Dibattito sul comunicato CEI

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Il comunicato stampa della CEI che entra in dura polemica con il governo italiano a causa del DPCM, che struttura il quadro normativo del primo periodo della cosiddetta “fase 2” a partire dal 4 maggio, ha aperto un ampio dibattito in seno alla società e alla Chiesa italiana. Come redazione di SettimanaNews abbiamo già espresso la nostra prospettiva, cercando di offrire un quadro di lettura complessivo alle nostre lettrici e ai nostri lettori. Ospitiamo sul nostro sito una parte di questo più ampio dibattito sulla posizione che la CEI ha scelto di prendere, in questo momento della vita del paese, a livello pubblico.


Più messe uguale a più Chiesa? – Antonio Autiero

Per smussare gli attriti, il governo rinegozierà con la CEI la manovra e magari si avrà qualche messa in più. Ma ci sarà davvero più Chiesa?

Sconcertano le 261 parole – tante sono, compresa la data – del comunicato stampa della Segreteria generale della Conferenza episcopale italiana, la sera dello scorso 26 aprile, a pochi minuti di distanza dalla conferenza stampa del premier Giuseppe Conte, sulle misure di approccio alla fase 2, per la gestione della crisi da Covid-19.

Chi scrive quelle parole rivela non certo il meglio di sé, sul piano delle intenzioni che le agitano e dei contenuti che vogliono trasportare.

Il tono rivendicativo di diritti – fosse anche quello sacrosanto della libertà di culto – non viene messo nella sua giusta correlazione con il linguaggio dei doveri, a tutela di beni fondamentali minacciati, come quello della salute pubblica e del contenimento dell’epidemia da Covid-19.

Questa lezione è scadente, soprattutto quando viene data in un contesto di crisi diffusa, come quella attuale. Sganciare l’universo dei diritti da quello dei doveri è diseducativo e genera lacerazioni ben più profonde, sia nella consapevolezza delle singole persone che nella coscienza di collettività.

Sconcertante è soprattutto il contenuto della comunicazione fatta dalla CEI. C’è un’imbarazzante confusione di piani che rivela il peggio del profilo teologico sotteso. Si dice che «la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale» che sarebbe impedita a motivo del fatto che il provvedimento del governo «esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la messa con il popolo». Questa confusione tra i due livelli, quello pastorale e quello liturgico, è preoccupante. Ancor più poi, quando la liturgia viene identificata con il marcatore unico della celebrazione della messa. Tutta qui la liturgia?

La Chiesa è sì «chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana», ma sa farlo solo con l’atto fisico della celebrazione di messe? O si domanda sul come educare al senso di lode del suo Signore e di servizio ai fratelli, soprattutto ai più bisognosi? Corti circuiti desolanti si muovono qui e vanno riconosciuti. Questi richiedono un esame serio della propria consapevolezza di Chiesa, prima di indurre a scrivere parole forti, rivolte a chi va gestendo un’emergenza senza pari.

E la chiusura del comunicato, con la sua piega sul rapporto tra servizio ai poveri e vita sacramentale cos’è, una minaccia? Se avremo meno messe, potremo fare meno servizio ai poveri? Cioè, nel linguaggio del giovedì santo: voi impedite la santa cena e noi riduciamo la lavanda dei piedi?

È triste pensare all’immensa povertà di cultura teologica e di senso civico, alla mancanza di cura per la salute pubblica e di responsabilità per la convivenza con cui la CEI si esprime, allineandosi con chi non rappresenta certo il meglio del paese. E della Chiesa.

Probabilmente, anche per quella misura di convenienza di ridurre i già non pochi attriti, il governo rinegozierà la manovra e magari si avrà qualche messa in più.

Ma ci sarà davvero più Chiesa?


Prudenza e obbedienza – Vito Mingozzi

I rischi di questo tempo, nelle parole del papa, sono due: uno è quello di snaturare l’identità cristiana e l’altro di agire in maniera imprudente.

L’appuntamento mattutino con la celebrazione eucaristica presieduta da papa Francesco è diventato senza dubbio per tantissimi un momento di intensa spiritualità e di forte sostegno per affrontare le difficoltà della vita di queste settimane. Nondimeno le sue parole offrono elementi chiari che orientano la riflessione e le scelte pastorali in un momento in cui si sperimenta l’incertezza e talvolta si tocca con mano il rischio di scelte che avrebbero bisogno di essere sottoposte al vaglio di una prudenza obbediente o di una obbedienza prudenziale.

Desidero richiamare due recenti interventi del santo padre. Il primo dal pensiero di meditazione del 17 aprile 2020 e il secondo dall’intenzione di preghiera che ha consegnato all’inizio della celebrazione eucaristica odierna.

