlare di evoluzione certo, non di frattura. Secondo fonti affidabili, Benedetto XVI condivideva l’accordo ipotizzato nel 2000 sia nel suo impianto ecclesiologico, sia nella sua stesura, sia nel riconoscimento di comunione con i 7 vescovi che non l’avevano.

* Si vorrebbe rintracciare anche un’opposizione fra la curia (i dicasteri) e i pontefici. Mi sembra molto creativa e poco realistica. Utile per accreditare le proprie posizioni, meno per indicare il funzionamento della curia romana. Che gli Orientamenti pastorali della Santa Sede circa la registrazione civile del clero in Cina (28 agosto 2019) non portino la firma dei responsabili di dicastero non significa che il documento sia spurio o meno ufficiale. Del resto, sulla situazione cinese – come notava Giovanni Paolo II – è meglio fare riferimento al Vangelo che non alle sole procedure.

* Difficile pensare, inoltre, che una traduzione ufficiale della Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI (maggio 2007) possa stravolgerne il senso, tanto da imporne una propria.

* Il sistema comunicativo cinese è certo proprio e particolare, ma vi sono manifestazioni, come l’apprezzamento verso le posizioni del papa da parte del portavoce del Ministero degli esteri, Geng Shuang, che non possono essere interpretate solo come cortesie dovute.

* Il documento dell’Accordo è ancora riservato, per la buona ragione che la parte cinese questo ha chiesto e per la provvisorietà e la modificabilità di un testo chiamato ad essere verificato a tempi brevi.

* Invocare l’Ostpolitik e i suoi presunti limiti significa non percepire la sua improponibilità nel contesto della Cina attuale: la presenza cattolica è minoritaria, la tradizione culturale non è cristiana, il riferimento ai diritti umani non è lo stesso, la Cina non è in crisi economica e non è certo isolata rispetto alle comunicazioni globali.

* Il riferimento all’«indipendenza» della Chiesa locale nei testi e comportamenti dell’Associazione patriottica che, nei decenni scorsi, significava il distacco da Roma e dal papa non ha più lo stesso senso. Lo slittamento semantico è testimoniato dall’Accordo.

Critiche pertinenti

Non mancano le critiche pertinenti. Le due nomine episcopali avvenute dopo la firma sono preziose, ma insufficienti rispetto al bisogno. Ci sono decine di diocesi che non hanno un vescovo e diversi di quelli in esercizio hanno un’età che non consente più loro un governo pieno. Mancano le indicazioni e le candidature da parte cinese. Inoltre, va a rilento il riconoscimento dei vescovi “sotterranei” che non hanno ancora legittimazione.

Si aggiunga la scarsa flessibilità sulle firme da apporre ai documenti dell’Associazione patriottica, come richiesto da Roma. Il caso di mons. Guo Xijin, che ha accettato generosamente di fare l’ausiliare di Mindong ma che non intende firmare, è emblematico.

Si possono anche aggiungere le fragilità delle stesse comunità cattoliche, gravate da una storia di persecuzioni, non sempre disponibili ai cammini suggeriti dalla Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI. Talora anche fra i sacerdoti più giovani.

Né si possono dimenticare le molte notizie relative alla distruzione degli edifici sacri, alla rimozione delle croci, alla presenza di vessilli nazionali all’interno, alle norme che escludono i minori dal culto, alle vessazioni sulle singole persone. Si può dire che non è un buon accordo, molto distante da attese legittime, ma anche che è il meglio fra il possibile, un avvio promettente.

Non rinunciare al dialogo

Il senso dell’Accordo è espresso dal papa in un messaggio del 26 settembre 2018. Dopo aver ricordato la stagione di Giovanni Paolo II e quella di Benedetto XVI: «Attraverso tale percorso, la Santa Sede altro non aveva – e non ha – in animo se non di realizzare le finalità spirituali e pastorali proprie della Chiesa, e cioè sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo, e raggiungere e conservare la piena e visibile unità della comunità cattolica in Cina».

A questo fine, il punto più immediato sono le nomine del vescovi e l’assorbimento del fenomeno della Chiesa clandestina, nel pieno riconoscimento dell’eroismo che la scelta, compiuta nel passato, aveva richiesto a molti: «Tale esperienza non rientra nella normalità della vita della Chiesa» e vi si ricorre solo nello stato di confessione. Benedetto XVI aggiungeva: «La storia mostra che pastori e fedeli vi fanno ricorso soltanto nel sofferto desiderio di mantenere integra la propria fede e di non accettare ingerenze di organismi statali in ciò che tocca l’intimo della vita della Chiesa» (Lettera ai cattolici cinesi, n. 8).

