Gli sfollati climatici

di:
ORIENTAMENTI PASTORALI SUGLI SFOLLATI CLIMATICI

Sezione Migranti e Rifugiati – Settore Ecologia Integrale
Dicasteroper il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

Gli Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici sono un documento, pubblicato sotto forma di opuscolo, che contiene fatti, interpretazioni, politiche e proposte rilevanti sul fenomeno degli sfollati climatici. Per cominciare, propongo di riprendere la famosa frase pronunciata da Amleto, “essere o non essere”, e di trasformarla in “vedere o non vedere, questo è il problema!”. Tutto, infatti, inizia dal nostro vedere, sì, dal mio e dal tuo.

Siamo sommersi da notizie e immagini riguardanti intere popolazioni sradicate dalla propria terra, a seguito di disastri naturali causati dal clima, e costrette a migrare. Tuttavia, l’effetto che queste storie hanno su di noi e sul modo in cui vi rispondiamo – se provocano in noi risposte fugaci o innescano qualcosa di più profondo, se ci sembrano lontane o le sentiamo vicine – dipende da noi; dipende da noi, cioè, sforzarci di vedere la sofferenza che ogni storia comporta, per “prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade […] e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare” (Laudato Si’, 19).

Il fatto che le persone siano costrette a migrare perché l’ambiente in cui vivono non è più abitabile, ci potrebbe sembrare un processo naturale, qualcosa di inevitabile. Eppure, il deterioramento del clima è molto spesso il risultato di scelte sbagliate e di attività distruttive, il frutto dell’egoismo e dell’abbandono, che mettono l’umanità in conflitto con il Creato, la nostra casa comune.

A differenza della pandemia di Covid-19 – abbattutasi su di noi all’improvviso, senza alcun preavviso, e quasi ovunque, con un impatto pressoché simultaneo sulla vita di tutti noi –, la crisi climatica è iniziata con la Rivoluzione Industriale. Per molto tempo, tale crisi si è andata sviluppando tanto lentamente da rimanere impercettibile per tutti, eccetto per pochissime persone particolarmente lungimiranti. Anche adesso, le sue ripercussioni si manifestano in maniera disomogenea: il cambiamento climatico interessa il mondo intero, ma le difficoltà maggiori riguardano coloro che meno hanno contribuito a determinare il cambiamento climatico.

Eppure, come per la crisi del COVID-19, a causa della crisi climatica, il numero enorme di sfollati è in continuo aumento e sta rapidamente diventando una grande emergenza della nostra epoca, come possiamo vedere quasi ogni sera in televisione, e questo richiede risposte globali.

Mi vengono in mente, qui, le parole pronunciate dal Signore per bocca del Profeta Isaia, che, calate nella nostra realtà, si rivelano particolarmente significative anche per noi, risuonando più o meno così:su, venite e discutiamo. Se siete pronti ad ascoltare, possiamo ancora avere un grande futuro. Ma se vi rifiutate di ascoltare e di agire, sarete divorati dal calore e dall’inquinamento, dalla siccità qui e dall’innalzamento delle acque là (cfr. Isaia 1, 18-20).

Quando guardiamo, cosa vediamo? Molti vengono ‘divorati’ da condizioni che rendono impossibile la sopravvivenza. Costretti ad abbandonare campi e coste, case e villaggi, fuggono in fretta portando con sé solo pochi ricordi e averi, frammenti della loro cultura e della loro tradizione. Partono pieni di speranza, con l’intenzione di ricominciare la propria vita in un luogo sicuro. Ma, per lo più, finiscono in bassifondi pericolosamente sovraffollati o in insediamenti improvvisati, aspettando il loro destino.

Coloro che sono costretti ad allontanarsi dalle proprie abitazioni a causa della crisi climatica hanno bisogno di essere accolti, protetti, promossi e integrati. Essi hanno il desiderio di ricominciare, ma bisogna dare loro la possibilità di farlo, e aiutarli perché possano costruire un nuovo futuro per i loro figli. Accogliere, proteggere, promuovere e integrare sono tutti verbi che corrispondono ad azioni adeguate. Togliamo quindi uno per uno quei massi che bloccano il cammino degli sfollati, ciò che li reprime e li emargina, che impedisce loro di lavorare e di andare a scuola, ciò che li rende invisibili e nega loro la dignità.

Gli Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici ci invitano ad ampliare il modo con cui guardiamo a questo dramma dei nostri tempi. Ci spingono a vedere la tragedia dello sradicamento prolungato che fa gridare ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, anno dopo anno: “Non possiamo tornare indietro e non possiamo ricominciare da capo”. Ci invitano a prendere coscienza dell’indifferenza della società e dei governi di fronte a questa tragedia. Ci chiedono di vedere e di preoccuparci. Invitano la Chiesa e tutti quanti ad agire insieme, e ci indicano come è possibile farlo.

Questa è l’opera che il Signore ci chiede ora, e in essa c’è un’immensa gioia. Non usciremo da crisi come quelle del clima o del COVID-19 rinchiudendoci nell’individualismo, ma solo “stando insieme”, attraverso l’incontro, il dialogo e la cooperazione. Ecco perché sono particolarmente lieto che siano stati elaborati questi Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici all’interno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, assieme alla Sezione Migranti e Rifugiati e al Settore Ecologia Integrale. Questa cooperazione è di per sé un segno della via da seguire.

Vedere o non vedere è l’interrogativo che ci porta a rispondere, operando insieme. Queste pagine ci mostrano di cosa c’è bisogno e cosa dobbiamo fare, con l’aiuto di Dio.

Francesco

ACRONIMI

ACR: Pontificio Consiglio ‘Cor Unum’ e Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, Città del Vaticano 2013

CA: Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Centesimus Annus, Città del Vaticano 1991

CCD: Crisi Climatica e Sfollamento (Climate Crisis and Displacement)

CDP: Sfollati Climatici (Climate Displaced People)

CIV: Benedetto XVI, Lettera Enciclica Caritas in Veritate, Città del Vaticano 2009

CV: Francesco, Esortazione Apostolica post-sinodale Christus Vivit, Città del Vaticano 2019

EG: Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, Città del Vaticano 2013

EMCC: Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, Erga migrantes caritas Christi, Città del Vaticano 2004

FT: Francesco, Lettera Enciclica Fratelli Tutti, Città del Vaticano 2020

IDP: Sfollati Interni

LS: Francesco, Lettera Enciclica Laudato Si’, Città del Vaticano 2015

M&R: Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale

OPIDP: Sezione Migranti e Rifugiati, Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Interni, Città del Vaticano 2020

OPCDP: Sezione Migranti e Rifugiati, Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici, Città del Vaticano 2021

QA: Francesco, Esortazione Apostolica post-sinodale Querida Amazonia, Città del Vaticano 2020

RSS: Pontificio Consiglio “Cor Unum” e Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, I rifugiati, una sfida alla solidarietà, Città del Vaticano 1992

VG: Francesco, Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium, Città del Vaticano 2017

GLOSSARIO

Nel presente documento, l’espressione “Chiesa Cattolica” indica e include la direzione ufficiale della Chiesa, i Vescovi e le Conferenze Episcopali, i sacerdoti, le sorelle e i fratelli religiosi, i funzionari e i dirigenti di organizzazioni umanitarie ed enti caritativi di ispirazione cattolica che si occupano di migrazione e ogni membro della Chiesa Cattolica.

Il termine “crisi climatica” è sempre più utilizzato per trasmettere un maggiore senso di emergenza sull’attuale fase di cambiamento climatico, causato dalle attività umane, nonché l’urgenza di rispondere a tale emergenza, al fine di evitare conseguenze disastrose.

Gli “sfollati climatici” (CDP) sono persone o gruppi di persone che sono state costrette a lasciare il luogo di residenza abituale a causa di una crisi climatica acuta. Lo sfollamento può avvenire sia a causa di fenomeni a rapida insorgenza – principalmente fenomeni meteorologici estremi come inondazioni, tempeste, siccità e incendi – sia per via di processi a lenta insorgenza, come la desertificazione, l’esaurimento delle risorse naturali, la scarsità d’acqua, l’aumento delle temperature e l’innalzamento del livello del mare. Nell’eventualità di pericoli naturali quali eventi meteorologici estremi, le vittime sfollate potrebbero avere la possibilità di fare rientro alle proprie abitazioni. Lo sfollamento, tuttavia, sarà permanente per la maggior parte di loro in caso di gravi disastri naturali, oltre che nel caso di processi a lungo termine come l’innalzamento del livello del mare. Lo sfollamento può avvenire sia internamente che attraverso un confine internazionale.

Con “resilienza climatica” si indica la capacità di prepararsi, adattarsi e rispondere a fenomeni e andamenti legati al clima. Per migliorare la resilienza al clima è necessario comprendere come la crisi climatica produrrà nuovi rischi, e quindi adottare misure per affrontare meglio questi stessi rischi.

Con il termine “sfollamento” ci si riferisce a quella situazione in cui le persone sono costrette a lasciare il luogo in cui vivono normalmente e a trasferirsi in un luogo diverso, si trovi questo entro oppure oltre i confini nazionali.

INTRODUZIONE

Negli ultimi anni, la comunità internazionale ha riconosciuto l’entità della crisi climatica e – a seguito di svariati accordi – ha compiuto sforzi significativi per affrontarne l’impatto. La Chiesa Cattolica riconosce e apprezza questi sforzi per costruire un quadro normativo, raccogliere dati e condurre analisi rigorose sulle conseguenze della crisi climatica, così come l’impegno di molti operatori della società civile – in particolare i giovani – nel rispondere a questa sfida.

La crisi climatica ha un “volto umano”. Essa è già una realtà per una moltitudine di persone nel mondo intero, in particolare per le più vulnerabili. La Chiesa Cattolica ha una materna premura nei confronti di tutti coloro che sono stati sfollati per gli effetti di tale crisi. Questa particolare situazione di vulnerabilità è la ragion d’essere del presente documento.

