Cristianesimo tra tempio e sentieri della storia

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Quando, quotidianamente, assistiamo alle tensioni tra chi si preoccupa del Vangelo e chi vive nella paura di perdere l’identità cattolica, rileggere e reinterpretare il nono capitolo della Dei Verbum può essere un’iniziativa autocritica terapeutica.

Ciò che è disputato è il rapporto tra Tradizione e Scrittura, unite nella stessa matrice spirituale e “accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza”. In gioco, rileggendo con lessico latino-americano, è la tensione, ancora attuale, tra cristiani del Tempio e cristiani del Cammino.

Tradizione nelle tradizioni

Anzitutto è necessario sintetizzare quello che tutte le teologie – Magistero compreso – ci dicono della tradizione. C’è una Tradizione con T maiuscola, immutabile e irriformabile – che può, però, crescere attraverso ermeneutiche ed esegesi – e la tradizione-tradizioni con t minuscola, frutto di contesti storici che le suggerirono e che possono e a volte devono essere modificate e scartate per fedeltà al Vangelo.

Lo stesso Ratzinger, in un articolo giovanile, arrivava ad affermare che l’unica Tradizione con T maiuscola è la persona di Gesù e la sua Parola. E questa è una interpretazione che si mantiene cattolica, lontana dal principio protestante, considerato eretico e pericoloso, della sola Scriptura.

Non è possibile ignorare che furono le Chiese a definire il canone, o meglio, i canoni della Bibbia, in processi lunghi, diversi e complicati.

Considerando ciò che accadde nella Chiesa cattolica, possiamo affermare che la prima indiscutibile Tradizione è la decisione ispirata della Chiesa che riguarda la canonicità dei libri ispirati della Bibbia. Questa trasmissione dei libri canonici ci mostra la stretta relazione tra la parola di Dio e la Parola Apostolica, ma la definizione di questa innegabile compenetrazione non dovrebbe postulare una identificazione – “esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine” – eliminando qualunque gerarchia tra i due eventi.

Forse i teologi potrebbero considerare questa interpretazione come una semplificazione riduttiva, ma certamente il rapporto Scrittura-Tradizione non può ignorare la priorità della Parola di Dio come norma normans e, in secondo piano, la Tradizione come norma normata. In questo senso, solamente Gesù e la sua Parola riletta e interiorizzata, in permanente legame con la vita e la storia, orientano la prassi evangelica dei seguaci.

La priorità tradita della Parola

Sarebbe tutto più semplice se questa affermazione della priorità normativa della Parola rispetto alla Tradizione fosse sufficiente. Infatti, non possiamo ignorare che questa dialettica tra Evangelo e Tradizione è ampiamente presente nel Nuovo Testamento, al punto di stabilirsi anch’essa come norma normans della complessa fedeltà alla comunione ecclesiale.

Può servire come esempio la tensione, presente nella comunità di Roma, già negli anni 65-70, tra la radicalità pericolosa dei martiri e la “prudenza” dei difensori del cristianesimo come religio licita, che troviamo descritta nel Vangelo di Marco (Mc 3,21). In questo versetto Gesù è definito pazzo dai suoi parenti. E questo succede molto prima del pacifismo di Clemente Romano, negli anni 90, e anticipa la definitiva alleanza della Chiesa con gli imperatori Costantino e Teodosio, nel IV secolo.

Troviamo nell’epistolario paolino un’ulteriore testimonianza di questa dialettica normativa tra due stili di interpretazione della Tradizione: per esempio, le lettere ai Colossesi, agli Efesini, la seconda ai Tessalonicesi, la prima e la seconda a Timoteo, la lettera a Tito optano per  un inserimento pacifico delle comunità nel contesto sociale, culturale e politico dove vivono, mentre nelle lettere ai Romani, ai Galati e perfino nelle lettera a Filemone prevale la sfida profetica nei confronti di un cristianesimo eminentemente giuridico, più preoccupato della dottrina che della fede, contrapposto a quello ispirato dalla profezia.

Queste contraddizioni non dovrebbero scandalizzarci, perché fanno parte dell’insieme normativo della Parola di Dio in tutte le epoche della storia della Chiesa e ci faranno compagnia fino alla Parusia. In altre parole, si tratta della tensione costitutiva tra carisma e istituzione, che, sorprendentemente, in alcuni momenti, convivono profeticamente nella Chiesa e nella stessa gerarchia.

Ad esempio in Giovanni XXIII, in Medellín, in settori significativi dell’episcopato latino-americano nel periodo delle dittature militari. Ricordiamo, altresì, che lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano II rivela questa duplicità, ove l’ispirazione evangelica e la fedeltà alla Tradizione si fanno presenti negli stessi documenti. E questo dilemma può essere certamente descritto, non risolto, dalla riflessione teologica, quindi dovrebbe essere vissuto fraternamente nelle comunità.