Nell’omelia del 17 aprile scorso, il papa diceva: «Prima della Pasqua, quando è uscita la notizia che io avrei celebrato la Pasqua in San Pietro vuota, mi scrisse un vescovo – un bravo vescovo: bravo – e mi ha rimproverato. “Ma come mai, è così grande San Pietro, perché non mette 30 persone almeno, perché si veda gente? Non ci sarà pericolo…”. Io pensai: “Ma, questo che ha nella testa, per dirmi questo?”. Io non capii, nel momento. Ma siccome è un bravo vescovo, molto vicino al popolo, qualcosa vorrà dirmi. Quando lo troverò, gli domanderò. Poi ho capito. Lui mi diceva: “Stia attento a non viralizzare la Chiesa, a non viralizzare i sacramenti, a non viralizzare il popolo di Dio. La Chiesa, i sacramenti, il popolo di Dio sono concreti. È vero che in questo momento dobbiamo fare questa familiarità con il Signore in questo modo, ma per uscire dal tunnel, non per rimanerci. E questa è la familiarità degli apostoli: non gnostica, non viralizzata, non egoistica per ognuno di loro, ma una familiarità concreta, nel popolo. La familiarità con il Signore nella vita quotidiana, la familiarità con il Signore nei sacramenti, in mezzo al popolo di Dio».

E stamattina, introducendo la celebrazione eucaristica, ha affermato: «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni».

Da una parte, il papa sottolinea l’esigenza di non viralizzare la vita cristiana e le sue espressioni, evitando possibili scivolate gnostiche; dall’altra invita tutti a domandare al Signore la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni, perché la curva dei contagi non torni a salire in maniera sconsiderata.

Le due considerazioni, ad una lettura superficiale, potrebbero apparire tra loro contraddittorie. Si potrebbe, infatti, obiettare: come si può evitare di viralizzare la vita cristiana lasciando ancora le porte delle chiese chiuse e rimanendo su piattaforme virtuali che al massimo “mettono in scena” un rito, sottraendo i partecipanti a tutti i dispositivi propri dell’esperienza cristiana?

Ragionando in questo modo si sarebbe quasi ineluttabilmente portati dentro una spirale asfissiante di un aut…aut a motivo del quale occorrerebbe dire una parola ferma, assumere una posizione inequivocabile, rivendicare un’autonomia, ribadire i principi. Tutto per sciogliere quella “fastidiosa” complessità con la quale si deve fare i conti e che tutto chiede tranne che imboccare la via di una banale semplificazione.

Il papa pare ci inviti ad esercitare la capacità di un et… et, di una cattolicità pratica si direbbe, in virtù della quale la prudenza e l’obbedienza non conducono ad assumere una posizione remissiva e quasi irresponsabile rispetto ad alcune esigenze della vita cristiana.Al contrario, esse aprono coraggiosamente ad un articolato discernimento nel quale individuare passi di progressione possibili da compiere in un atteggiamento di creatività in virtù del quale le dimensioni diverse dell’esperienza cristiana tornano ad essere tutte rimesse in gioco, senza più assolutizzazioni e contemporanee relativizzazioni.

In tal senso, per non sciupare il kairòs del tempo presente imboccando scorciatoie che possono rivelarsi alla fine vie senza uscita, come comunità cristiane oggi siamo chiamati a scegliere l’esercizio delle virtù della prudenza e dell’obbedienza non per sopportare le restrizioni cui siamo costretti, ma per attraversare questo tempo della vita lasciandoci re-istruire da quello che va accadendo, oltre la ricerca di ciò che è più sicuro e ci pare essere l’unicum senza del quale vivere non possumus.


“Aspettatevi gli uni gli altri” – Piotr Zygulski

“Non è questo il tempo di mostrare i denti, bensì di collaborare” ha detto don Derio, vescovo di Pinerolo. In attesa di una comunità che accolga tutti.

Con le parole di oggi, papa Francesco forse ci sta dicendo semplicemente che la «realtà è superiore all’idea». Questo significa molto, quindi «evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza» (Evangelii gaudium 231).

In un momento così di tensione è facile litigare e cercare il capro espiatorio: il Governo, la CEI, il papa, la Massoneria, il comitato tecnico-scientifico… Non sono un sostenitore di questo Governo, ma mi ritrovo più nel buon senso del suo provvedimento che non nella nota della CEI, che pure è apprezzabile per ricordare la libertà di culto, che è limitata attualmente per tutti i culti religiosi e non solo per quello cattolico.