Il Magistero della Chiesa Cattolica ha già in precedenza preso in considerazione il dramma degli sfollati interni, assieme a quello di altre categorie di migranti, e ha sviluppato riflessioni e istruzioni – che ritroviamo in particolare nella Lettera Enciclica Laudato Si’ – per quel che concerne la cura pastorale da rivolgere loro. Gli Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici (OPCDP) si concentrano esclusivamente sugli sfollati climatici (CDP), mettendo in luce nuove sfide che l’attuale scenario globale pone e suggerendo adeguate risposte pastorali. L’obiettivo principale di questi Orientamenti è fornire una serie di considerazioni chiave, che possano essere utili alle Conferenze Episcopali, alle Chiese locali, alle congregazioni religiose e alle organizzazioni cattoliche, così come agli operatori pastorali e a tutti i fedeli cattolici nella pianificazione pastorale e nello sviluppo di programmi per l’assistenza effettiva dei CDP.

Gli OPCDP sono profondamente radicati nella riflessione e nell’insegnamento della Chiesa, oltre che nella sua esperienza pratica nel rispondere ai bisogni dei CDP, sfollati sia entro i confini dei loro paesi di origine che al di fuori di essi. I CDP sono migranti e questo documento trae indicazione dai documenti magisteriali che riguardano in particolare i migranti e sono applicabili anche agli sfollati climatici. Gli OPCDP si basano, inoltre, sulla pluriennale esperienza operativa di numerose organizzazioni cattoliche che lavorano sul campo, oltre che sulle osservazioni di esponenti delle Conferenze Episcopali. Seppur approvati dal Santo Padre, questi Orientamenti non hanno tuttavia la pretesa di esaurire l’insegnamento della Chiesa su crisi climatica e sfollamento.

Gli Orientamenti che seguono mettono in evidenza dieci sfide riguardanti lo sfollamento provocato dal cambiamento climatico e le persone che ne sono le vittime. Queste sfide, seguite da azioni di risposta che la Chiesa Cattolica suggerisce, costituiscono i punti di riferimento per una tabella di marcia nella pianificazione pastorale per i CDP e, attraverso il presente documento, estendono agli sfollati climatici la preoccupazione pastorale di Papa Francesco. Infine, questo scritto contiene una sezione dedicata alla cooperazione e al lavoro di gruppo, che sono le basi per progetti di successo e anche strumenti chiave per garantire servizi efficaci ed efficienti ai CDP.

1. Riconoscere il nexus tra crisi climatica e spostamento

[I marinai] ebbero l’impressione che una qualche terra si avvicinava. Gettato lo scandaglio, trovarono venti braccia; dopo un breve intervallo, scandagliando di nuovo, trovarono quindici braccia. Nel timore di finire contro gli scogli, gettarono da poppa quattro ancore, aspettando con ansia che spuntasse il giorno. […]. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. (Atti, 27, 27-29; 28, 1-2).

Tempeste feroci, uragani violenti e cicloni disastrosi continuano ad imperversare. In effetti, con l’aggravarsi della crisi climatica, questi fenomeni sono diventati sempre più frequenti e intensi. Assistiamo allo sfollamento di un numero crescente di persone a motivo dei disastrosi impatti della crisi climatica e di altre manifestazioni della crisi ecologica. La vita, come anche le abitazioni di tanti fratelli e sorelle nel mondo sono effettivamente naufragate. Molti di loro sono costretti a fuggire dalla propria terra d’origine, in cerca di sicurezza e protezione.

Come cristiani noi crediamo, però, che anche le notti più buie possano essere illuminate dall’amore e dalla cura. Gli abitanti di Malta accolsero con eccezionale benevolenza San Paolo e i suoi compagni. Quei naufraghi trovarono una casa perché furono accolti a braccia aperte, furono nutriti e protetti. Fu acceso un fuoco – un “focolare” – e creata, così, un’atmosfera familiare di calore, contro il freddo dell’indifferenza.

La crisi climatica

Uno dei fattori che rendono la Terra una dimora unica per la vita è il suo caratteristico sistema climatico. Tuttavia, dopo più di 10.000 anni di relativa stabilità – l’intero arco della civiltà umana – il clima del nostro pianeta sta rapidamente cambiando, a causa delle attività umane.

La temperatura media della Terra è aumentata di circa 1,1°C rispetto all’epoca pre-industriale, causando “profonde alterazioni ai sistemi umani e naturali, tra cui l’aumento della siccità, le inondazioni e alcuni altri tipi di condizioni meteorologiche estreme; innalzamento del livello dei mari e la perdita di biodiversità” [1]. L’attuale tasso di riscaldamento corre più rapidamente che negli ultimi 65 milioni di anni.

La crisi climatica è già in corso e sta accelerando rapidamente. Nel novembre 2019, 11.000 scienziati si sono riuniti per dichiarare “un’emergenza climatica”[2], preoccupazione ripresa da Papa Francesco quando, il 1° settembre 2020, nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Egli ha affermato che “ci troviamo nel mezzo di un’emergenza” climatica e che “stiamo per esaurire il tempo” [3].

Il volto “umano” della crisi

La crisi climatica non è una minaccia futura astratta. Un aumento della temperatura di poco superiore a 1°C dall’epoca industriale sta già causando immense sofferenze a milioni di nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo, per non parlare del danno agli ecosistemi e al resto del bioma.

Come ha giustamente affermato Papa Francesco, “è evidente il collegamento tra fragilità ambientale, l’insicurezza alimentare e i movimenti migratori”[4]. La crisi climatica minaccia anche i diritti umani fondamentali come il diritto alla vita, a un approvvigionamento idrico e alimentare appropriato, a un alloggio (o riparo) adeguato e alla salute.

Ad essere colpite in modo sproporzionato dalla crisi ecologica e climatica sono le comunità povere e vulnerabili: sono gli innocenti, coloro che hanno contribuito meno di tutti a causare il problema. Si tratta di una questione profondamente morale, che richiede un’eco-giustizia. Dopotutto, la Terra è stata creata per essere una casa comune in cui ciascuno ha il diritto di vivere e prosperare. Risuonano qui oltremodo pertinenti le parole profetiche di San Giovanni Paolo II citate da Papa Francesco in Fratelli Tutti: “Dio ha dato la terra a tutto il genere umano perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno”[5].

L’esaurimento delle risorse naturali di base provenienti dalla terra – e dall’acqua in particolare – può causare lo sfollamento temporaneo o permanente di intere famiglie e comunità.L’accesso all’acqua potabile e sicura è un diritto umano essenziale, fondamentale e universale, perché determina la sopravvivenza delle persone, e per questo è condizione per l’esercizio degli altri diritti umani”[6]. La scarsità d’acqua rappresenta un problema in molte parti del mondo ma “si ha soprattutto in Africa, dove grandi settori della popolazione non accedono all’acqua potabile sicura, o subiscono siccità che rendono difficile la produzione di cibo. In alcuni Paesi ci sono regioni con abbondanza di acqua, mentre altre patiscono una grave carenza”[7].

La crisi, poi, ha impatti sproporzionati sui gruppi più vulnerabili, come bambini, donne, persone con disabilità, popolazioni indigene e quanti vivono nelle zone rurali. Alcuni dei cosiddetti ‘punti caldi’ (hot spot) geografici che si prevede saranno maggiormente colpiti dalla crisi climatica sono le regioni fluviali densamente popolate come il delta del Gange (Bangladesh, in particolare), del Mekong e del Nilo, i paesi della regione del Sahel nell’Africa settentrionale, i piccoli Stati insulari, i Paesi centroamericani particolarmente vulnerabili agli uragani, e le regioni costiere e le aree depresse del mondo.

La crisi climatica che porta allo sfollamento

La crisi climatica può portare allo sfollamento quando le dimore divengono inabitabili o i mezzi di sussistenza inesistenti. Lo sfollamento può essere indotto sia da fenomeni a rapida insorgenza, vale a dire principalmente fenomeni meteorologici estremi come inondazioni, tempeste, siccità e incendi, sia da processi a lenta insorgenza, come desertificazione, esaurimento delle risorse naturali, scarsità d’acqua, aumento delle temperature e innalzamento del livello del mare. Va anche tenuto presente che lo sfollamento può avere alla base molteplici cause.

La crisi climatica sta già guidando e intensificando i movimenti di persone dovuti a disastri ambientali a breve e lungo termine. Solo nel corso del 2019, si sono trovate sfollate più di 33 milioni di persone, per un totale di quasi 51 milioni di sfollati, dato più alto mai registrato; di questi, 8,5 milioni sfollati a causa di conflitti e violenze e 24,9 milioni per disastri naturali[8]. Nella prima metà del 2020, sono stati registrati 14,6 milioni di nuovi spostamenti, di cui 9,8 a causa di disastri ambientali e 4,8 milioni associati a conflitti e violenze[9]. Si stima che dal 2008 al 2018 siano state sfollate a causa di calamità naturali oltre 253,7 milioni di persone[10], un numero da tre a dieci volte superiore – a seconda della regione in questione – rispetto al numero di sfollati provocato da conflitti armati in tutto il mondo.

La crisi climatica è anche causa di conflitto in tutto il mondo, conflitto che può fungere da ulteriore fattore di sfollamento. Il nesso è reale, anche se non sempre diretto. In alcune situazioni, la crisi climatica porta all’esaurimento delle risorse naturali, cosa che, a sua volta, può innescare conflitti tra comunità e nazioni per il controllo di risorse sempre più scarse. Il cambiamento climatico può essere percepito come un moltiplicatore di minacce, andando ad intensificare i conflitti esistenti dove già scarse sono le risorse. In altre parole, come avverte Papa Francesco in Laudato Si’, “è prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni” [11].

