Caro don Armando

di: Maurizio Fileni

vita di prete

Come i lettori sanno, don Armando Matteo ha scritto tre pezzi dal titolo “Che cosa resta del prete?” (cf. Settimananews 4, 10 e 13 giugno 2017). Titolo e contenuti hanno una buona dose di provocazione. Un parroco, infatti – don Maurizio Fileni – dopo la lettura del primo articolo, ha reagito in modo energico. Dopo aver letto anche gli altri due articoli, ha scritto una lettera a don Armando, per mostrare che, se c’è un po’ di passione pastorale, qualcosa resta del prete, nonostante il mutare delle situazioni e delle sensibilità. La pubblichiamo integralmente.

Castelbellino Stazione, 24 giugno 2017

Caro don Armando,

quanta carne al fuoco! Quasi da perdercisi.

Sa che ho fatto, allora? Sono corso dal mio padre spirituale (io sono antico come il cucco e ce l’ho): un parrocone dalla scorza dura e tante patacche di unto sul davanti della tonaca; un parrocone che mi mette soggezione e, alla fine, mi dice sempre che faccio bene quello che faccio, e io proseguo…

Sono corso da lui e gli ho portato i fogli (sì lui non ha il computer). Li ha letti. Poi mi ha guardato e mi ha detto: «Cavoli tuoi: adesso che gli rispondi?».

Io zitto.

«Come, non lo sai!? Allora non gli dovevi scrivere, macaco (è un eufemismo)!». Non ha troppo belle parole nei miei confronti. Da sempre.

«Si, ma adesso?» Dico io.

E lui. «Con calma – mi ha detto –, con calma. Devi riflettere bene: molto bene».

Io zitto.

«Visto che di libri di teologia ne hai letti pochini (hai letto solo romanzi e racconti) e lui invece sì – ha infierito –, tu puoi e devi mettere sul piatto della bilancia il frutto dei tuoi anni di presbiterato. Solo quello. Che c’hai capito?».

«Non lo so!».

«Come non lo sai! Vai a casa e ripensali i tuoi anni di prete: fai un riassunto e poi mandaglielo».

Caro don Armando,

io al mio padre spirituale gli obbedisco, altrimenti che ce l’ho a fare?

E questa notte mi sono messo a pensare; ma, più che a pensare, mi sono venuti in mente degli episodi, dei fatti che hanno segnato la mia vita e che l’hanno orientata.

Lo sono andato a trovare il mio Padre spirituale, questa mattina: è parroco di una parrocchietta a distanza di 4 km da qui. Faceva colazione e mi ha invitato. Ho accettato, così non me la dovevo preparare da solo! Mentre facevamo colazione, gli ho detto quello che la notte mi ha fatto maturare.

Lui è stato zitto, ha sorbito quello che era rimasto del caffellatte nella tazzona e mi ha detto: «Scriviglielo».

E così faccio.

Caro don Armando,

 ok.

Tutte le difficoltà che il prete oggi trova tra i suoi piedi, lei le ha elencate tutte. Credo che non ne manchi una.

Il povero prete, a parer mio, davanti a quello che lei ha elencato, farebbe bene a dare le dimissioni (irrevocabili, certo), poi fare un fagottino e andare a ritirarsi (Isis permettendo) nella Tebaide.

Patirebbe un po’ di fame e un po’ di sete, ma, tutto sommato, saprebbe cosa fare e avrebbe delle certezze, mentre qui, davanti alla spoliazione del suo ruolo (non da lui voluta, ma reale), no: starebbe psicologicamente peggio.

Mentre leggevo i suoi tre capitoli, mi è venuta in mente la figura del profeta Geremia: anche lui è il “profeta della mancanza”.

Lui ha vissuto in un contesto simile a quello che lei descrive e che tutti viviamo. Fa il profeta in un momento in cui crollano tutti i punti di riferimento, i valori fondanti del popolo ebraico: non c’è più la terra promessa, vivono in una terra straniera che parla una lingua diversa, sradicati dalla propria tradizione, senza tempio, senza la Legge, senza la Torah, senza l’istituzione sacerdotale, senza il culto, i sacrifici.