Sul senso del vero culto cristiano, che non può essere limitato perché sono i nostri corpi nell’amore illimitato di Cristo, rimando alle parole di Benedetto XVI nell’udienza del 7 gennaio 2009 . È però lo Stato a dover bilanciare – soprattutto in caso di emergenza – l’esercizio delle libertà di culto, movimento, manifestazione, istruzione con il diritto primario alla salute. Per approfondire leggetevi Alessandro Ferrari su SettimanaNews e per chi ha tempo e capacità giuridiche consiglio Angelo Licastro su ConsultaOnline.

Nondimeno riconosco gli errori comunicativi del Governo. Innanzitutto sono i governanti che hanno trascurato che la realtà è superiore all’idea fase 2 che avevano tanto annunciato. La realtà è che la fase 2 non è partita perché era subordinata alla fantomatica app Immuni che è stata abortita.

C’erano aspettative create proprio dalle illusorie promesse del Governo e ci sono comprensibili delusioni. Ma la realtà – se si la vuole smentire occorrono studi epidemiologici seri – è che i contagi continuano e sarebbe davvero imprudente tornare tutti insieme a riunirci come comunità. A meno che non si voglia discriminare qualcuno (gli anziani, i lombardi, i non immuni, chi non si è prenotato, chi è arrivato tardi ecc.). Ma non sarebbe quella la Chiesa. Non sarebbe il popolo tutto. Non sarebbe messa, se si escludono i fragili e i soggetti cosiddetti a rischio. Anche spiritualmente è doveroso attendere insieme, perché nessuno deve rimanere escluso dalla comunione. L’unità è superiore al conflitto.

Meditiamolo con san Paolo: «Innanzi tutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, e in parte lo credo. È necessario infatti che avvengano divisioni tra voi, perché si manifestino quelli che sono i veri credenti in mezzo a voi. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore. Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! [… ] Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore.

Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati; quando poi siamo giudicati dal Signore, veniamo ammoniti per non esser condannati insieme con questo mondo. Perciò, fratelli miei, quando vi radunate per la cena, aspettatevi gli uni gli altri. E se qualcuno ha fame, mangi a casa, perché non vi raduniate a vostra condanna» (1Cor 11,18-22.27-34).

Così faccio mie le parole di don Derio, vescovo di Pinerolo: «Credo non sia il momento di essere imprudenti, ma collaborativi. Il comunicato mi sembra abbia un po’ troppo il tono dell’autonomia. Non è questo il tempo di mostrare i denti, bensì di collaborare. Abbiamo rinunciato al triduo pasquale. Perché non provare a pazientare? Credo che questa epidemia possa essere un kairòs, un’occasione da cogliere anche nel modo di fare pastorale. Molti vescovi si sono industriati per far pregare le persone nelle case. Molti sono tornati a pregare come non facevano prima. Perché non insistere sulla necessità di reimparare la fede nelle case? Altrimenti rischiamo di tornare a celebrare le messe lasciando però che poi la vita di tutti i giorni sia vuota. La messa può anche essere una parentesi in un vuoto quotidiano. Di fronte a tragedie come queste si vince insieme. Chi mostra i denti ribadisce i propri diritti e pare che vinca, ma collaborerà alla sconfitta».


Se scienza e fede difendono l’uomo – Vincenzo Bertolone

Oltre a commentare la “fase 2” decisa dal Governo, l’arcivescovo di Catanzaro-Squillace traccia un bilancio del vissuto ecclesiale in tempo di virus.

Quella che segue è una risposta resa a una precisa domanda, pervenutami via email da una fedele cristiana della diocesi di Catanzaro-Squillace. Rendendola pubblica, penso che possa fare del bene a tutti, invitando a riflettere cristianamente non soltanto su urgenti temi di carattere generale, ma di cominciare a tracciare un bilancio della stagione del coronavirus e della pandemia che ne è seguita.

Nuove forme di direzione spirituale in tempo di pandemia 

La ringrazio per la vicinanza e la fiducia che, attraverso la sua e-mail, sente ed esprime verso il Pastore della diocesi, da lei definita “fervida”, come anch’io spero che lo sia realmente sotto il profilo del fervore di fede, della religiosità popolare e della testimonianza cristiana.

Con i ministri sacri, che indicano le orme da seguire a tutto il “gregge di Cristo”, ci si deve spesso confidare, come fa lei; e qualche volta anche “sfogare”, ponendo, come ora è accaduto, una serie di legittime domande sulla sospensione, delle «cerimonie religiose con il concorso dei fedeli nel pieno di questa pandemia», che effettivamente ci rattrista e da cui speriamo di uscire tutti al più presto in benessere e salute.

Quanto da lei utilizzato, lo ritengo un modo per ricorrere al consiglio o alla direzione spirituale, in qualche modo riscoperta dopo una stagione di generalizzato abbandono. È forse, questo, uno degli effetti positivi del pur terribile e letale coronavirus.