Purtroppo, anche forme di sviluppo sbilanciate possono contribuire ad aumentare la povertà e la quantità di sfollati. Come avvertiva San Paolo VI quasi mezzo secolo fa, “l’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione”[12]. I nostri stessi modelli economici distorti contribuiscono in questo senso. “Ci sono regole economiche che sono risultate efficaci per la crescita, ma non altrettanto per lo sviluppo umano integrale[13]. È aumentata la ricchezza, ma senza equità, e così ciò che accade è che ‘nascono nuove povertà’”[14].

In caso di pericoli naturali quali eventi meteorologici estremi, potrebbe darsi l’eventualità che le vittime sfollate possano fare rientro alle proprie abitazioni. Tuttavia – nel caso di gravi disastri naturali e di processi a lungo termine come l’innalzamento del livello del mare – lo sfollamento, sarà permanente per la maggior parte di queste.

Con il riscaldamento del clima, il livello dei mari continuerà a salire, minacciando le città e le terre agricole e da pascolo. A livello globale, circa 145 milioni di persone vivono entro un metro sopra l’attuale livello del mare e quasi due terzi delle città del mondo, con una popolazione di oltre 5 milioni di abitanti, si trovano in aree soggette al rischio di innalzamento del livello del mare. Del resto, quasi il 40% della popolazione mondiale vive entro 100 km da una costa[15].

In mezzo a queste complesse realtà, i più vulnerabili potrebbero non essere nemmeno in grado di trasferirsi – indipendentemente dalle circostanze – a causa della povertà o per altri motivi. È fondamentale, perciò, andare incontro alle popolazioni stanziali o che non sono in grado di spostarsi su grandi distanze.

Lo sfollamento dovuto alla crisi climatica

Il riscaldamento fuori controllo solleva lo spettro di un massiccio spostamento di esseri umani. Con un riscaldamento di 1,5°C, il livello globale del mare si alzerà fino a 0,77 metri entro il 2100[16]. L’innalzamento sarebbe di molto superiore nello scenario di un riscaldamento più elevato. Con l’attuale andamento, su scala mondiale, di aumento della temperatura globale di 3-4°C entro il 2100, è sempre più probabile che ampie aree della calotta glaciale dell’Antartico e della Groenlandia collassino, innescando un rapido innalzamento del livello dei mari[17].

Si teme che tale innalzamento del livello del mare provocherà, a livello globale, sfollamenti e migrazioni senza precedenti. Alcune aree, come le isole e gli atolli bassi, diventeranno del tutto inabitabili. “Anche secondo gli scenari più ottimistici, si stima che entro il 2060 da 316 a 411 milioni di persone a livello globale saranno vulnerabili a mareggiate e inondazioni costiere”[18].

Proiettare il numero di persone che potrebbero essere sfollate in futuro è impegnativo, dati i molteplici fattori alla base della migrazione e la difficoltà di chiarire i motivi che stanno dietro ai movimenti degli esseri umani. Da un rapporto della Banca Mondiale del 2018[19] incentrato sull’Africa subsahariana, l’Asia del sud e l’America Latina, si evince che entro il 2050 da 31 a 143 milioni di persone (circa il 2,8% della popolazione mondiale) potranno vedersi costrette a migrare all’interno dei propri Paesi a causa dei cambiamenti climatici. Secondo lo stesso rapporto, il 50% della popolazione dell’Asia del sud risiederà in aree che si presume passeranno, entro il 2050, da hot spot moderati a gravi per disastri legati al clima.

Rispondere agli sfollamenti indotti dal clima

Lo sfollamento di un numero significativo di persone comporta una moltitudine di problemi sociali, politici e umanitari, specialmente quando le destinazioni di accoglienza mancano delle risorse e della capacità di gestire spostamenti su larga scala[20].

La protezione internazionale in materia di sfollamenti indotti dal clima è limitata, frammentaria e non sempre legalmente vincolante. In particolare, i CDP non sono sempre definiti come una categoria da proteggere e non sono esplicitamente riconosciuti dalla Convenzione sui rifugiati del 1951. Pertanto, spesso esiste, per quanto li riguarda, un divario in termini di protezione sia quando si trovano sfollati all’interno della propria Nazione sia quando attraversano i confini internazionali. Ciononostante, tutti gli Stati – indipendentemente dal loro status giuridico – sono obbligati a proteggerne i diritti umani fondamentali. Inoltre, tutti i CDP meritano cure e assistenza adeguate, in accordo con il diritto internazionale e gli standard umanitari esistenti.

La Chiesa cattolica fornisce già assistenza a queste persone e continuerà sempre a farlo in avanti. Il Rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici del 2018, vera pietra miliare sull’argomento, ha avvertito che il mondo deve perseguire tutti gli sforzi necessari per realizzare una “rapida e lungimirante” transizione a basse emissioni di carbonio – in settori quali suolo, energia, industria, edilizia, trasporti e pianificazione urbana – al fine di contenere il riscaldamento globale all’interno della soglia cruciale di 1,5°C. In tal senso è fondamentale intensificare gli sforzi collettivi per tendere alla promozione di energie rinnovabili, energia verde, rimboschimento, agricoltura sostenibile e di un’economia circolare, arrestando così al tempo stesso la deforestazione e il degrado dell’ecosistema, prediligendo soluzioni incentrate sulla natura. C’è bisogno, nei paesi in via di sviluppo, di progetti ispirati alla protezione dell’ambiente; c’è bisogno di alternative che consentano di ridurre le emissioni di gas serra.

La Chiesa Cattolica è preoccupata da queste sfide e dall’impatto della crisi climatica sulla dignità degli esseri umani. Insieme ai governi, alle altre confessioni cristiane e ad altre tradizioni religiose, insieme alle persone di buona volontà, la Chiesa mira a rispondere a tali sfide. Come si chiedeva Papa Benedetto XVI nel 2010: “Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato?”[21].

Rispondere alla sfida del CCD è oggi un impegno centrale per essere una Chiesa credibile e testimone, oltre che una comunità ecclesiale premurosa e inclusiva.

2. Promuovere consapevolezza e sensibilizzazione

Una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo (Giovanni 9, 25).

Promuovere la consapevolezza sulla questione permetterà innanzitutto alle persone di aprire gli occhi sulla realtà dell’impatto che la crisi climatica ha sull’esistenza umana. Non per niente, diffusa è la cecità su questi temi e le cause sono fondamentalmente: a) semplice ignoranza; b) indifferenza ed egoismo nei confronti di fenomeni che mettono a rischio il bene comune; c) negazione intenzionale della realtà per proteggere i propri interessi); d) incomprensione.

Dio dà i mezzi per vedere, ma gli esseri umani devono essere disposti a passare dalla cecità alla consapevolezza.

Sfide

Molti atteggiamenti prevalenti ostacolano in maniera fattiva le sfide poste dal CCD: segnaliamo in particolare negazione della realtà, indifferenza generale, comoda rassegnazione e fiducia eccessiva e mal riposta nelle soluzioni tecniche. Dobbiamo continuare ad evitare una falsa polarizzazione tra cura del Creato da un lato e sviluppo ed economia dall’altro.

Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti. […] Purtroppo, molti sforzi per cercare soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati [… per vari motivi che] vanno dalla negazione del problema all’indifferenza, alla rassegnazione comoda, o alla fiducia cieca nelle soluzioni tecniche.[22]

Risposte

La Chiesa Cattolica è chiamata a promuovere, in relazione allo sfollamento, una conversione ecologica integrale, che avvenga nel pieno rispetto dell’ambiente così come dello sviluppo umano.

A ragione è emersa la necessità di una rinnovata e sana relazione tra l’umanità e il creato, la convinzione che solo una visione dell’uomo autentica e integrale ci permetterà di prenderci meglio cura del nostro pianeta a beneficio della presente e delle future generazioni, perché «non c’è ecologia senza un’adeguata antropologia» (LS, 118).[23]

Ciò può venire da una pianificazione strategica a lungo termine che comporti azioni quali le seguenti:

o Campagne di informazione che evidenzino la gravità del CCD, e si concentrino sul “volto umano” della crisi e sulla necessità di agire con urgenza.

Non ci sarà ecologia sana e sostenibile, in grado di cambiare qualcosa, se non cambiano le persone, se non le si sollecita ad adottare un altro stile di vita, meno vorace, più sereno, più rispettoso, meno ansioso, più fraterno.[24]

o Aumentare la consapevolezza della Chiesa e della comunità su come il moderno stile di vita consumistico contribuisca a determinare la crisi climatica, e promuovere un senso di responsabilità che induca al cambiamento o al riadattamento del nostro stile di vita.

Le modalità con cui l’uomo tratta l’ambiente influiscono sulle modalità con cui tratta sé stesso, e viceversa. Ciò richiama la società odierna a rivedere seriamente il suo stile di vita che, in molte parti del mondo, è incline all’edonismo e al consumismo, restando indifferente ai danni che ne derivano. […] È necessario un effettivo cambiamento di mentalità che ci induca ad adottare nuovi stili di vita.[25]

o Sviluppare programmi educativi – rivolti in particolare alle parrocchie e alle scuole cattoliche – tesi a sviluppare atteggiamenti responsabili in materia di comportamento e stile di vita personali.

La grande ecologia comprende sempre un aspetto educativo che sollecita lo sviluppo di nuove abitudini nelle persone e nei gruppi umani.[26]

o Migliorare il coordinamento tra le agenzie ecclesiali (a livello locale e internazionale) e riconoscere il cambiamento climatico come causa di migrazione.

o Diffondere i documenti fondamentali della Chiesa sul tema, compresi gli insegnamenti centrali dell’Enciclica Laudato Si’: a) economia sostenibile e centrata sulla persona; b) unità e santità di tutto il Creato; c) dovere da parte dell’umanità di una gestione responsabile nella salvaguardia della nostra casa comune.

o Condividere le migliori pratiche di conversione ecologica integrale per dare una testimonianza concreta dell’impegno della Chiesa, e aumentare la visibilità di tali pratiche. Fare riferimento a casi di studio da tutto il mondo, per aiutare le persone a comprendere come lottare possa avere un risvolto vero e proprio sulla vita e sull’accesso ai mezzi di sussistenza degli esseri umani.

o Promuovere iniziative concrete volte ad eliminare nell’economia globale le disfunzioni sistemiche e istituzionali aventi un impatto sul CCD.

