La Turchia di Erdogan

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L’economia della Turchia è fuori controllo. La sua lira ha perso il 50% del valore durante lo scorso anno e l’inflazione continua a galoppare, con un +7,5% nell’ultimo mese, il che porta il dato annuo attorno al +70%.

Un disastro che forse non basta a darci conto della realtà, visto che l’agenzia Ansa riferisce che “secondo le stime del Gruppo di ricerca indipendente Enag, riportati da vari media turchi, l’aumento dei prezzi sarebbe molto più alto dei dati ufficiali, con un’inflazione, su base annua, pari ad un +156,86%, da marzo ad aprile +8,68%”.

Crisi e nazionalismo

La crisi è profondissima e Erdogan deve correre rapidamente ai ripari, posto che il prossimo anno si vota e lui – nessuno ne dubita – si ricandiderà. Ma difficilmente potrà rinunciare alla sua visione economica, in gran parte responsabile del disastro.

Deve perciò affrontare le due grosse questioni politiche, agite sia dai suoi alleati nazionalisti che dagli avversari riconducibili al fronte repubblicano, i cosiddetti kemalisti (dal vero nome di Ataturk, Mustafa Kemal, detto Ataturk, cioè il padre della Turchia moderna).

Il nazionalismo è il principale alleato di Erdogan: l’agenda del partito nazionalista è diventata quella del leader. Per tenere i nazionalisti al suo fianco, Erdogan – senza poter risolvere il problema dell’impoverimento della popolazione – deve mostrare innanzi tutto una mano dura e forte nei confronti dei curdi, vera ossessione per chi ancora sostiene che la Turchia è il Paese dei soli turchi.

Così l’esercito ha ripreso e intensificato le operazioni militari contro le basi del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, in Iraq, colpendo pure al di là della prima catena montuosa a cui era solito fermarsi, nella città degli yazidi, Sinjar.

I guerriglieri del PKK si sono installati infatti in quella zona da un po’ di tempo – contro l’Isis – ben consci che quel territorio è fondamentale per connettere le loro cellule in Siria e nel Kurdistan iracheno, ove queste operano fuori dal controllo delle autorità curde di Erbil.  Per il governo di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno la situazione determinatasi nella zona di Sinjar è divenuta un fattore di instabilità.

Gli stessi yazidi – desiderosi di autogovernarsi – hanno creato gruppi armati. Dopo una dura azione militare da parte dell’esercito iracheno, Ankara non ha mancato l’occasione per intervenire colpendo le basi del PKK in Iraq, appunto. In questa circostanza due giornalisti stranieri sono stati arrestati per il solo fatto di essere presenti nelle zone yazide: nel teatro di guerra.

Curdi e profughi siriani

La nuova fuga di circa diecimila yazidi da Sinjar – di cui ha dato conto, in Italia, solo il quotidiano Domani – ci ha riportati alle vicende dell’Isis: tornati alle loro terre dopo anni di prove tremende per causa dell’Isis, gli yazidi vivono ancora, in gran parte, nelle tende: dura realtà che rappresenta la qualità del loro reinserimento e il motivo per cui cercano la protezione di qualcuno.

Ecco perché, in un’area così instabile e complessa, il PKK trova facilmente ospitalità; ed ecco dunque – secondo molti osservatori internazionali – perché Erdogan voglia arrivare alle elezioni con la dimostrazione di non temere montagne o confini ritenuti invalicabili, pur di ridurre il PKK con le armi pesanti!

Ma la risoluzione, a suo modo, della questione curda, da sé, non basta. C’è anche l’altra grandissima questione con cui Erdogan si deve misurare, mostrando di passare sicuramente dalla difesa all’attacco: è il drammatico fronte dei profughi siriani riparati in Turchia.

Il presidente turco è finito infatti da molto e troppo tempo sotto il fuoco di fila degli oppositori che, in ragione appunto della grave crisi economica, soffiano sul malcontento popolare, indicandone la causa nella presenza dei poveri profughi siriani fuggiti dalle mani sporche di sangue di Bashar Al-Assad: ricordo che sono quattro i milioni di rifugiati siriani che la Turchia ospita da anni con delega dell’Europa e coi cospicui finanziamenti da questa versati.

La larghezza di ospitare così tanti profughi siriani ha funzionato nei primi tempi dell’esodo, sinché Erdogan si è atteggiato a leader di tutti i sunniti. Ora – nazionalista e con un’economia che va a rotoli – non può più permetterselo. Il livello della speculazione politica, specie da parte delle opposizioni laiche, si è fatto troppo martellante.

Quando Erdogan, negli anni trascorsi, ha perso le amministrative ad Ankara e Istanbul, tra i principali motivi del suo insuccesso è figurato proprio il risentimento dell’elettorato, fomentato da partiti avversi ai siriani accusati di impoverire i turchi. Così queste opposizioni – in vista delle presidenziali – stanno insistendo sul tasto, raffigurando i siriani come divoratori di carissime banane, comprate con i soldi dei sussidi di cui beneficiano, senza nulla produrre per il Paese.

Addio al Sultano?