Le dico subito – senza troppi giri di parole – che comprendo perfettamente e pienamente il suo stato d’animo, la sua amarezza. D’altra parte, chi potrebbe nutrire sentimenti diversi solo al ripensare all’immagine dei riti pasquali celebrati quasi in solitudine da papa Francesco, o al suo attraversare Piazza San Pietro in solitaria e sotto la pioggia, il 27 marzo scorso?

Due ali per volare verso il vero della pandemia 

Dobbiamo riconoscerlo: troppo spesso, da parte delle autorità governative ma anche da noi stessi, si è ritenuto che l’unica risposta alla pandemia fosse da trovare solamente negli ambiti, pur legittimi, della medicina (quali terapie da attivare per ridurre al minimo i danni del contagio), della biologia (quali farmaci ed eventuali vaccini che potrebbero prevenire le ondate di pandemia o almeno ridurne i danni), delle strategie politiche (quali ordinanze promulgare per evitare la principale fonte di contagio, ovvero gli assembramenti di persone), della finanza e dell’economia (quali misure adottare per ripristinare il lavoro in tante imprese e anche strategie per ovviare al crollo dei mercati e all’impoverimento generale). Tutte risposte e strategie legittime, data anche l’urgenza dei fatti. Solo che le risposte si sono fermate al livello della salute e del benessere del corpo, considerando di secondo piano la salute delle anime (salus animarum).

Se Dio non può volere il male, ma al massimo permetterlo per un disegno più grande, non si dovrebbe sentire l’esigenza di chiedergli incessantemente d’intervenire sulla sua creazione, perché fermi ogni male (libera nos a malo) e trasformi in bene disagi, sofferenze, dolore, morte? Alla salvezza, infatti, contribuiscono entrambe le ali: della scienza e della fede. Di qui, gentile signora, anche il suo legittimo stato d’animo e la sua giustificata amarezza.

Profili concordatari nelle limitazioni al concorso di popolo nelle chiese

Il profilo dal quale parte per porre le sue domande, tuttavia, è di tipo concordatario, ovvero riguarda i rapporti Stato-Chiesa, ovvero: come mai nella sua autonomia la Chiesa non ha rivendicato maggiore spazio pubblico per gli atti di culto, per la preghiera, per la devozione popolare? E, dopo l’ultima conferenza-stampa e relativo nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, si possono allargare le maglie soltanto sul numero dei partecipanti ai funerali, senza nulla prevedere sulle questioni essenziali della partecipazione ai sacramenti, soprattutto all’eucaristia, fonte e culmine della vita cristiana?

È un profilo, questo, evidenziato dalla stessa Conferenza episcopale italiana. Difatti, rappresentando la posizione della Chiesa e il disagio di molti fedeli che si sono visti limitare la possibilità di recarsi a pregare nei luoghi di culto prima, durante e dopo Pasqua, a più riprese la CEI ha posto alcuni quesiti al Ministero dell’Interno, in particolare, sulla possibilità di raggiungere le chiese, la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni della Settimana Santa e la celebrazione dei matrimoni in chiesa.

E ora, in vista della fase 2, una Nota non firmata della CEI ha puntualizzato che «i vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale».

Non è soltanto in questione l’esercizio del culto e di legittimo spazio alla religiosità personale di ogni cittadino, ma è riconoscere la “pertinenza” del divino e del sacro come possibile strategia di ordine spirituale allo stato generalizzato di disagio, anzi di male, che angustia singoli e collettività. Di più: è riconoscere che il servizio ecclesiale ai poveri ha senso soltanto se sgorgante dalla dimensione di annuncio e di culto della comunità ecclesiale. Se l’arte e il canto hanno contribuito a sollevare gli animi intristiti dalla pandemia, perché non potrebbe farlo anche la musica dello spirito?

La Nota del Ministero dell’Interno e il nuovo Decreto per la fase 2

Come è noto, la nota ministeriale di risposta (27 marzo 2020) ai quesiti della CEI, (che sono anche i suoi) ci ha ricordato che la pandemia ha costretto l’autorità pubblica a limitare alcuni fondamentali diritti costituzionali, tra i quali quello della libertà di religione. Il motivo di “forza maggiore”, cioè la tutela della salute e il modo rapido e diffusivo del contagio da coronavirus, dunque ha spinto legittimamente, il Governo a limitare alcune libertà, tra le quali il concorso di popolo agli atti pubblici di culto.