La pace reale e duratura è possibile solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana.[27]

o Promuovere il dialogo e reti ecumeniche e interreligiose allo scopo di coordinare questi sforzi.

Un atteggiamento di dialogo aperto, riconoscendo anche la molteplicità degli interlocutori: i popoli indigeni, gli abitanti dei fiumi, i contadini e gli afro-discendenti, le altre Chiese cristiane e denominazioni religiose, le organizzazioni della società civile, i movimenti sociali popolari, lo Stato, insomma tutte le persone di buona volontà che cercano la difesa della vita, l’integrità del creato, la pace e il bene comune.[28]

o Sviluppare una strategia di comunicazione più ampia e coerente che sfrutti appieno le potenzialità dei social media e della comunicazione digitale.

Il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra.[29]

o Coinvolgere i giovani come protagonisti in questi sforzi, e incoraggiarne atteggiamenti e stili di vita cristiani che pongano l’accento non solo sul futuro, ma anche sull’eterno, ovvero sul tipo di condizioni ambientali che lasceranno a figli e nipoti, come pure sul fatto di trattare il Creato come un dono di Dio.

Non dobbiamo porre sulle prossime generazioni il fardello di farsi carico dei problemi causati da quelle precedenti. Invece, dobbiamo dare loro l’opportunità di ricordare la nostra generazione come quella che ha rinnovato e agito […] sulla necessità fondamentale di collaborare al fine di preservare e coltivare la nostra casa comune. Che possiamo offrire alla prossima generazione motivi di speranza e adoperarci per un futuro buono e dignitoso![30]

o Alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa, attingere alla saggezza delle popolazioni locali, delle comunità indigene e di altre risorse umane, nella ricerca di soluzioni radicate in un’ecologia integrale.

Questo richiede di ascoltare, riconoscere e rispettare le persone e i popoli locali come validi interlocutori. Essi mantengono un legame diretto con il territorio, conoscono i suoi tempi e i suoi processi e sanno, pertanto, gli effetti catastrofici che, in nome dello sviluppo, provocano molte iniziative.[31]

3. Fornire alternative allo sfollamento

Questi viveri serviranno al paese di riserva per i sette anni di carestia che verranno nel paese d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia (Genesi 41, 36).

Alternative valide allo sfollamento sono possibili nel momento in cui i governi, i leader, le istituzioni e le organizzazioni si fanno attenti interlocutori dei migliori interessi e delle preoccupazioni della loro comunità, in particolare delle persone più vulnerabili. Gli “anni magri” sono sempre possibili, ma Dio può illuminarci con la saggezza perché troviamo modalità creative e sostenibili per alleviare la sofferenza, e alternative al trauma dello sfollamento.

Sfide

Il più delle volte, lo sfollamento deriva dalla mancanza di mezzi di sussistenza alternativi. Le persone, infatti, a volte si spostano perché sono convinte che la sopravvivenza sia – o presto sarà – impossibile presso il luogo in cui risiedono, incluso durante le crisi climatiche.

Risposte

La Chiesa Cattolica è chiamata quindi a rafforzare la resilienza delle persone colpite dalla crisi climatica e ad assisterle nella ricerca di soluzioni – alternative allo sfollamento – che sostengano il diritto alla vita, diritto che include la possibilità di condurre una vita dignitosa, in pace e sicurezza[32]. Nessuno dovrebbe trovarsi costretto a fuggire dalla propria patria.

Non c’è peggior alienazione che sperimentare di non avere radici, di non appartenere a nessuno. Una terra sarà feconda, un popolo darà frutti e sarà in grado di generale futuro solo nella misura in cui dà vita a relazioni di appartenenza tra i suoi membri, nella misura in cui crea legami di integrazione tra le generazioni e le diverse comunità che lo compongono; e anche nella misura in cui rompe le spirali che annebbiano i sensi, allontanandoci sempre gli uni dagli altri.[33]

Lo sviluppo di una tale resilienza climatica e di un tale adattamento richiede approcci poliedrici e l’impegno di tutte le parti interessate. In questo senso, la Chiesa Cattolica può dare il proprio contributo attraverso azioni come le seguenti:

o Diffondere informazioni tempestive, solide e affidabili sulla crisi climatica e sui rischi ad essa connessi riguardanti specifici territori e i rispettivi residenti. Garantire l’uso delle conoscenze tradizionali, indigene e locali, per integrare le conoscenze scientifiche, nella valutazione del rischio di catastrofi e nello sviluppo e nell’attuazione di politiche, strategie e piani specifici per settori, località e contesti specifici e adottare un approccio intersettoriale.

Non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino.[34]

o Promuovere l’adattamento in situ per evitare lo spostamento, incoraggiando il mantenimento o il recupero dei modi tradizionali o indigeni di relazionarsi con la terra, la natura, e di vivere sul pianeta in modo sostenibile.

È triste vedere le terre dei popoli indigeni espropriate e le loro culture calpestate da un atteggiamento predatorio, da nuove forme di colonialismo, alimentate dalla cultura dello spreco e dal consumismo.[35]

o Facilitare programmi di sviluppo creativi ed ecologici finalizzati a sostenere le persone a rischio di sfollamento, come pure salvaguardare e rafforzare mezzi di sussistenza alternativi, quali l’agroecologia, la conservazione su base comunitaria, l’istruzione, l’ecoturismo e la fruizione sostenibile della terra e dell’acqua.

Si possono cercare alternative di allevamento e agricoltura sostenibili, di energie che non inquinino, di risorse lavorative che non comportino la distruzione dell’ambiente e delle culture.[36]

o Promuovere investimenti significativi, etici e sostenibili in infrastrutture, alloggi sicuri e diversificazione dei mezzi di sussistenza, al fine di migliorare la resilienza e la capacità di adattamento delle persone a rischio di sfollamento.

Uniti per difendere la speranza significa promuovere e sviluppare un’ecologia integrale come alternativa a un modello di sviluppo ormai superato ma che continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale.[37]

o Instaurare relazioni di solidarietà e creare reti di sicurezza in grado di garantire protezione sociale alle persone a rischio di sfollamento.

o Sviluppare un empowerment inclusivo delle persone a rischio di sfollamento, prestando particolare attenzione ai giovani e ai più vulnerabili.

Sono interessati i Paesi attraversati dai flussi migratori e quelli di destinazione finale, ma lo sono anche i Governi e le Chiese degli Stati di provenienza dei migranti, che con la partenza di tanti giovani vedono depauperarsi il loro futuro.[38]

o Promuovere e contribuire a coordinare sistemi di migrazione pianificata e deliberata per le popolazioni a rischio, in modo tale che la ricollocazione possa essere gestita efficacemente per un certo periodo di tempo.

o Adoperarsi per garantire, per quanto possibile, che le persone possano continuare a rimanere nelle proprie abitazioni e condurvi una vita dignitosa, mitigando i fattori di spinta come i conflitti e le devastazioni naturali causati dalla crisi climatica.

L’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona.[39]

4. Preparare le persone allo sfollamento

Fatti un’arca di legno di cipresso; dividerai l’arca in scompartimenti e la spalmerai di bitume dentro e fuori (Genesi 6, 14).

Coloro per i quali lo sfollamento non è frutto di una decisione volontaria devono poter affrontare questa realtà con coraggio e fede, contando sull’accompagnamento e sul sostegno del Signore, senza cadere in un’accettazione fatalistica di un viaggio senza speranza. Dio, attraverso l’aiuto benevolo della Chiesa e di tante brave persone, dona la grazia di prepararsi ad affrontare le sfide dello sfollamento.

Sfide

Quando lo sfollamento è effettivamente l’unica opzione, le decisioni su quando, dove e come spostarsi sono spesso motivate dall’emergenza, o basate su informazioni dubbie o percezioni errate. Per di più, la maggior parte delle persone costrette a spostarsi sono raramente preparate ad affrontare le difficoltà dello sfollamento, si tratti del viaggio di fuga, della ricerca di un riparo e dell’adattamento, poi, alla propria situazione – mutata – nel nuovo luogo.

Risposte

Laddove è possibile che si verifichi lo sfollamento climatico, la Chiesa Cattolica è chiamata ad impegnarsi in maniera proattiva nella preparazione delle persone, fornendo informazioni valide e certificate. Questo può aiutarle a valutare, prima della partenza, l’eventuale migrazione e migliorare la preparazione a tale eventualità attraverso l’empowerment personale e comunitario. In questo senso saranno rilevanti azioni, come le seguenti, risultanti dalla cooperazione tra organizzazioni confessionali, organizzazioni della società civile, governi e agenzie internazionali.

o Mappatura dei territori particolarmente colpiti dal CCD e identificazione delle popolazioni a rischio, sfruttando gli strumenti disponibili, come l’“Inform Risk Index”[40].

o Realizzare la mappatura sociale e delle risorse della comunità ospitante così come della popolazione sfollata.

o Contribuire a identificare e preparare, in previsione dello sfollamento, siti di insediamento o trasferimento, per particolari comunità vulnerabili ai disastri ambientali. Introdurre pratiche di ricollocazione programmate e volontarie, nonché maggiore consultazione e coinvolgimento di ciascuna categoria di persone, per garantire che tutti – in particolare le persone con disabilità e gli anziani – partecipino alle decisioni che li riguardano.

o Mappatura delle organizzazioni che si occupano di CCD e dei servizi da esse offerti in termini di informazioni e responsabilizzazione in vista dello sfollamento.

o Promuovere processi di finanziamento climatico semplificati per dare priorità alle comunità più povere e mettere le comunità locali nelle condizioni di accedere ai finanziamenti il più rapidamente possibile, con misure appropriate di trasparenza e responsabilità.

o Supportare le autorità locali nella diffusione fattiva di informazioni pertinenti e affidabili sullo sfollamento – inclusi eventuali programmi di salvaguardia esistenti – a tutte le popolazioni a rischio.

o Promuovere lo sviluppo di programmi che favoriscano i meccanismi di adattamento e la capacità di sopravvivenza delle persone per prepararle allo sfollamento e all’adattamento nel nuovo luogo.

o Stabilire reti di solidarietà tra le comunità di origine e quelle di arrivo, promuovendo una connessione collaborativa in tutte le fasi dello sfollamento e assicurando un sostegno pastorale sufficiente alle comunità per fronteggiare il momento dell’arrivo.