La storia, davvero incresciosa, ha segnato un punto di svolta razzista in una popolazione che non è messa nelle condizioni di cogliere come, senza la manodopera a bassissimo costo rappresentata dai profughi, tutto peggiorerebbe ancora. Ma il bersaglio è troppo facile e comodo da colpire in una società che ha difficoltà a vedere all’esterno e quindi si chiude sempre più su sé stessa.

L’Erdogan ormai dimentico – almeno per ora – di voler essere un Sultano, sta tentando di riallacciare i rapporti con i tanti con cui li aveva interrotti: dai sauditi che ha sfidato nella leadership sunnita – almeno da quando ha denunciato l’omicidio Khashoggi -, agli egiziani, agli statunitensi,  agli israeliani.

A questi riavvicinamenti – che tuttavia richiedono tanto tempo per produrre risultati capaci di alleviare le ristrettezze dei turchi – Erdogan sembra ora voler aggiungere anche il disgelo dei rapporti con Assad, annunciando un piano straordinario! In breve: favorirà il rimpatrio “volontario” di un milione di profughi siriani in Siria. E come?

Portandoli nel nuovo eden preparato in territori siriani controllati tramite la milizia alleata, a nord di Aleppo e Raqqa. Vuole collocarli in quel fazzoletto di terra da lui definito sicuro, sebbene ancora oggetto di frequenti cannoneggiamenti da parte di tanti, inclusi proprio l’Isis e il PKK, oltre allo stesso esercito regolare siriano.

La seconda deportazione

In quel luogo di “rimpatrio”, Erdogan ha fatto costruire baraccopoli che non destinerà ai milioni di rifugiati che poco più a ovest si ammassano da anni al confine tra la Siria e la Turchia: no, il fraterno Sultano ha deciso che in quelle baracche, senza scuole, ospedali, negozi, ci farà finire un milione di siriani che oggi vivono soprattutto a Istanbul e ad Ankara, le città in cui, elettoralmente, ha perso i suoi consensi. Assicura però che sarà per libera scelta dei profughi.

Il piano di Erdogan è studiato soprattutto per alleviare il malessere interno, ma Assad potrebbe affossarlo, perché convinto che un futuro governo formato dall’attuale opposizione turca gli sarebbe più amico. Tuttavia, Assad non è in grado di decidere in proprio: deve fare i conti con l’alleato che lo ha mantenuto al suo posto, Putin.

Perciò Ankara probabilmente confida ora nei buoni uffici di Mosca, per la quale Erdogan cerca di svolgere un ruolo di mediatore in merito al conflitto  sull’Ucraina. L’“io do affinché tu dia” di Erdogan potrebbe funzionare anche con Washington che sta riducendo sempre più il sostegno ai curdi.

Dopo essere stata dunque deportata in Turchia dal regime di Assad, l’umanità dolente dei profughi siriani viene ora obbligata con le buone e soprattutto con le cattive maniere – quali permessi negati, provocazioni quotidiane, ricatti e minacce – a imboccare una seconda fuga o, per meglio dire, la deportazione.

Il piano potrebbe far collimare le impellenze diplomatiche con la fretta determinata dal malessere sociale, ben rappresentato da un cortometraggio che sta spopolando in questi giorni in Turchia, il cui regista – Hande Karacasu – viene ora definito, dall’autorevole sito al-Monitor, il Michel Houllebecq turco. Si intitola “L’invasione silenziosa” e porta i fruitori al futuro 3 maggio 2043, quando il partito siriano vincerà le elezioni in Turchia e dichiarerà l’arabo la lingua nazionale, proibendo l’uso del turco.

Nella seconda sequenza un giovane turco, addetto alle pulizie in un ospedale gestito da siriani, si lamenta del fatto che gli è proibito di parlare il turco, mentre rimprovera i genitori, dicendo loro: “come avete potuto lasciare che si arrivasse a questo punto, quando tutti vi avevano avvisato che i siriani ci stavano invadendo?”.

L’ultranazionalismo turco

Sulla scorta dei calcoli di natalità tra i profughi siriani il giovane regista arriva a spiegare che i quattro milioni saranno presto 15, come se i profughi siriani non fossero affetti da vecchiaia, malattia e morte. Come si evince dalla data della supposta vittoria elettorale dei siriani, il film è stato diffuso il 3 maggio scorso e, nel giro di 24 ore, è stato visionato da 2 milioni di turchi. Ovviamente il regista ha negato ogni intento razzista, si è anzi definito un patriota, seguace di Ataturk.

Alle sue spalle c’è un politico emergente, leader del Partito della Vittoria, ultranazionalista oggi temuto dal governo, che si richiama all’Eurasia di Alexander Dugin, l’ideologo russo molto vicino a Putin, della quale si dice sostenitore.

Un sondaggio di queste ore spiega bene la sua posizione sul tema: l’85% dei turchi vorrebbe il rimpatrio dei profughi, solo il 6,5% ritiene possibile la coesistenza. Proprio per questo Erdogan si sta rapidamente muovendo. Verrà lasciato fare? Se si guarda alla storia recente di ciò che è stato fatto e ammesso da quelle parti, nessuno può escluderlo, anzi.

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