E, sulla medesima linea, il DPCM per la fase 2 continua a proporre (dal 4 maggio in poi) misure urgenti di contenimento del contagio, assicurando, per quanto riguarda quelle che continua a chiamare «le cerimonie civili e religiose» (ma gli atti culto non sono cerimonie!), qualche apertura soltanto per «le cerimonie funebri con l’esclusiva partecipazione di parenti di primo e secondo grado e, comunque, fino a un massimo di quindici persone».

Tanto il Concordato, quanto la fede e il buon senso (semplice ragione) non potevano che suggerire qualche limitazione per tutelare un bene più grande (nel caso specifico, la salute pubblica). D’altronde, è vero che l’art. 19 della Costituzione prevede che i riti religiosi non subiscano altra limitazione a parte quella del buon costume (dunque non potrebbero essere conculcati per motivi di ordine pubblico). In questo senso – chiarisce il Ministero dell’Interno – le celebrazioni non sono in sé vietate, ma possono continuare a svolgersi senza la partecipazione del popolo, proprio per evitare raggruppamenti che potrebbero essere potenziali occasioni di contagio.

Frequentare le chiese subordinatamente a uscite più “essenziali”?

È evidente che l’articolo 19 della Costituzione va letto insieme all’art. 9 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (1950), per la quale la legge di un singolo Stato può stabilire limitazioni alla libertà di manifestazione di religione in presenza di motivi di salute pubblica.

Teniamo presente che la Convenzione è nata in seno al Consiglio d’Europa, al quale anche la Santa Sede partecipa come “osservatore”. In particolare, secondo l’interpretazione della Nota ministeriale, le disposizioni governative limitano il diritto di uscire di casa per accedere agli edifici di culto, consentendo, tuttavia, di accedervi subordinatamente agli «spostamenti determinati da comprovate esigenze lavorative, ovvero per situazione di necessità e che la chiesa sia situata lungo il percorso», di modo che, in caso di controllo da parte delle Forze di polizia, possa essere accertato il motivo di necessità. Come dire che probabilmente si è ritenuto prioritario provvedere ai mezzi essenziali di sussistenza e solo subordinatamente permettere di visitare in chiesa il Santissimo Sacramento dell’altare?

Quanto alla richiesta partecipazione di almeno poche unità ai riti della Settimana Santa, la nota precisò che il «servizio liturgico, pur non essendo un lavoro, è assimilabile alle “comprovate esigenze lavorative”». Su questa assimilazione del servizio liturgico alle esigenze lavorative ci sarà da discutere molto in sede teologica e pastorale, ma resta che la decisione limitativa degli atti di culto è considerata un impianto di fondo nell’orientamento del governo, anche dopo le sollecitazioni della CEI, che comunque non contestava, ma aderiva pienamente alle disposizioni di tutela del benessere pubblico.

Legittimi interrogativi e altrettanto legittime risposte

Si domanda legittimamente lei, se non sia stato forse mortificato l’esercizio del diritto di professare liberamente la nostra fede religiosa, in quanto recarsi in chiesa risulta subordinato ad altre destinazioni ritenute più importanti, quali andare dal tabaccaio, portare fuori il cane, acquistare alimenti.

E, per quanto concerne il Decreto per la fase 2, certamente lei si domanderà se non sia stato troppo riduttivo preoccuparsi più dei funerali che della messa, al punto che, dopo la legittima protesta della CEI, il Governo ha dovuto sollecitamente assicurare «un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».

È vero: l’Autorità ministeriale, sostituendosi in parte all’Autorità ecclesiastica, si è spinta fino ad elencare le persone ammesse nelle chiese, non limitandosi a contarne la quantità, ma descrivendole secondo i ministeri liturgici, cioè limitando l’accesso «ai celebranti, al diacono, al lettore, all’organista, al cantore e agli operatori per la trasmissione». In ogni caso, è rimasto escluso da ogni atto di culto e devozione il concorso del popolo.

Ma siamo davvero sicuri che la domanda debba essere posta così come lei la pone? La sofferenza, palpabile, è innegabile. La rinuncia alle manifestazioni liturgiche e alle espressioni della pietà popolare, è stata dolorosissima, particolarmente per il nostro Sud dove essa non è soltanto una manifestazione folcloristica, ma vera religione popolare e dove nessun credente sarebbe disponibile a “viralizzare” la celebrazione domenicale e, più in generale, la Liturgia.

Ma pure in questo quadro a tinte fosche, non sono mancate le luci. A me pare che la chiusura di ogni chiesa (il riferimento è volutamente provocatorio, visto che nessuna chiesa è stata mai chiusa, ma è stato consentito ai fedeli di recarvisi per momenti di preghiera in solitudine o comunque nel rispetto delle norme di prevenzione) abbia portato all’apertura di migliaia di altre “chiese”, le ecclesiae domesticae.