È opportuno, poi, ricordare la rivoluzione mistica di Francesco e Chiara, ispirata dal Vangelo letto e obbedito sine glossa e scelto come unica norma della vita comunitaria, in alternativa al diritto canonico. Da notare che fin dall’inizio del francescanesimo la dialettica tra Vangelo e organizzazione giuridica fu la causa della separazione tra spirituali (il movimento) e conventuali (l’ordine).

Nonostante questo, gli eredi di Francesco e Chiara convissero dialetticamente senza rompere la comunione ecclesiale, ma questa attitudine non aveva funzionato con gnostici e catari dei primi secoli e non funzionò più tardi con Ockham, albigesi, hussiti, fino a Lutero, che bruciò, insieme alla bolla che lo condannava una copia del Corpus Iuris Canonici.

Le vittime della sana dottrina

È una tensione che permane nelle posizioni antigiuridiche, radicali o moderate, del post Concilio. Pensiamo, per esempio, alla teologia di Leonardo Boff, nel libro Chiesa, Carisma e Potere. E ricordiamo la condanna inflitta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

E con Boff, è necessario ricordare il lungo elenco dei processati e condannati: Hans Küng, José María Castillo, Gustavo Gutierrez, Juan Antonio Estrada. Jacques Dupuis, Ivone Gebara, Lavinia Byrne, Jon Sobrino, Bernhard Häring, Charles Curran, Marciano Vidal, Charles Curran, Roger Haight, Eugen Drewermann, Tissa Balasuriya, Yves Congar, Edward Schillebeeckx, Piet Schoonenberg…

Non si trattò solamente di teologi: furono Chiese e popoli, con i loro sogni di vita in pienezza e giustizia, ad essere rinnegati e occultati.

Dopo decenni caratterizzati dalla difesa della dottrina, sembra che qualcosa con Papa Francesco stia cambiando, ma sarebbe ingenuo credere che coloro che, nella storia della Chiesa, rappresentano il carisma, la profezia, la novità perenne del Vangelo, come opposizione ai poteri di questo mondo, non siano minoranze soggette alla persecuzione e alla morte.

L’attualità ci mostra nuovamente questa perenne tensione tra Papa Francesco e i difensori della tradizione giuridica e dottrinale, alla quale suppostamente il vescovo di Roma starebbe disubbidendo.

La nostra storia ci insegna che questo conflitto costitutivo, normativo, può essere amministrato nell’ambito della fraternità e sororità ecclesiali o, nella peggiore delle ipotesi, può provocare dolorose e antievangeliche soluzioni scismatiche. Dove – è prioritario non dimenticarlo – la fraternità passa necessariamente per la Croce di Gesù e dei suoi testimoni; Croce che è vittoria definitiva sulla morte e sulle prepotenze del Tempio e del Palazzo.

Una guerra civile per la vita e per la morte

Ma c’è un “però”, ed è stato l’amico Sandro Gallazzi a richiamare l’attenzione su questo: non possiamo ridurre il conflitto all’ambito ecclesiale. La tensione tra carisma e istituzione si riproduce nella storia. Prima degli avvenimenti di questi ultimi anni, non avevo ancora percepito quanto è tagliente la spada della Parola e come Essa divide anche dove pensavamo che regnasse qualche unanimità in difesa della vita.

Si moltiplicano le incomprensioni, le divisioni, le profonde inimicizie tra di noi, in famiglia, nella Chiesa, con i vicini e, ovviamente nella società e nella politica. E non si tratta dello scontro classico tra destra e sinistra, perché viviamo in un contesto ben più radicale, creato dalla violenza capitalista e dal ritorno del fascismo, che si appropria nuovamente della Tradizione.

È una guerra civile mondiale tra chi difende la vita e chi è a servizio della morte. Lo scenario non è ad intra, nella Chiesa Cattolica. L’unico teatro in cui “passa il teatro di questo mondo” (1Cor 7,31) è la storia.  E non è necessario uscire come “Chiesa in uscita”, perché, da sempre, anche se non ce ne rendiamo conto, siamo “fuori”, nell’unica “città”, nell’unica storia, nell’unica sacra corporeità dei sofferenti, fratelli e sorelle del Crocefisso, che vince la morte e i suoi scagnozzi.

Il testo potrebbe essere letto in un’ottica intra-ecclesiale, ma sarebbe una riduzione codarda davanti alle dimensioni della barbarie che minaccia la vita. Lo stile, apparentemente moderato, è suggerito dal timore che l’odio possa dominare la mia vita e tradire l’agape. Quando affronto fratelli e sorelle che si lasciano sedurre dalla morte, prego: “perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno” (Luca 23.34).

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Un commento

  1. Adelmo li Cauzi 17 giugno 2021

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