La Chiesa di partenza è pertanto esortata a tenersi in contatto con quei suoi membri che, per qualunque motivo, si trasferiscono altrove, mentre la Chiesa di accoglienza deve assumersi le sue responsabilità verso coloro che sono ormai diventati suoi membri. Entrambe le Chiese locali sono chiamate a mantenere le loro specifiche responsabilità pastorali in uno spirito di comunione attiva ed espressa concretamente.[41]

o Creare programmi per lo sviluppo di capacità, volti a creare, nelle persone, le condizioni per un’integrazione a lungo termine presso le nuove comunità, laddove è improbabile che il rimpatrio sia un’opzione praticabile.

5. Promuovere l’inclusione e l’integrazione

Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell’arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina (Genesi 6, 19).

Una casa comune che accoglie e sostiene “ogni essere vivente” è il dono unico della copiosa creazione di Dio[42]. Lavorare per il creato e per un mondo che continui ad abbracciare la vita in tutte le sue belle espressioni e forme, senza esclusione, vuol dire diventare co-creatori, continuare la missione del Dio della vita, vita in abbondanza per tutti gli esseri umani e tutti gli “esseri viventi”.

Sfide

Flussi migratori vasti e non governati possono travolgere le società di accoglienza e causare tensioni e conflitti. Spesso impreparate e prive delle competenze e delle risorse necessarie, le società locali hanno bisogno – per poter far fronte alle sfide poste dalla migrazione – di un sostegno concreto, ma anche di incoraggiamento e formazione. Inoltre, un ventaglio di risposte che nascono in seno alla comunità ospitante – indifferenza, paura, intolleranza e xenofobia tra queste – se non affrontato, può compromettere gli sforzi volti ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare gli sfollati climatici.

Risposte

La Chiesa cattolica è chiamata a coinvolgere la società, a preparare e incoraggiare le persone ad essere accoglienti, pronte e desiderose di estendere la propria solidarietà ai CDP offrendo loro un riparo e creando condizioni adatte alla loro sopravvivenza, proteggendone i diritti e la dignità, promuovendone lo sviluppo umano integrale, e facilitando i processi di integrazione sociale, lavorativa e culturale.

Questo può avvenire tramite azioni quali le seguenti:

○ Fare rete con i governi in materia di promozione e realizzazione di campagne di sensibilizzazione, organizzazione di alloggi sicuri, accesso all’assistenza sociale – compresi servizi medici – assistenza legale e programmi di sviluppo delle capacità.

Non basta […] aprire le porte […] con il permesso d’ingresso; occorre, poi, facilitare loro un reale inserimento nella società che li accoglie. La solidarietà deve diventareesperienza quotidiana di assistenza, di condivisione e di partecipazione.[43]

○ Sviluppare campagne di sensibilizzazione sul CCD che includano e coinvolgano la comunità ospitante a tutti i livelli, così da creare un ambiente favorevole all’accoglienza di CDP, attraverso, per esempio, la pubblicazione di libri per bambini sullo sfollamento climatico o anche attraverso l’utilizzo dei social media.

○ Organizzare strutture e programmi di accoglienza sicura per i CDP, con particolare attenzione ai minori non accompagnati e alle persone più vulnerabili perché siano incluse nelle comunità locali.

○ Sviluppare programmi di miglioramento delle competenze e fornire assistenza nella ricerca di un impiego, in modo che i CDP e altre persone in situazioni simili e di altrettanta vulnerabilità siano in grado di integrarsi al meglio nelle comunità locali.

○ Investire in progetti volti a creare occupazione, con particolare attenzione all’agricoltura – agricoltura su piccola scala e comunitaria per fare alcuni esempi – e promuovere una imprenditorialità innovativa che vada ad ampliare le possibilità di impiego per i CDP.

Il primato dello sviluppo agricolo […] significa sostenere un’efficace resilience, rafforzando in modo specifico le capacità delle popolazioni di fronteggiare le crisi — naturali o causate dall’azione umana — ponendo attenzione alle diverse esigenze.[44]

○ Rendere in grado i CDP di svolgere con successo le funzioni sociali di base, grazie a programmi di sviluppo delle capacità, quali tutoraggio linguistico, educazione culturale, corsi sulla cittadinanza attiva, e fornire spazi di ascolto reciproco e scambio culturale, coinvolgendo il più possibile le risorse disponibili a livello locale (persone/gruppi) ad offrire tali programmi.

○ Preparare le comunità ospitanti, attraverso attività di sviluppo delle capacità che ne aumentino la sensibilità e facilitino, quindi, processi di integrazione agili, in modo da favorire, in seno alla popolazione locale, l’inclusione degli sfollati climatici e delle persone vulnerabili.

Insisto sulla necessità di favorire in ogni modo la cultura dell’incontro, moltiplicando le opportunità di scambio interculturale, documentando e diffondendo le buone pratiche di integrazione e sviluppando programmi tesi a preparare le comunità locali ai processi integrativi.[45]

6. Esercitare un’influenza positiva sui processi decisionali

È meglio la sapienza della forza, ma la Sapienza del povero è disprezzata e le sue parole non sono ascoltate (Ecclesiaste 9, 16).

La saggezza è innanzitutto un dono dello Spirito Santo, un dono che non viene dato solo agli intelligenti e ai dotti, ma anche agli emarginati e agli “scartati”. Accesso al potere, abbondanza di risorse, ingente energia e anche capacità considerevoli possono diventare inutili se non guidati dalla saggezza. Qualsiasi piano, politica o strategia che non riconosca la saggezza che viene dai “poveri” ignora la saggezza dello Spirito presente in loro e, molto probabilmente, fallirà.

Sfide

Le politiche e i programmi riguardanti lo sfollamento climatico sono spesso inadeguati, miopi e influenzati da preoccupazioni economiche. L’intervento umano, in molti casi, può danneggiare l’ambiente, così come la deregolamentazione basata sui principi del libero mercato. Le persone a rischio, tra le quali i CDP, sono raramente incluse nei processi decisionali. Di conseguenza, gli interessi di pochi generalmente prevalgono sulla salvaguardia del bene comune.

Molti di coloro che detengono più risorse e potere economico o politico sembrano concentrarsi soprattutto nel mascherare i problemi o nasconderne i sintomi, cercando solo di ridurre alcuni impatti negativi di cambiamenti climatici. Ma molti sintomi indicano che questi effetti potranno essere sempre peggiori se continuiamo con gli attuali modelli di produzione e di consumo.[46]

Risposte

La Chiesa Cattolica è chiamata a garantire che le opinioni dei più deboli, come gli sfollati climatici, siano ascoltate e tenute in considerazione. Un dialogo fruttuoso con i governi e i responsabili dei processi decisionali è importante per dare luogo a risultati politici rispettosi in materia di CCD, e tale dialogo dovrebbe essere svolto in conformità con i principi del Magistero della Chiesa.

È diventato urgente e impellente lo sviluppo di politiche affinché nei prossimi anni l’emissione di biossido di carbonio e di altri gas altamente inquinanti si riduca drasticamente, ad esempio, sostituendo i combustibili fossili e sviluppando fonti di energia rinnovabile. Nel mondo c’è un livello esiguo di accesso alle energie pulite e rinnovabili. C’è ancora bisogno di sviluppare tecnologie adeguate di accumulazione.[47]

Ciò può avvenire mediante efficaci azioni di advocacy, come le seguenti:

o Impegnarsi in una vera “conversione ecologica”, rivolgendo alla cura della casa comune e dei suoi abitanti più vulnerabili un impegno e un’azione forti , anche attingendo a quegli aspetti – contenuti nel Piano di Azione di Addis Abeba, negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e nell’Accordo di Parigi sul clima – che risultano pertinenti e in accordo con la Dottrina Sociale della Chiesa.

Essi [i giovani] ci richiamano all’urgenza di unaconversione ecologica, che «va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita».[48]

o Garantire che tutte le persone, tanto i locali quanto i nuovi arrivati come i CDP, godano di un accesso equo e duraturo ai servizi pubblici di base[49] e siano provvisti di adeguata documentazione. Ognuno deve avere la possibilità di partecipare alla realizzazione delle politiche che li riguardano.

Bisogna abbandonare l’idea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante.[50]

o Allertare governi e organizzazioni umanitarie sulle cosiddette “popolazioni invisibili”, che, avendo affrontato molteplici casi di dislocazione a causa di circostanze fuori dal loro controllo, sono particolarmente vulnerabili.

I governanti devono fare tutto il possibile affinché tutti possano disporre della base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale. Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro e terra; e un nome a livello spirituale: libertà di spirito, che comprende la libertà religiosa, il diritto all’educazione e tutti gli altri diritti civili.[51]

o Perorare la causa del riconoscimento e della protezione di coloro che sono sfollati a causa dei cambiamenti climatici, anche sostenendone i diritti umani e fornendo loro assistenza umanitaria, in conformità con il diritto internazionale.

