Ruanda-genocidio: la responsabilità della Francia

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Il 27 maggio, nel corso della sua visita in Ruanda, il presidente Francese Emmanuel Macron ha tenuto un discorso al Memoriale Gisozi di Kigali riconoscendo le responsabilità della Francia per il genocidio degli Tutsi avvenuto nel 1994 (nostra traduzione dal francese).

“Solo chi ha attraversato la notte può raccontarla”.

Sono le parole intrise di gravità e dignità che risuonano in questo luogo, qui al Memoriale Gisozi di Kigali.

Raccontare la notte.

Queste parole evocano un silenzio insondabile. Il silenzio di più di un milione di uomini, donne e bambini che non sono più qui per raccontare l’eclissi senza fine dell’umanità, quelle ore in cui tutto taceva.

Ci raccontano della corsa disperata delle vittime, della loro fuga nella foresta o nelle paludi.  Una corsa senza meta e senza speranza, una caccia implacabile che ricominciava ogni mattina, ogni pomeriggio, in una terribile e banale ripetizione del male.

Sono le voci di coloro che, dopo essere inciampati, hanno affrontato la morte o la tortura dei loro carnefici senza un grido, a volte per lasciar fuggire una persona cara, un genitore, un figlio, un amico ,che avevano protetto fino all’ultimo respiro. Voci che hanno taciuto quando, all’alba, l’euforia insopportabile dei canti di raduno di coloro che hanno ucciso “insieme” e di coloro che sono partiti, nel loro vocabolario deviato, per “lavoro”.

Questo luogo restituisce loro tutto ciò di cui si è cercato di privarli: un volto, una storia, dei ricordi. Desideri, sogni. E soprattutto un’identità, un nome – tutti i nomi, incisi, uno per uno, instancabilmente sulla pietra eterna di questo memoriale.

Ibuka, ricorda.

In queste parole sentiamo anche le voci di coloro che portano la ferita di quella notte, coloro che portano la ferita aperta di essere stati lì e di essere ancora lì. Quelli di cui non abbiamo ascoltato la sofferenza prima, durante o anche dopo – che forse è il peggio. Sopravvissuti, superstiti, orfani, è grazie alla loro testimonianza, al loro coraggio, alla loro dignità che si misura ciò che non ha a che fare con i numeri o le parole, ma dello spessore insostituibile delle loro vite.

Queste parole raccontano una tragedia che ha un nome: genocidio. Tuttavia, non si riducono a questo. Perché è davvero una vita, con tutti i suoi sogni, interrotta un milione di volte.

Il genocidio non può essere paragonato. Ha una genealogia. Ha una storia. È unico.

Il genocidio ha un obiettivo. Gli assassini avevano una sola ossessione criminale: lo sradicamento dei Tutsi, di tutti i Tutsi. Uomini, donne, i loro genitori, i loro figli. Questa ossessione ha spazzato via tutti coloro che hanno cercato di impedirla, ma non ha mai perso il suo obiettivo.

Il genocidio viene da lontano. Si prepara. Si impossessa delle menti, metodicamente, per annullare l’umanità dell’altro. È radicata in narrazioni di fantasia, in strategie di dominazione erette come prove scientifiche. Si stabilisce attraverso umiliazioni quotidiane, separazioni, deportazioni. Allora si rivela l’odio assoluto, la meccanica dello sterminio.

Il genocidio non può essere cancellato. È indelebile. Non finisce mai. Non si vive dopo un genocidio, si vive con esso, come meglio si può.

In Ruanda si dice che gli uccelli non cantano il 7 aprile. Perché lo sanno. Sta alle persone rompere il silenzio.

Ed è in nome della vita che dobbiamo dire, nominare, riconoscere.

Gli assassini che infestavano le paludi, le colline, le chiese, non avevano il volto della Francia.  Essa non era una complice. Il sangue che scorreva non disonorava le sue armi o le mani dei suoi soldati, che vedevano l’indicibile con i loro occhi, curavano le ferite e soffocavano le lacrime.