Il popolo ebraico che, per salvarsi, e darsi la zappa sui piedi, diventa come gli altri popoli (omologazione): si allea con i potenti, inventa politiche di compromesso, confida più negli uomini che in Dio.

Geremia ed Ezechiele vanno in giro con un giogo sulle spalle, si legano e, per sei mesi, stanno muti. Denunciano solo una cosa: la mancanza della fede-fiducia in Dio da parte degli ebrei. Denunciano l’assenza di Dio nei loro cuori.

Davanti a tutto questo macello io sono portato a non fare geremiadi, anche se non sono disposto a chiudere gli occhi e quindi la ringrazio degli spunti che mi ha fornito.

Anche perché nella mia vita di prete (40 di esercizio presbiterale e sempre a contatto con la gente) ho scoperto che ci sono almeno un paio di cosette che possono essere delle molle di ripresa, altrettanti grimaldelli per scardinare questo muro di pessimismo-realismo che lei ha così bene costruito.

a) Il primo è l’esercizio dell’accoglienza.

È una enorme potenzialità che noi preti-parroci abbiamo nelle mani. Oggi, poi, efficace e necessaria quanto mai. Davvero.

Accoglienza non come quella del droghiere che è interessato ad accoglierti bene così comperi di più. No: sto dicendo dell’accoglienza fondata sulla fede che il prete ha e quindi in quel momento accoglie a nome di Gesù; a nome di Dio.

Non starò qui ad elencare casi o a raccontare fatti ed episodi anche perché lei ne avrà altrettanti e ancor di più.

Io, però, tutte le volte che ho accolto cordialmente e con le braccia spalancate e col cuore aperto una persona o una coppia, è passata tanta di quella grazia di Dio che è impensabile quantificarla.

È un classico e succede a tutti; indistintamente a tutti i preti di questo mondo. E le pare poco? No, no: è decisamente tanto.

Ieri mattina, per esempio, stavo in chiesa (vivo in un quartiere periferico di modernissima costituzione; anonimato imperante. Un quartiere come quelli della terza o quarta fascia di Roma o di Milano, tanto per capirci): da solo, a pensare e a far compagnia al Signore. Entra una donna: la mia età, pressappoco.

«Mi segna una messa?».

Ed io: «Méttiti a sedere, qui vicino a me» – e poi le classiche domande: «Dove vivi? Hai la pensione? I figli? La salute. La casa…».

Mi racconta cose incredibili o incredibili per me. Due fratelli morti nell’arco di sei mesi. Un figlio accompagnato con una hostess olandese che ha cominciato a bere… Un’ora tra occhi lucidi e fazzoletti di carta zuppi di lacrime e muco.

«Vatti a mettere là, davanti a quella là – alla fine le ho indicato la statua della Madonna – e pregala!».

C’è andata: che cosa si son dette non lo so, ma i singhiozzi si sentivano per tutta la chiesa.

Poi se n’è andata (della messa ce ne siamo dimenticati tutti e due!!).

«Grazie», mi ha detto sull’arco della porta. «Di che?». Ha fatto una smorfia, e io ho capito tutto.

L’accoglienza!

È una potenzialità enorme che abbiamo tra le mani noi preti e (così mi pare) che sfruttiamo pochissimo.

Tutti corrono, tutti hanno vita tirata al massimo: noi abbiamo la capacità di fermare il tempo e questa infinita e inutile rincorsa.

Non è niente? Non possiamo dire e dare niente?

Loro sono sotto la mannaia della produzione; debbono produrre: noi no. Per loro il tempo è denaro: per noi no.

Con questo atteggiamento non abbiamo niente da dire?

Ammattìti da tutto quello che hanno da fare, debbono rifugiarsi dagli psicologi, ma lì ricavano poco, perché c’è il tarlo dei soldi (gli psicologi vogliono i soldi: non lavorano (è un lavoro!!!) a uffa; non fanno prestazioni (prestazioni!! Come le puttane!) gratis.