Posto che viene il tempo in cui non si adora né su un monte, né in un tempio, abbiamo constatato effettivamente, grazie alle limitazioni, che «i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori» (Gv 4,23). Per una volta, infatti, e da tanto tempo non accadeva, la fede intima è stata vissuta anche pubblicamente: nelle case, dai balconi, nelle scale dei condomini, in spirito.

Quanti sacerdoti hanno celebrato messa nel silenzio delle chiese, ascoltati in migliaia di abitazioni attraverso i canali facebook? Quanti milioni di italiani, a più riprese, hanno ascoltato il Verbo dalla voce del papa, seguendolo in preghiera sul piccolo schermo? Quanta gente, in questo periodo di apparente estraniamento dalla normalità, si è fermata a riflettere su se stessa, sulla condizione propria e del prossimo, riscoprendo peraltro in tempi di lontananza il valore della vicinanza? Quante famiglie, esercitando il sacerdozio battesimale, hanno benedetto la mensa, pregato insieme il rosario, approfondito le letture liturgiche del giorno? Quanti hanno colto finalmente la connessione tra atti di culto e prossimità ai più disagiati, posto che ogni raccolta, offerta, contributo… è sempre finalizzato al sostentamento dei ministri del culto e, soprattutto, al sovvenire alle esigenze e necessità degli invisibili e dei poveri?

Alcuni risultati in orizzonte più ampio

Paradossalmente, il divito di concorso di popolo nella frequenza degli edifici di culto ci ha fatto riscoprire il senso del culto pubblico. Abbiamo constatato che il web non è soltanto uno dei tanti mezzi di comunicazione sociale, ma qualcosa di più; è diventato il modo virtuale, ma reale, di essere e di vivere nella new techonology Era. Da luogo che dà una certa idea di comunità, stiamo forse passando a un luogo che crea comunità, ossia da spazio soltanto comunicativo a spazio anche liturgico?

In questa linea, non a caso, si è mosso il Dicastero pontificio per la comunicazione con il libro Forti nella tribolazione, disponibile gratuitamente: aiutare a scoprire la vicinanza di Dio in un contesto dove, guardandosi intorno, sembra di scorgere solo dolore, sofferenza, paura, solitudine, isolamento.

Come continuare a vivere i sacramenti nell’era della riscoperta del web come unico modo per essere vicini, pur se distanti e sentirsi popolo di Dio pur senza concorso di popolo nei luoghi sacri? Abbiamo, tra l’altro, riscoperto la comunione spirituale e appreso che si può ottenere il perdono dei peccati con l’atto di contrizione, stante l’impossibilità di confessarsi individualmente.

È vero: le limitazioni, ci sono state, e sono state dure, e ora vanno legittimamente allentate in analogia con altri comparti della società; ci hanno imposto, come cattolici che intendono e debbono anche pubblicamente manifestare la propria fede religiosa, di pagare un duro prezzo. Ma col sacrificio patito è stato possibile piantare il seme della Speranza. E toccherà a tutti noi, quando le restrizioni saranno almeno allentate, oltre a compiere le opportune verifiche nelle sedi competenti, evitare che tutto ricominci come prima, senza tener conto di ciò che è stato e del nuovo inizio al quale, nei giorni passati in casa da reclusi, tutti abbiamo pensato, per noi e per gli altri.

Mancate opportunità e testo concordatario. Tra l’altro, gentile signora, lei lamenta le «mancate processioni benedicenti con il Crocifisso o immagini della Vergine Maria per le strade solitarie di piccoli paesi con la sola presenza del sacerdote». Per salvaguardare la salute di tutti, la Chiesa ha dovuto riscoprire il valore intrinseco delle processioni e delle celebrazioni anche in assenza di popolo e ha dovuto offrire riti e celebrazioni con modalità non in “presenza”.

In merito, i controlli delle Forze di polizia, che sono scattati qua e là, mai avrebbero potuto prevedere, ai sensi del Concordato, l’ingresso in chiesa di “persone armate” e, in caso di controllo delle regole da parte di persone non armate, esse non potevano essere limitative o interruttive della celebrazione in corso e comunque sempre subordinate a un previo avviso al ministro di culto.

Oggettivamente non soltanto ha ragione, ma potrebbe verificare, caso per caso e con la consulenza di legali, se non esistano gli estremi della violazione dell’art. 405 del Codice penale, che al comma 1 sanziona chiunque impedisca o turbi l’esercizio di funzioni e cerimonie di un culto religioso; e, al comma 2, chiunque compia atti di violenza o minacci persone radunate per un culto (una persona armata è una “minaccia di violenza”?).