È in corso un dibattito al fine di delegare alcune responsabilità ad agenzie che si occupano di politiche migratorie relative alle migrazioni indotte da fattori climatici e agli sfollati per calamità naturali. Queste persone, ovviamente, hanno bisogno della protezione della comunità internazionale.[52]

o Condividere storie, testimonianze e dati sulla realtà del cambiamento climatico e circa il suo impatto sull’esistenza umana e sul mondo naturale, al fine di sensibilizzare i responsabili politici e incoraggiare misure fattive e di vasta portata.

L’accoglienza comporta un attento ascolto e una reciproca condivisione delle esperienze di vita. Richiede un cuore aperto, la volontà di rendere la propria vita visibile all’altro, una generosa condivisione di tempo e risorse.[53]

o Esortare i responsabili politici ad adottare strumenti esistenti intesi a rafforzare la resilienza dei CDP e delle comunità che li ospitano – si vedano, per esempio, alcuni principi del Sendai Framework on Disaster Risk Reduction[54] – e, possibilmente, ad andare anche oltre.

o Intercedere presso i governi affinché prendano in considerazione la possibilità di unirsi a quelle iniziative, norme e azioni esistenti, concordate a livello internazionale, che si rivelano in linea con l’insegnamento della Chiesa, e affinché tali governi considerino la possibilità di implementarle in ambito nazionale e regionale.

Gli obblighi di rispettare i diritti e i doveri derivanti da strumenti legali internazionali, con le loro norme, contribuiscono al mantenimento della dignità di coloro che fuggono, richiedenti asilo e rifugiati. Devono essere loro assicurati un regolare procedimento, un giusto processo e il godimento dei diritti fondamentali, affinché possano vivere una vita libera, dignitosa e autosufficiente, ed essere in grado di costruire il loro nuovo cammino in un’altra società.[55]

o Sostenere lo sviluppo di politiche e programmi che assistano i CDP nella ricollocazione e nel reinsediamento, fornendo loro condizioni di vita dignitose, compreso l’alloggio.

o Incoraggiare una migrazione sicura, regolare e ordinata per le persone a rischio.

o Adottare un approccio lungimirante che prenda in considerazione misure per evitare che i paesi in via di sviluppo sperimentino situazioni in cui degrado del territorio e insicurezza alimentare – combinati – portino a migrazioni su larga scala e allo sviluppo di megalopoli.

o Esortare i governi e con essi lavorare di concerto alla creazione di sistemi educativi olistici che consentano a tutti i bambini, compresi quelli che sono sfollati climatici, di realizzare e apprezzare appieno la loro comune umanità, contribuendo in tal modo a uno sviluppo nazionale pacifico e sostenibile.

o Promuovere il confronto con le popolazioni indigene e locali prima dello sviluppo di progetti che possono avere un impatto negativo sull’ambiente e portare allo sfollamento.

7. Estendere la cura pastorale

Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi; tu l’amerai come tu stesso perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio (Levitico 19, 34).

L’amore e la misericordia di Dio sono illimitati. Non si fermano ai confini e non fanno distinzione tra cittadini e stranieri perché Dio ha cura di tutta la famiglia umana e dell’intera creazione. Estendere la cura pastorale significa essere fedeli e saldi testimoni di questa grazia illimitata.

Sfide

Di fronte alle differenze etniche, culturali e linguistiche, a differenze di rito e a vulnerabilità particolari, le Chiese locali spesso si adoperano per sviluppare un ministero specifico mirato alla cura dei CDP e per includere nelle parrocchie locali quanti di loro sono cattolici.

Risposta

La Chiesa cattolica è chiamata ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare i CDP, sviluppando una particolare attenzione pastorale capace di rispondere alle diverse esigenze dei cattolici e anche di coloro che appartengono ad altre religioni e credenze.

È importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti.[56]

Ciò può avvenire mediante azioni come quelle che seguono:

o Creare ministeri pastorali e coinvolgere agenti pastorali laddove lo sfollamento climatico sia probabile o già in corso. In alternativa, qualora le risorse non fossero disponibili, rafforzare i ministeri e le cappellanie per i migranti già esistenti.

o Ove possibile, istituire un ufficio per il coordinamento del ministero per i CDP all’interno della Conferenza Episcopale, o anche a livello diocesano, se gravi condizioni lo rendono necessario.

o Laddove i governi abbiano le risorse per assistere i CDP, considerare la possibilità di collaborare e proporre progetti comuni. Il contributo della Chiesa è quello di offrire il “volto umano” della crisi climatica agli esperti, per aiutarli a comprendere meglio la realtà a livello locale e rispettare la dignità umana.

Tutti abbiamo una responsabilità riguardo a quel ferito che è il popolo stesso e tutti i popoli della terra. Prendiamoci cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano.[57]

o Sviluppare programmi pastorali che integrino assistenza umanitaria, educazione alla riconciliazione, protezione effettiva dei diritti e della dignità, preghiera e liturgia, e sostegno spirituale e psicologico.

Sono necessari speranza, coraggio, amore e creatività perché la vita possa ricominciare. Occorre, comunque, dare priorità a uno sforzo concertato non solo per offrire assistenza logistica e umanitaria ma, ancor più, uno specifico sostegno morale e spirituale. Gli aspetti della spiritualità e della formazione devono, infatti, essere considerati parte integrante di una “vera e propria cultura dell’accoglienza” (EMCC, 39).[58]

o Includere gli sfollati climatici cattolici nei programmi pastorali delle parrocchie locali, offrendo una cura spirituale che li rispetti e li valorizzi come fratelli e sorelle con le loro proprie lingue, tradizioni, con i costumi e i riti a loro cari, mentre li introduce alle tradizioni, ai costumi e ai riti della comunità ospitante.

Lo spostamento forzato di famiglie indigene, contadine, afro-discendenti e appartenenti alle popolazioni che vivono lungo le rive dei fiumi, espulse dai loro territori a causa di pressioni ricevute o di esasperazione per la mancanza di opportunità, richiede una pastorale d’insieme nella periferia dei centri urbani. A tal fine, sarà necessario creare equipe missionarie che accompagnino queste famiglie, coordinando con le parrocchie e le altre istituzioni ecclesiali ed extraecclesiali le condizioni di accoglienza, offrendo liturgie inculturate e nelle lingue dei migranti, promuovendo spazi di scambio culturale, favorendo l’integrazione nella comunità e nella città e motivandole ad essere esse stesse protagoniste di questo lavoro.[59]

o Responsabilizzare e includere efficacemente i CDP cattolici nell’attuazione dei programmi pastorali che rispondono ai loro bisogni.

Sarà pure importante svolgere un’azione che tenda alla conoscenza reciproca, servendosi di tutte quelle occasioni offerte dalla cura pastorale ordinaria, per coinvolgere anche gli immigrati nella vita delle Parrocchie.[60]

o Promuovere iniziative ecumeniche ed interreligiose che consentano di venire incontro ai bisogni materiali e spirituali di tutti gli sfollati climatici.

L’azione comune e la cooperazione con le diverse Chiese e comunità ecclesiali, così come gli sforzi congiunti con coloro che professano altre religioni, potrebbero dar luogo alla preparazione di appelli sempre più urgenti a favore dei rifugiati e delle altre persone forzatamente sradicate.[61]

o Coinvolgere i giovani nel lavoro pastorale sul CCD sviluppando materiali creativi, anche per il catechismo.

[I giovani] hanno molto da offrire con il loro entusiasmo, con il loro impegno e con la loro sete di verità, attraverso la quale ci richiamano costantemente al fatto che la speranza non è un’utopia e la pace è un bene sempre possibile. Lo abbiamo visto nel modo con cui molti giovani si stanno impegnando per sensibilizzare i leader politici sulla questione dei cambiamenti climatici.[62]

8. Cooperare nella pianificazione e nell’azione strategiche

Un solo corpo, un solo Spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati (Efesini 4, 4).

Pur riconoscendo sempre che una pluralità di idee e di piani d’azione deve essere considerata preziosa, è essenziale perseguire insieme il bene comune: una famiglia umana creata da Dio come un corpo unico. La famiglia della Chiesa non deve mai dimenticare che è lo Spirito Santo “che suscita una molteplice e varia ricchezza di doni e al tempo stesso costruisce un’unità che non è mai uniformità ma multiforme armonia che attrae”[63].

Sfida

Lo sfollamento climatico pone sfide nuove e complesse, la cui risposta è compito di tutti i diversi attori religiosi, sociali e politici. Azioni unilaterali e non coordinate possono, infatti, compromettere la rapidità e l’efficacia delle risposte.

Risposta

La Chiesa Cattolica è chiamata a promuovere la cooperazione tra tutti gli enti cattolici nella pianificazione e nell’azione strategiche relative al CCD; a collaborare con altri gruppi religiosi e organizzazioni della società civile che ne condividono la visione e la missione; ancora, ad impegnarsi in una collaborazione con molteplici soggetti, così da promuovere un approccio allo sfollamento climatico integrato oltre che incentrato sull’uomo. Tutto ciò può essere realizzato attraverso le seguenti azioni:

Per affrontare i problemi di fondo, che non possono essere risolti da azioni di singoli Paesi, si rende indispensabile un consenso mondiale che porti, ad esempio, a programmare un’agricoltura sostenibile e diversificata, a sviluppare forme rinnovabili e poco inquinanti di energia, a incentivare una maggiore efficienza energetica, a promuovere una gestione più adeguata delle risorse forestali e marine, ad assicurare a tutti l’accesso all’acqua potabile.[64]

o Istituire reti attive – coordinate dalle Conferenze Episcopali a livello nazionale e regionale – tra tutti gli attori cattolici impegnati nel CCD, per lo scambio di esperienze, conoscenze, strumenti e informazioni positive.