Beh, insomma: tutte le volte che ho accolto non bene, ma benissimo una persona, ne ho sempre ricevuti i benefici. Moltiplicati per non so quanto.

Mi hanno raccontato, ora me ne ricordo, che Albert Einstein (dichiaratamente non credente), tutte le volte che era a Firenze, si faceva accompagnare a Fiesole nel convento dei cappuccini.

Lo sa perché? Perché voleva vedere e rivedere di nuovo quel fraticello che stava sull’arco della porta e che regalava un bellissimo sorriso a tutti i visitatori!!

Siamo quelli, noi! Non abbiamo da dire niente alla gente? Niente di niente? E chi lo dice? Noi abbiamo da dare tantissimo; di decisivo; di preziosissimo: solo se lo volessimo.

Lei mi dice di mutamento di linguaggio: lo so perché lo sperimento su me stesso, ma so anche che possiedo un qualcosa e che lo posso comunicare con l’unico linguaggio che adesso funziona: il linguaggio dell’amore.

b) La seconda arma che abbiamo nelle mani è il toccar con le mani.

In altre parole, dobbiamo coinvolgere la nostra persona con quella delle persone. Come del resto ha fatto Gesù in quei tre anni durante i quali ha cambiato il mondo.

Avrà fatto caso che Gesù, quando è passato beneficando tutti, ha avuto uno stile del tutto particolare: quello del toccare le persone e di farsi toccare.

A quello della mano inaridita gli ha detto: «dammi la tua mano» e se la mise tra le sue.

Ad un altro… «fece una pastella con la saliva e la polvere e poi gliela spalmò sugli occhi…».

Il cieco «lo prese sotto braccio e lo portò fuori dal villaggio…».

Ad un altro «gli alitò in bocca»,

Al giovanotto morto… «gli prese la mano e sollevò e poi lo diede a sua madre…».

E il Talita Kum? «E la prese per mano e la mise a sedere sul letto».

Beh, insomma: Gesù nel suo stile le persone le toccava: non si teneva a distanza da loro. Solo i funzionari si tengono a distanza. Ha visto quando si va alle poste o negli uffici delle ferrovie dello stato? Anche nelle carceri, mi dicono. C’è il vetro e, per capirsi meglio, c’è il microfono.

Quando noi preti ci teniamo a distanza dalla gente, è come se frapponessimo un vetro e parlassimo tramite microfono. E questo non fa passare la grazia di Dio. No.

Glielo dico io: la grazia, se non c’è il contatto umano (fisico), non passa.

Tutte le volte che ho coinvolto la mia vita con quella delle persone, ho portato vantaggio al Signore e alla sua Chiesa (e anche a me!).

Non vorrà mica che adesso mi metta a raccontare i vari episodi e gli effetti che hanno prodotto; no: ne avrà lei tanti quanti ne ho io e certo anche di più.

Concludo.

Concordo con l’esame (particolareggiato, particolareggiatissimo) che ha fatto: la ringrazio.

Le ho voluto far rilevare (se ce ne fosse bisogno) che abbiamo punti di forza tali da sollevare il mondo. Solo se lo volessimo.

Don Maurizio

Don Armando, lei ha scoperchiato tante altre problematiche che io non preso in considerazione: come ci si possa rapportare con la struttura Chiesa che fa capire che debba essere lasciata alle spalle; essere capaci di fare degli strappi che non sono solo di ordine pastorale, organizzativo, ma di ordine esistenziale, teologico.

Un modo diverso di stare dentro la società altra che viviamo… Lo so, lo so, ma le ho voluto rispondere quasi solo per farmi vivo.

E poi la prossima settimana (dal 26 al 30) vado a fare gli esercizi spirituali e quindi…

Ha toccato anche la questione economica e i tempi magri che ci saranno riservati. Non prendo in considerazione questo argomento perché sono d’accordo con lei che sarà una manna mandataci dallo Spirito Santo: ci farà tribolare perché ci farà crescere.

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