Insomma, pur se con limitazione nel numero dei partecipanti (per motivi di tutela del bene maggiore), l’atto di culto deve restare in Italia un atto di culto pubblico ed esige libertà, pena la lesione di un diritto umano la cui doglianza potrebbe anche pervenire alla Corte europea dei diritti umani.

Il coraggio, uno non se lo può dare? 

Ed infine, ecco il suo motivo, di maggiore sofferenza: «La mancata difesa in troppe occasioni da parte della Chiesa e dei suoi Pastori nei confronti di sacerdoti impegnati a curare e consolare le tante anime tribolate in questo difficilissimo momento». Certo, anche don Abbondio cercava di giustificare la sua ignavia borbottando che il coraggio uno non se lo può dare, se non ce l’ha.

Per quanto mi riguarda, non soltanto difendo, ma sono accanto a tutto il Collegio presbiterale della diocesi di Catanzaro-Squillace, particolarmente a coloro che, nel rispetto delle leggi e in maniera creativa, stanno consolando e facendo percepire alla gente la tenerezza di Dio. Sono tantissimi quelli che si mantengono in contatto con il popolo, in maniera reale seppur virtuale. Presto, si spera, pur con tutte le limitazioni per la pubblica incolumità, si potranno avere contatti con gli ammalati, le persone sole, i carcerati, i morenti.

Compito dei sacerdoti, come pastori, è quello di ricordare ai fedeli che non sono soli, perché sono parte di una comunità ecclesiale, anche se temporaneamente non ci si frequenta vis-à-vis. Anche se siamo isolati, il pensiero e lo spirito possono andare ben lontano con la creatività dell’amore. Nessun membro del clero è in vacanza e, pur osservando la distanza fisica, i sacerdoti devono rimanere vicini al loro popolo ed esserne un punto di riferimento.

La fede è sempre “pubblica”, come il culto cristiano

Con la forza che proviene dalla Fede e dalla Speranza, che non devono mai abbandonarci, possiamo oggi tirare un sospiro di sollievo: se, dietro il paravento della pandemia e dei provvedimenti di legge promulgati per contenerla, qualcuno voleva ridurre la fede a fatto privato, non ce l’ha fatta, ha perso la battaglia. La fede è sempre pubblica, mai privata, né è una semplice cerimonia rituale. Lo dimostrano la sua lettera e la sua passione, affatto isolate. Lo attestano i parroci che hanno tutti compiuto il proprio dovere. Lo conferma il lavoro dei vescovi italiani e la loro opera di tessitura nella trattativa con il Governo.

Ed ancora, con un pizzico di bonaria provocazione, più che altro finalizzata a favorire una riflessione sul punto, credo giusto interrogarsi anche – come accennavo, sul rapporto tra scienza e fede – o meglio sulle conclusioni accreditate delle scienze mediche, biologiche e genetiche e le conclusioni della fede mediante la quale tutti noi esercitiamo il credere: il concorrere responsabile della Chiesa, all’osservanza delle norme dettate per la tutela della salute pubblica, sono state solo subìte o – al contrario – non possono ritenersi il frutto di decisioni, di certo, preminentemente scientifiche, ma collocabili in quel quadro in cui la scienza è anche fede, se il suo fine ultimo, e allo stesso tempo primario, è la difesa dell’uomo, di cui la Chiesa cura sì la dimensione spirituale, ma pur sempre con esiti sul benessere del corpo e della mente, oltre che dello spirito? Con stima e cordialità.


 Lettera a un vescovo – fr. MichaelDavide

Il comunicato CEI rischia di compromettere l’atteggiamento tenuto dalla Chiesa in Italia. Si può vivere il culto senza identificarsi con il culto.

Mattino del 27 aprile 2020

Carissimo vescovo,

permettimi di condividere con te la riflessione di questa mattina. Penso alla reazione forte della CEI alla dichiarazione del Presidente del Consiglio circa la famigerata “fase 2”.

Se ho capito bene, si invoca la “libertà di culto” per reagire alla delusione del mantenimento delle restrizioni circa le celebrazioni liturgiche con la sola eccezione per i funerali. Non ritengo assolutamente di conoscere l’insieme della questione e non penso di avere né soluzioni da proporre, né approcci più saggi di quello di chi è costituito in autorità nella Chiesa. Ma condivido con te questa suggestione che mi è salita dal cuore passando dalle “ultime notizie” all’angolo della mia cella in cui mi dedico alla lectio divina.

Libertà di culto o libertà nel culto? 

Proprio in forza del Vangelo e del mistero pasquale di Cristo Signore, ciò che ci caratterizza non è solo la libertà di culto, ma anche la libertà da un certo culto, che permette di maturare un bene cristiano prezioso: una libertà nel culto. Se, con le altre religioni, condividiamo la giusta rivendicazione della libertà di culto per tutti, precipuo di ciò che il Cristo ci ha “guadagnato”, è che la nostra pratica di fede non si identifica con il culto. In alcuni momenti, il culto si può trascendere, senza venir meno alla fedeltà discepolare.