Una normalizzazione che, paradossalmente, costringerà la stessa Associazione patriottica a cambiare. Il fatto che l’ultima parola sia del papa è un innesto potente per il futuro. E tutto questo senza rinunciare allo spazio critico. Sia verso l’esterno: «Ciò richiede (ai cattolici) anche la fatica di dire una parola critica, non per sterile contrapposizione ma allo scopo di edificare una società più giusta, più umana e più rispettosa della dignità di ogni persona» (papa Francesco); sia verso l’amministrazione (Associazione patriottica), perché i preti possono non firmare la dichiarazione di adesione all’associazione (cf. Orientamenti pastorali, 28 giugno 2019).

No a una Chiesa nazionale

Il punto centrale è di evitare lo scisma di vescovi ordinati senza consenso papale. Negli anni ’50 ci fu il pericolo di un papa cinese («nel gennaio del 1951 il vescovo Zhou Jishi fu invitato ad assumersi la carica di papa della Cina» e rifiutò: cf. Liu Guopen, Accademia cinese delle scienze sociali).

Oggi le diocesi ancora scoperte potrebbero diventare il facile strumento per uno scisma reale. Chi parla troppo frettolosamente di scisma davanti alle discussioni in atto sembra ignorare lo scisma “reale” di una Chiesa cattolica che dovesse fare i conti con una doppia gerarchia. L’Accordo costituisce il superamento definitivo dell’idea di creare in Cina una Chiesa nazionale, pur riconoscendo le molte particolarità della storia e della cultura cinese.

Si tratta dell’esito di un processo all’incrocio di tre spinte attive nei decenni scorsi: sostenere i cattolici clandestini, dialogare con i vescovi patriottici, cercare un accordo globale. A questo fine, dagli anni ’50 la Chiesa rifiuta di qualificare come scisma gli eventi cinesi. Anche per non essere schiacciata sull’ideologia e il potere occidentale. L’Accordo riconosce il potere pieno dello stato e del governo cinese, ma non in senso assoluto. Riconoscere il potere del papa è conseguenza della percezione di un’autorità vera e “non politica” dello stesso e la consapevolezza del nesso non scindibile fra papa e vescovi, fra Chiese locali e Chiesa universale.

Un percorso che è soltanto avviato e che potrebbe subire interruzioni e arretramenti. In ogni caso, è necessario dare tempo alle comunità cristiane in Cina e comprendere le loro diversità e i percorsi dolorosi esperiti. Come si è espresso papa Francesco: vi sono sentimenti di ringraziamento e di sincera ammirazione, «che è l’ammirazione dell’intera Chiesa cattolica, per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili».

La comunione nella Chiesa non è a basso prezzo. Non c’è autentica comunione «senza un travagliato sforzo di riconciliazione» (Benedetto XVI, Lettera ai cattolici cinesi). La purificazione della memoria, il perdono e la riappacificazione dei cuori «possono esigere il superamento di posizioni o visioni personali, nate da esperienze dolorose o difficili, ma sono passi urgenti da compiere» (ibidem). Rimane poi la priorità del compito di evangelizzazione che esige «l’annuncio del Vangelo all’uomo moderno, con la consapevolezza che, come durante il primo millennio cristiano la croce fu piantata in Europa e durante il secondo in America e in Africa, durante il terzo millennio una grande messe di fede sarà raccolta nel vasto e vitale continente asiatico» (ibidem n. 3).

Oltre il centralismo atlantico

Nel contesto politico globale, il rapporto Chiesa cattolica – Cina non si colloca sul versante del potere forte, ma su quello del potere lieve o debole. Non credo che la Cina sia interessata a Roma perché il papa guida il piccolo numero di cinesi che appartengono alla Chiesa cattolica, ma perché avverte il papato come attore globale in grado di produrre e testimoniare valori religioso-simbolici che non si lasciano comprimere né nei limiti delle nazioni, né in quelli di una singola cultura. Soprattutto nel momento – il nostro – in cui il centralismo atlantico lascia spazio alla ricerca di nuovi equilibri.

Sul versante ecclesiale, i cui riferimenti sono il Vangelo e il concilio Vaticano II, non vi è disponibilità a ignorare gli elementi spuri dell’espansionismo imperiale cinese come di qualsiasi altro stato e nazione. I riferimenti alle libertà fondamentali fissate dalla Carta dei diritti del 1948 (e i loro coerenti sviluppi) non sono ignorati per interessi “di bottega”, né per quanto riguarda il Tibet, il popolo uiguro o le recenti vicende di Hong Kong e quelle prossime di Taiwan. Semplicemente si riconosce alla Cina, per la sua civiltà e grandezza, un ruolo necessario al fine di mantenere la pace e di costruire nuovi equilibri mondiali.

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