Ma la Francia ha un ruolo, una storia e una responsabilità politica in Ruanda. Ha un dovere: quello di affrontare la storia e di riconoscere le sofferenze che ha inflitto al popolo ruandese permettendo al silenzio di prevalere troppo a lungo sull’esame della verità.

Coinvolgendosi nel 1990 in un conflitto in cui non aveva alcuna esperienza precedente, la Francia non ha ascoltato le voci di coloro che l’avevano avvertita, o ha sopravvalutato la sua forza pensando di poter fermare ciò che era già in corso.

La Francia non ha capito che, volendo prevenire un conflitto regionale o una guerra civile, era in realtà al fianco di un regime genocida. Ignorando gli avvertimenti degli osservatori più lucidi, la Francia ha assunto una responsabilità schiacciante in una spirale che ha portato al peggio, anche se cercava di evitarlo.

Ad Arusha, nell’agosto 1993, la Francia pensava, insieme agli africani, di aver raggiunto la pace. I suoi funzionari e diplomatici avevano lavorato per questo, convinti che il compromesso e la condivisione del potere potessero prevalere. I suoi sforzi sono stati lodevoli e coraggiosi. Ma furono spazzati via da un meccanismo genocida che non voleva ostacoli alla sua mostruosa pianificazione.

Quando, nell’aprile 1994, i carnefici iniziarono quello che chiamavano odiosamente il loro “lavoro”, la comunità internazionale impiegò quasi tre mesi, tre interminabili mesi, per reagire. Abbiamo tutti abbandonato centinaia di migliaia di vittime a questa infernale situazione di chiusura.

All’indomani, mentre i funzionari francesi hanno avuto la lucidità e il coraggio di chiamarlo genocidio, la Francia non ha tratto le conseguenze appropriate.

Da allora, sono passati ventisette anni di amara distanza. Ventisette anni di incomprensioni, di tentativi di riavvicinamento sinceri ma infruttuosi. Ventisette anni di sofferenza per coloro la cui storia intima rimane mal gestita dall’antagonismo dei ricordi.

Stando oggi al vostro fianco, con umiltà e rispetto, riconosco la portata delle nostre responsabilità. Significa anche continuare l’opera di conoscenza e di verità che può essere raggiunto solo attraverso il lavoro rigoroso della ricerca e degli storici. E continueremo a farlo sostenendo una nuova generazione di ricercatori che hanno coraggiosamente aperto un nuovo campo di conoscenza. Speriamo che, accanto alla Francia, tutte le parti coinvolte in questo periodo della storia ruandese aprano a loro volta tutti i loro archivi.

Riconoscere questo passato significa anche, soprattutto, continuare l’opera di giustizia. Impegnandoci a garantire che nessuno dei sospettati di crimini di genocidio possa sfuggire alla giustizia.

Riconoscere questo passato, la nostra responsabilità, è un gesto senza contropartita. Una richiesta a noi stessi e per noi stessi. Un debito verso le vittime dopo tanto silenzio nel passato. Un dono ai vivi, il cui dolore possiamo, se lo accettano, ancora alleviare. Questo viaggio di riconoscimento, attraverso i nostri debiti, i nostri doni, ci offre la speranza di uscire da questa notte e di camminare ancora insieme. In questo viaggio, solo chi ha passato la notte può forse perdonare, e poi farci il dono di perdonarci

Ndibuka. Ndibuka.

Voglio assicurare ai giovani ruandesi in questo giorno che un nuovo e altro incontro è possibile. Senza cancellare nulla del nostro passato, c’è l’opportunità di un’alleanza rispettosa, lucida e reciprocamente esigente tra la gioventù ruandese e quella francese.

Questo è l’appello che voglio fare qui. Battezziamo insieme nuovi domani. Prepariamo qui, per i nostri figli, futuri ricordi felici. Questo è il senso dell’omaggio che voglio rendere a coloro di cui conserveremo la memoria, che sono stati privati di un futuro e per i quali dobbiamo inventarne uno.

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Un commento

  1. Rosetta Pellegrini 6 giugno 2021

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