Per un maggior coordinamento, poi, di tutte le attività pastorali in favore degli immigrati, le Conferenze Episcopali lo affideranno ad una apposita Commissione, con nomina poi di un Direttore Nazionale, che animerà le corrispondenti Commissioni diocesane.[65]

o Promuovere un efficace coordinamento nella pianificazione e nell’azione strategiche con altre organizzazioni religiose e della società civile, a livello nazionale e regionale, al fine di evitare duplicazioni e sprechi di risorse.

La collaborazione tra le varie Chiese cristiane e le varie religioni non cristiane in quest’opera di carità porterà a nuove tappe nella ricerca e nella realizzazione di una più profonda unità della famiglia umana.[66]

o Favorire un dialogo collaborativo tra le organizzazioni confessionali, le organizzazioni della società civile, i rappresentanti del governo e le agenzie internazionali, così da promuovere la cooperazione nazionale e regionale, oltre che piani di emergenza congiunti, atti a intervenire in previsione, nel corso o all’indomani di un disastro causato dalla crisi climatica.

Questa cooperazione ha mostrato come possiamo «ottenere importanti risultati, che al contempo rendono possibile salvaguardare il creato, promuovere lo sviluppo umano integrale e prendersi cura del bene comune, in uno spirito di solidarietà responsabile e con profonde ripercussioni positive per le generazioni presenti e future».[67]

o Investire nella condivisione delle conoscenze, nella visibilità e nella replicazione delle migliori pratiche e nella comunicazione volta a proporre un pensiero e modelli d’azione innovativi.

o Promuovere un processo di advocacy collaborativa con altre organizzazioni confessionali e della società civile.

Il fenomeno del riscaldamento globale […] richiede una risposta collettiva, capace di far prevalere il bene comune sugli interessi particolari. […] Occorre che i leader politici si sforzino di ristabilire con urgenza una cultura del dialogo per il bene comune e per rafforzare le istituzioni democratiche e promuovere il rispetto dello stato di diritto, al fine di prevenire derive antidemocratiche, populiste ed estremiste.[68]

o Promuovere l’impegno attivo della comunità internazionale nel supporto tecnico e nell’assistenza finanziaria alle nazioni più deboli che subiscono lo sfollamento climatico.

Per i Paesi poveri le priorità devono essere lo sradicamento della miseria e lo sviluppo sociale dei loro abitanti. […] Devono anche sviluppare forme meno inquinanti di produzione di energia, ma per questo hanno bisogno di contare sull’aiuto dei Paesi che sono cresciuti molto a spese dell’inquinamento attuale del pianeta.[69]

o Promuovere, in collaborazione con tutte le parti interessate, lo sviluppo di un sistema di allarme rapido e di conseguente intervento che permetta di monitorare in tempo reale gli sfollamenti di persone e attivare risposte a livello nazionale o regionale.

9. Promuovere la formazione professionale in ecologia integrale

Rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo (Ef 4, 12).

I talenti e i doni ricevuti da Dio non devono essere ignorati e sprecati per paura, pigrizia, indifferenza o avidità. Essi devono, bensì, essere valorizzati e messi a punto così da poter contare su di essi per portare avanti il ministero che ci è stato affidato: costruire assieme l’unico e straordinariamente diverso Corpo di Cristo, per essere fratelli e sorelle nella casa comune creata da Dio.

Sfida

La portata e la complessità della risposta alle sfide poste dal CCD richiedono conoscenza e competenze professionali in materia. I coordinatori e gli operatori pastorali non possono semplicemente improvvisare, poiché ciò potrebbe portare al fallimento delle iniziative.

Risposta

La Chiesa Cattolica è chiamata a organizzare una formazione professionale in ecologia integrale e a offrirla agli operatori pastorali e ad altri professionisti che ne condividono visione e missione. Questo tipo di formazione deve essere di ampia portata oltre che adattata alle diverse esigenze di un vasto gruppo di persone, dagli sfollati ai vescovi. Ciò può essere compiuto tramite azioni come le seguenti:

o Organizzare e offrire un’educazione formale e informale sul CCD e sull’ecologia integrale, tenendo sempre presenti le implicazioni della dignità umana e dell’ecologia umana, entro una chiara prospettiva teologica.

Il diritto all’istruzione – anche per le bambine (escluse in alcuni luoghi) – […] si assicura in primo luogo rispettando e rafforzando il diritto primario della famiglia a educare e il diritto delle Chiese e delle aggregazioni sociali a sostenere e collaborare con le famiglie nell’educazione delle loro figlie e dei loro figli. L’educazione, così concepita, è la base per la realizzazione dell’Agenda 2030e per il risanamento dell’ambiente.[70]

o Produrre materiali didattici (libri, film, ecc.), per giovani e bambini, che contengano temi relativi al CCD.

Tale opportunità si esplicita in un impegno esigente ma altamente produttivo: ripensare e aggiornare intenzionalità e organicità delle discipline e degli insegnamenti impartiti negli studi ecclesiastici in questa specifica logica e secondo questa specifica intenzionalità. Oggi infatti «si rende necessaria un’evangelizzazione che illumini i nuovi modi di relazionarsi con Dio, con gli altri e con l’ambiente, e che susciti valori fondamentali. È necessario arrivare là dove si formano i nuovi racconti e paradigmi» (EG, 74).[71]

o Includere elementi di ecologia integrale e di conversione ecologica in tutti i corsi sulla Dottrina Sociale della Chiesa: nei seminari, nei percorsi di formazione dei laici, nei corsi di formazione dei catechisti, nelle lezioni di religione e di etica cristiana

Questo ingente e non rinviabile compito chiede, sul livello culturale della formazione accademica e dell’indagine scientifica, l’impegno generoso e convergente verso un radicale cambio di paradigma, anzi – mi permetto di dire – verso «una coraggiosa rivoluzione culturale» (LS, 114).[72]

o Migliorare la capacità da parte della Chiesa locale di raccogliere e monitorare dati rilevanti sul CCD, sia a livello nazionale che regionale.

o Aggiornare, su base regolare, le valutazioni su CCD e scenari futuri, nonché condividerle tra i partner, così da contribuire ad adattare la pianificazione e l’azione strategiche.

o Migliorare la conoscenza di importanti accordi come: la Conferenza delle Parti (COP) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC); la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Desertificazione; il Quadro di Riferimento di Sendai per la Riduzione del Rischio di Disastri 2015-30; l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile; le Linee Guida Volontarie della FAO sulla Gestione Responsabile dei Diritti di Proprietà e sul diritto a un’alimentazione adeguata.

10. Promuovere la ricerca accademica sul CCD

La mente intelligente acquista la scienza, l’orecchio dei saggi ricerca il sapere (Proverbi 18, 15).

Una persona saggia e veramente intelligente acquista la conoscenza attraverso un lavoro di ricerca scrupoloso e paziente su alcune questioni – come lo sfollamento – che rappresentano sfide cruciali con cui i cristiani sono chiamati a confrontarsi nel nostro mondo. La ricerca della conoscenza non è fine a se stessa, bensì, serve a comprendere adeguatamente la realtà, per agire in modo intelligente e secondo la volontà amorevole di Dio per tutti gli esseri umani.

Sfide

Diverse istituzioni accademiche cattoliche hanno già svolto ricerche scientifiche sul CCD, ma gli studi sul nesso tra CCD e scenari futuri sono piuttosto rari.

Gli studi ecclesiastici non possono limitarsi a trasferire conoscenze, competenze, esperienze, agli uomini e alle donne del nostro tempo, desiderosi di crescere nella loro consapevolezza cristiana, ma devono acquisire l’urgente compito di elaborare strumenti intellettuali in grado di proporsi come paradigmi d’azione e di pensiero, utili all’annuncio in un mondo contrassegnato dal pluralismo etico-religioso.[73]

Risposte

Alla luce di ciò, la Chiesa Cattolica è chiamata a potenziare la ricerca scientifica sul CCD e ad invitare le istituzioni accademiche e gli studiosi cattolici a svolgere un ruolo proattivo in questo campo di studio. Ciò può essere effettuato per mezzo di azioni come le seguenti:

○ Supportare lo svolgimento di programmi accademici riguardanti il CCD, fondati sulla collaborazione tra istituzioni accademiche e studiosi cattolici.

Questo ministero richiede chiaramente un’adeguata formazione di tutti coloro che hanno ricevuto il mandato di realizzarlo o che intendono riceverlo. È pertanto necessario che fin dall’inizio, nei seminari, «la formazione spirituale, teologica, giuridica e pastorale … sia sensibilizzata ai problemi sollevati nel campo della pastorale delle persone nella mobilità».[74]

○ Creare osservatori generali e/o regionali per il monitoraggio, la raccolta e la codifica costanti dei dati e per la valutazione sempre aggiornata sul CCD.

○ Promuovere una ricerca collaborativa che, relativamente al CCD, prenda in considerazione, per esempio, la dimensione umana, lo sviluppo agricolo e rurale, lo sviluppo urbano, la riduzione della povertà, la particolare vulnerabilità di donne e bambini, la nutrizione e la sicurezza alimentare, i meccanismi di protezione sociale per gli sfollati o la resilienza e l’adattamento.

[C’è] la necessità urgente di “fare rete” tra le diverse istituzioni che, in ogni parte del mondo, coltivano e promuovono gli studi ecclesiastici, attivando con decisione le opportune sinergie anche con le istituzioni accademiche dei diversi Paesi e con quelle che si ispirano alle diverse tradizioni culturali e religiose.[75]

○ Documentare le migliori pratiche di resilienza climatica, assistenza durante gli sfollamenti e inclusione sociale; ancora, sviluppare raccomandazioni per la valutazione del rischio, strategie di adattamento climatico e piani di emergenza.

[Dare] vita a centri specializzati di ricerca finalizzati a studiare i problemi di portata epocale che investono oggi l’umanità, giungendo a proporre opportune e realistiche piste di risoluzione.[76]

○ Promuovere una più ampia comprensione accademica del fenomeno, che includa la prospettiva spirituale e sia coerente con l’insegnamento cattolico.