Un miracolo che era avvenuto fin qui era la serena alleanza tra la Chiesa, lo Stato e persino la scienza. Gli unici che si sono opposti a questa serena assunzione di responsabilità sono stati i tradizionalisti e quei politici stigmatizzati da papa Francesco in Gaudete et exsultate 102. Taluni invocano la religio e la christianitas, ma così poco conoscono del profumo sottile e sempre eccedente del Vangelo di Cristo.

Mi auguro vivamente che i vescovi del nostro Paese non prestino oltre il fianco alla tentazione, in nome del culto, di perdere un appuntamento storico per rimettere al primo posto il Vangelo. Anche quando i sacramenti non possono essere celebrati, il Vangelo è sufficiente come sorgente di comunione tra i discepoli e di carità verso tutti.

Spero tanto che la nostra Chiesa in Italia non ceda alla tentazione di passare dalla testimonianza appassionata, serena e creativa ad una denuncia di non riconoscimento del “diritto di culto”, assumendo la postura di “perseguitata”. Questo rischia di rendere vano il grande guadagno di queste settimane difficili in cui siamo stati capaci di vivere in regime di alleanza nella consapevolezza che nessuno sa bene come comportarsi per evitare il peggio e cercare il meglio. Non penso che si possa accusare il Governo in carica della colpa di “incertezza”, quando la situazione non permette di capire l’evoluzione della pandemia.

Sarebbe un peccato passare dall’accompagnamento dei fedeli a vivere serenamente le restrizioni imposte, a lanciarsi in una “crociata” sul diritto alla “libertà di culto”.

Sinceramente, penso non si possa nemmeno minimamente immaginare che il nostro Governo attuale voglia calpestare la libertà di culto proprio mentre persino i nostri fratelli musulmani, nel tempo sacro del Ramadan, hanno serenamente accettato di viverlo in modo diverso. Forse è più vero che le forze politiche potrebbero approfittare di questa crepa che si è creata nelle ultime ore per far rientrare alcune pressioni tanto “cattoliche” quanto poco “evangeliche”. Penso in particolare al senso ampio della vita di fede e l’attenzione ai più poveri.

Come discepoli del Risorto possiamo andare al tempio, come facevano i primi cristiani, e “spezzare il pane” a casa. Se questo non è possibile o diventa troppo pericoloso o semplicemente incerto, abbiamo sempre le nostre “serene catacombe” dove, con fiducia, attendiamo tempi migliori senza inutili agitazioni. Il Cristo Signore ci dona, con le sue parole e i suoi gesti, di vivere il culto senza identificarci con il culto.

Il dialogo magnifico tra il Signore Gesù e la Samaritana può esserci di guida, di luce, di pace.

Vedo il rischio di sprecare ciò che siamo stati capaci di recuperare stupendamente in queste settimane prestando il fianco a posizioni che difendendo la religione, in realtà, hanno a cuore la preservazione di un mondo di privilegi e di egoismi.

La nostra fede in Cristo ci spinge piuttosto ad una rinuncia unilaterale ai nostri diritti per portare insieme agli ultimi i “pesi” di doveri condivisi per rendere più prossimo il Regno di Dio. Se anche fossimo gli ultimi tra gli ultimi a ritrovare la possibilità di radunarsi nelle nostre chiese, potremmo portarlo con grazia e perfino con eleganza.

Quando parla un vescovo si esprime il Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.

Quando si parla ad un vescovo, ci si rivolge al Collegio dei vescovi, successori degli apostoli.

E’ quello che sto facendo all’alba di questo giorno nel tempo che dedico abitualmente alla lectio divina: attraverso di te chiedo ai vescovi della Chiesa che è in Italia di non rendere vana la libertà che Cristo ci ha conquistato con la sua morte in croce. Di questo mistero l’eucaristia è memoria irrinunciabile. Eppure, la nostra vita di battezzati – anche senza eucaristia – è incarnazione nella realtà che rimane più grande di ogni idea dogmatica e di pratica anche cultuale.

In ultimo, mi sento di rammentare che sempre si debba vigilare nel purificare ogni presa di posizione sugli ideali e i principi, dalla nostra paura di aprirci all’inedito e al nuovo accettando anche di rinunciare alla nostra influenza e, persino, al nostro potere religioso.

Ti chiedo scusa di importunarti così presto al mattino e spero tu possa accogliere la confidenza di un monaco che spera di morire cristiano. Ti chiedo di benedirmi e di correggermi se ti sembra necessario.

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