Libano, la difficile rinascita

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esplosione a beirut

L’esplosione che ha devastato il porto di Beirut in 4 luglio scorso è avvenuta in un momento in cui il Libano si trova già da tempo sull’orlo dell’abisso: il paese con il suo gigantesco debito statale, una crisi economica tra le più grandi della sua storia e la dilagante corruzione, con un governo che si è dimesso e un sistema politico imploso e non più riproponibile, ha davanti a sé un avvenire denso di incognite, Potrà da questa crisi nascere qualcosa di nuovo? È quanto molti si domandano e tutti sperano. Ma a quali condizioni?

Nota storica

Un po’ di storia può aiutare a comprendere la portata dei problemi. In Libano ci sono 18 comunità religiose riconosciute dallo Stato. I nuclei principali sono costituiti da cristiani, musulmani sunniti e musulmani sciiti.

La maggiore comunità cristiana è formata dai maroniti, nome che deriva dall’eremita siriaco Marone vissuto tra il IV-V secolo. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e anche da quella ortodossa. I maroniti riconoscono il papa come loro capo supremo.

Oltre ai cristiani e ai musulmani, ci sono i drusi, nati da una scissione dagli ismailiti siriaci musulmani. Abitano nelle montagne dello Shuf a sud di Beirut e rappresentano il 5% della popolazione. Temuti guerrieri e abili strateghi sono stati finora coinvolti nel governo.

I cristiani nel Libano si sono affermati nel paese nel secolo 7° lottando contro l’espansione musulmana. Nel sec. 19° un nucleo sempre maggiore di essi si stabilì in quella che oggi è la Siria. Ciò comportò una guerra civile con i drusi. Verso la metà del sec. 19°, in seguito all’intervento della Francia, il Libano divenne una specie di «isola cristiana in mezzo ad un mare musulmano».

In Libano, le comunità religiose hanno una grande influenza sulla vita privata della gente. Gli eventi più importanti della vita, come il matrimonio, il divorzio o i problemi riguardanti l’eredità ricadono sotto la loro responsabilità. Molte coppie interreligiose vanno a sposarsi all’estero, per esempio a Cipro, poiché in Libano il matrimonio civile è proibito.

I libanesi riconoscono subito chi appartiene a questa o quella comunità: dagli idiomi, dal dialetto, dagli ornamenti, dai tatuaggi, dai giornali che leggono o dal luogo in cui vivono.

I quartieri delle città e le zone del paese sono stati divisi, dopo la guerra civile (1975-1990), in base all’appartenenza religiosa. Molti cristiani vivono a Beirut ovest e sulle montagne a nord della città. A Beirut ovest, a Sidone e a Tripoli sono invece in prevalenza i sunniti, mentre gli sciiti si sono stabiliti nel sud e nella periferia sud di Beirut.

Un sistema politico decrepito e insostenibile

Fino ad oggi è rimasto in vigore nel governo e nella pubblica amministrazione il sistema proporzionale; un sistema introdotto dall’ex potenza coloniale francese circa 100 anni fa, dopo la prima guerra mondiale del 1914-18.

La convinzione che aveva guidato i legislatori di allora era che una partecipazione ben definita e proporzionale dei gruppi religiosi all’organizzazione del Paese sarebbe stata in grado di assicurare la coesistenza pacifica. Dopo il ritiro della Francia, tale partecipazione proporzionale fu accolta e sancita nella Costituzione nel 1947. La ripartizione prevedeva che il presidente dello stato fosse sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, il presidente del parlamento un musulmano sciita.

La ripartizione dei poteri si basava su un censimento del 1932. A quell’epoca i maroniti erano poco meno del 30%, i musulmani sunniti circa il 22% e gli sciiti quasi il 20%. Ma, da allora, la popolazione musulmana è cresciuta più rapidamente di quella cristiana. Non ci fu più tuttavia alcun censimento.

Dal 1975 al 1990 il paese fu teatro della guerra civile. Una della cause furono i conflitti religiosi. Tuttavia rimase confermato il sistema governativo proporzionale. Dopo le vicende belliche, i signori della guerra, come li chiama spregiativamente la gente – scrive Mey Dudin nell’agenzia di stampa evangelica tedesca epd – si vestirono di giacca e cravatta e si trasferirono in parlamento. Una legge sull’amnistia garantiva che nessuno di questi signori dovesse essere ritenuto responsabile delle atrocità commesse. E fino ad oggi, le medesime famiglie il cui potere si basa sulla legalità delle rispettive comunità continuano ad avere voce in capitolo, approfittando del vecchio sistema, ora crollato.

Dopo la catastrofe dovuta alla recente esplosione, è ben difficile che questo sistema sia riconfermato. Tanto più che, indipendentemente dai fatti attuali, già da circa undici mesi nel paese hanno continuato a susseguirsi manifestazioni contro la corruzione e il malgoverno.

Una catastrofica crisi economica

Oltre al sistema governativo da reinventare e da rifondare, sul paese grava anche una catastrofica situazione finanziaria ed economica, ormai fuori di ogni controllo, da cui non potrà venir fuori senza un persistente e massiccio aiuto internazionale. Come se non bastasse, ora si è aggiunta nel paese anche la crisi del coronavirus.

Dallo scorso mese di marzo il Libano è insolvente. Con 1,5 milioni di profughi siriani, il 40% della gente senza lavoro e una moneta in libera caduta, con un’inflazione dell’80%, l’esplosione di Beirut non ha fatto altro che accelerare il collasso.

A un debito nazionale di oltre 90 miliardi, occorrerà ora aggiungere almeno altri 15 miliardi per la ricostruzione del porto di Beirut. Il porto era una linfa vitale per il paese e una fonte cospicua di introiti. Con l’esplosione è stato distrutto anche il più grande granaio del paese. Adesso, mancano i soldi per gli acquisti e il paese è minacciato anche da una crisi alimentare.

Anche il sistema sanitario non è in grado di far fronte alla crisi. Già prima del disastro, gli ospedali erano già saturi e avevano raggiunto i limiti massimi di capacità di accettazione.

La gente ormai da tempo ha perso ogni fiducia nei suoi governanti  invocandone le dimissioni. L’appello a dimettersi era stato sostenuto anche dal patriarca maronita, il card. Bechara Rai, e le Chiese hanno appoggiato con decisione le richieste di riforme al centro di tante manifestazioni.

Le riforme sono necessarie se il paese vuole ottenere aiuti finanziari internazionali. «In Libano abbiamo bisogno di un nuovo sistema» – ha dichiarato il presidente francese, Emmanuel Macron durante una visita a Beirut nei giorni scorsi –. E ha fatto capire chiaramente che gli aiuti di emergenza non andranno «in mani corrotte».

C’è da dubitare che, dopo nuove elezioni, a decidere sia non più il sistema proporzionale, ma la capacità e la popolarità di nuove personalità politiche di prestigio. Cent’anni dopo la proclamazione dello Stato del Grande Libano e 40 dopo il trattato di pace di Taif, il paese è chiamato ancora una volta a reinventarsi.

La speranza – scrive Andrea Krogman (KNA, 13 agosto) – viene dal fatto che ampi settori della nuova generazione e dell’esercito non si definiscono più in base alla loro appartenenza religiosa; vogliono essere semplicemente libanesi. Ciò che manca però è un leader capace e rispettato, oltre le barriere confessionali. Ma sarà necessario anche un nuovo accordo internazionale che stabilisca i limiti di influenza delle comunità religiose e argini le interferenze dei loro potenti vicini.

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