Ciò richiede non solo una profonda consapevolezza teologica, ma la capacità di concepire, disegnare e realizzare, sistemi di rappresentazione della religione cristiana capace di entrare in profondità in sistemi culturali diversi. Tutto questo invoca un innalzamento della qualità della ricerca scientifica e un avanzamento progressivo del livello degli studi teologici e delle scienze collegate.[77]

CONCLUSIONI

Ci auguriamo vivamente che i lettori di questo opuscolo si sentano spinti ad approfondire la loro consapevolezza della crisi climatica, delle sue cause, del suo sviluppo, delle sue conseguenze e delle prospettive per attenuarla e gestirla adeguatamente, soprattutto se si considera il CCD.

Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti “profughi ambientali”: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni – per affrontare i pericoli e le incognite di uno spostamento forzato?[78]

La domanda già sottintende la risposta: “No, non possiamo!”. E, pertanto, questo opuscolo è eminentemente pastorale, come si evince dal titolo, ed eminentemente pratico, come indicano i titoli delle sue dieci sezioni.

“I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi”[79] tra cui – sulla base di quanto considerato – ci sono le sofferenze di coloro che la crisi climatica costringe a fuggire.

La Chiesa, grata per la consapevolezza che, per grazia di Dio, sta crescendo tra gli abitanti della Terra, continuerà a dare rilievo alla dolorosa situazione di coloro che sono sfollati a causa della crisi climatica e cercherà di far maturare in noi la consapevolezza della loro angoscia, incoraggiandoci ad agire efficacemente in questo ambito.

Gli OPCDP mirano a farci “cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo”[80] al fine di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone che la crisi climatica ha derubato, ferito e abbandonato, proprio come quel povero verso cui il Buon Samaritano ha mostrato tanta cura e sollecitudine.

COME USARE QUESTO DOCUMENTO

La Sezione Migranti e Rifugiati (M&R) nutre la speranza che le Chiese locali e le organizzazioni cattoliche troveranno utili gli Orientamenti Pastorali sugli Sfollati Climatici per affrontare la questione dei CDP e i bisogni concreti dei nostri fratelli e sorelle. Nel valutare i programmi o pianificarne di nuovi, nel fare opera di sensibilizzazione o di advocacy, è desiderio della Sezione che vi sentiate liberi di concentrarvi sulle risposte delineate negli OPCDP che più vi sembrano rilevanti per la vostra area di competenza, o, anche, di aggiungere risposte ulteriori, sulla base della Dottrina Sociale della Chiesa. Più in particolare, la Sezione suggerisce di:

  1. valersi degli OPCDP in campagne di informazione e sensibilizzazione e per orientare gli sforzi, a livello locale, verso l’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione dei CDP;
  2. condividere questo sussidio con le ONG cattoliche e con i gruppi della società civile presso il vostro Paese – in particolare quelli interessati ai CDP e ad altre persone vulnerabili in fuga – invitandoli a partecipare a un’azione e a un’opera di advocacy comune;
  3. lavorare con gli ufficiali di governo responsabili dei CDP e instaurare con essi un dialogo sulla base dei presenti Orientamenti.

La Sezione M&R è desiderosa di raccogliere le esperienze dei CDP e di coloro che sono impegnati nell’accompagnarli. L’intenzione è quella di dare particolare visibilità ad esperienze positive, ad iniziative proficue e a buone pratiche. La Sezione M&R è interessata, inoltre, a ricevere riscontri su come i presenti OPCDP vengano accolti a livello pastorale, ecumenico e interreligioso, oltre che dalle organizzazioni della società civile; ancora, a conoscere le risposte del mondo accademico, aziendale e governativo. Si prega di inviare tali notizie a info@migrants-refugees.va.

Per accedere ai file di questo opuscolo o ai documenti in esso contenuti, oppure per prendere visione di aggiornamenti e riflessioni, si prega di visitare il sito web della Sezione M&R: migrants-refugees.va.

In nome di tutti gli sfollati climatici e di coloro che generosamente e altruisticamente li accompagnano, Dio benedica ogni sforzo di giustizia e ogni opera di misericordia per “raccogliere gli espulsi di Israele; radunare i dispersi di Giuda dai quattro angoli della terra” (Isaia 11, 12).

_________________

[1] Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), Global Warming of 1.5°C. An IPCC Special Report on the impacts of global warming of 1.5°C above pre-industrial levels and related global greenhouse gas emission pathways, in the context of strengthening the global response to the threat of climate change, sustainable development, and efforts to eradicate poverty, Geneva 2018, Cap. 1.

[2] Cfr. BioScience 70/1, 2020.

[3] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Città del Vaticano 2020.

[4] Francesco, Discorso ai partecipanti alla 41a Sessione della Conferenza Generale della FAO, Città del Vaticano 2019.

[5] CA, 31.

[6] LS, 30.

[7] LS, 28.

[8] Cfr. Internal Displacement Monitoring Centre, Global Report on Internal Displacement (GRID) 2020, Geneva 2020. La IDMC è una delle principali fonti di informazione e analisi, grazie alla sua GRIGLIA ANNUALE, https://www.internal-displacement.org. The IDMC è parte del Norwegian Refugee Council, www.nrc.no.

[9] Cfr. Ibid.

[10] Cfr. Ibid.

[11] LS, 57.

[12] San Paolo VI, Lettera Apostolica Octogesima Adveniens, Città del Vaticano 1971.

[13] Cfr. San Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio, Città del Vaticano 1967: AAS 59 (1967), 264.

[14] FT, 21.

[15] United Nations Ocean Conference, Factsheet: People and Oceans, 2017, https://www.un.org/sustainabledevelopment/wp-content/uploads/2017/05/Ocean-fact-sheet-package.pdf.

[16] Intergovernmental Panel on Climate Change, Special Report on 1.5°C (2018), Chapter 3.

[17] Ibid.

[18] B. Neumann et al., Future Coastal Population Growth and Exposure to Sea-Level Rise and Coastal Flooding: A Global Assessment, PloS One 10, n. 3, March 2015.

[19] Cfr. World Bank, Groundswell. Preparing for Internal Climate Migration, World Bank Group, 2018.

[20] Cfr. Suárez-Orozco, M. (ed.), Humanitarianism and Mass Migration: Confronting the World Crisis, 1st ed., University of California Press, 2019.

[21] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Città del Vaticano 2009.

[22] LS, 14.

[23] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, Città del Vaticano 2018.

[24] QA, 58.

[25] CIV, 51.

[26] QA, 58.

[27] FT, 127.

[28] Sinodo dei Vescovi, Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica, Documento Finale, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale, Città del Vaticano 2019, 23.

[29] Francesco, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Città del Vaticano 2013.

[30] Francesco, Messaggio ai Partecipanti alla Conferenza della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico, Città del Vaticano 2019.

[31] Francesco, Incontro con le Autorità, la Società Civile e il Corpo Diplomatico, Lima, Peru 2018.

[32] Cfr. Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Art. 3.

[33] Francesco, Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico, Tallinn, Estonia 2018.

[34] FT, 129.

[35] CCEE, FABC, FCBCO, COMECE, SECAM, Dichiarazione congiunta delle Conferenze Episcopali sulla Giustizia Climatica, Roma 2018.

[36] QA, 17.

[37] Francesco, Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico, Lima, Peru 2018.

[38] Francesco, Incontro con i Vescovi del Mediterraneo, Bari, 2020.

[39] FT, 129.

[40] INFORM è una collaborazione tra Inter-Agency Standing Committee Reference Group on Risk, Early Warning and Preparedness e Commissione Europea. Cfr. https://drmkc.jrc.ec.europa.eu/inform-index.

[41] ACR, 93.

[42] Cfr. LS, 1.

[43] Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al III Congresso Mondiale della Pastorale per i Migranti e i Rifugiati, Città del Vaticano 1991, 3.

[44] Francesco, Discorso ai partecipanti alla 39a Sessione della F.A.O., Città del Vaticano 2015.

[45] Francesco, Messaggio per la 104a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, Città del Vaticano 2017.

[46] LS, 26.

[47] LS, 26.

[48] Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede, Città del Vaticano 2020.

[49] Cfr. United Nations, Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, 2018, 31.

[50] LS, 183.

[51] Francesco, Discorso ai Membri dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, New York 2015.

[52] ACR, Presentazione.

[53] ACR, 83.

[54] Il Sendai Framework on Disaster Risk Reduction è uno strumento elaborato dal United Nations Office for Disaster Risk Reduction (UNDRR) per prevenire nuovi rischi di catastrofi e ridurre quelli esistenti. Cfr. UNDRR, Sendai Framework for Disaster Risk Reduction 2015-2030.

[55] ACR, Presentazione.

[56] FT, 86.

[57] FT, 79.

[58] ACR, 85.

[59] Sinodo dei Vescovi, Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica, Documento finale, Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’ecologia integrale, Città del Vaticano 2019, 29.

[60] EMCC, 50.

[61] ACR, 110.

[62] Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede, Città del Vaticano 2020.

[63] EG, 117.

[64] LS, 164.

[65] EMCC, 70.

[66] RSS, 34.

[67] Francesco, Messaggio ai partecipanti alla XXXI Riunione delle Parti al Protocollo di Montreal, Città del Vaticano 2019.

[68] Francesco, Discorso ai Membri del Corpo Diplomatico accreditati presso la Santa Sede, Città del Vaticano 2020.

[69] LS, 172.

[70] Francesco, Discorso ai Membri dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, New York 2015.

[71] VG, 4.

[72] VG, 4.

[73] VG, 5.

[74] ACR, 101.

[75] VG, 4.

[76] VG, 4.

[77] VG, 5.

[78] Benedetto XVI, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Città del Vaticano 2009.

[79] LS, 13.

[80] FT, 78.

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