Da Conte a Draghi

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Proviamo a fare il punto politico. Il governo Draghi sostanzialmente è stato scelto da Mattarella. Una volta accertato che il Conte due non aveva più i numeri e dunque la maggioranza in parlamento, il Presidente della Repubblica ha convocato l’italiano più autorevole, gli ha conferito l’incarico di formare un governo che non rispondesse a una specifica “formula politica” ma che raccogliesse intorno a sé la più larga maggioranza possibile.

La soluzione migliore nelle condizioni date, una soluzione in certo modo obbligata dalla considerazione – puntigliosamente svolta da Mattarella – che fosse impossibile o comunque sommamente sconsigliato andare al voto nel vivo della pandemia e alla vigilia della scadenza fissata dalla UE per la consegna del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Da più parti si è detto che a questo si è giunti perché “la politica ha fallito”. Formula esagerata e, insieme, generica. Meglio attenersi ai fatti.

Continuità e discontinuità

A determinare la crisi del Conte due sono state due circostanze: una, prossima, il ritiro della fiducia al governo da parte della pattuglia dei parlamentari renziani e una causa, remota, e cioè un parlamento frammentato ancora figlio delle (politicamente) remote elezioni del 2018, che hanno originato una legislatura foriera di maggioranze di governo improvvisate e improbabili.

Un parlamento – come ha osservato qualcuno – che sembra composto non già da gruppi politici strutturati e riconoscibili, ma da un unico, grande “gruppo misto”.

Ma torniamo a Draghi. Il suo governo può essere variamente definito: governo di scopo, di tregua, di larghe intese… Modi diversi, che alludono a profili diversi, tutti comunque riconducibili a uno stato di eccezione politica (anche se perfettamente conforme a Costituzione e democrazia parlamentare).

Si discute a proposito di continuità-discontinuità rispetto all’esecutivo Conte con riguardo alla sua azione. Le opinioni sono discordanti. A me pare che domini la continuità di una linea prudente in tema di misure di protezione per contenere la pandemia; che vi sia stata un’accelerazione nel piano vaccinale propiziata da una maggiore disponibilità nell’approvvigionamento dei vaccini; che si sia integrato e portato a termine – naturalmente – il Piano grazie al quale si conta di ottenere i fondi europei.

Ma abbiamo anche notato come certe critiche al precedente governo fossero strumentali.

Penso alle chiusure, per l’ovvia ragione che, come ovunque, non si davano alternative, salvo dare ascolto alle scriteriate, irresponsabili ricette dei demagoghi.

Penso alle polemiche sulla governance dei fondi del Recovery, che fu all’origine della crisi e della quale ancora oggi sappiamo poco.

Penso alle proteste per l’insufficiente parlamentarizzazione del Piano ora varato in un paio di giorni senza che deputati e senatori abbiano avuto modo di leggerlo e discuterlo.

Penso all’enfasi sul Mes (fondi aggiuntivi per la sanità) tanto cavalcata al tempo e ora letteralmente scomparso, con il sigillo di Draghi.

A conferma che la rottura rispondeva a ragioni altre, più che a quelle formalmente addotte dai fautori della crisi. Non è necessario sospettare di complotti. Più semplicemente è ragionevole pensare che Renzi sia stato solo il terminale politico e che abbiano pesato (legittimi) interessi altri, che sempre si agitano nella società ad un cambio di governo, tanto più alla vigilia di decisioni politiche relative alla destinazione di un volume di risorse senza precedenti destinate a cambiare il volto del paese. Risorse che suscitano appetiti.

Lo ha notato un acuto analista come Giuliano Ferrara: non è un mistero che, presso l’establishment, Conte non fosse considerato “uno di loro” e che si nutrisse una, non immotivata, diffidenza verso il M5S e le sue contraddizioni interne. I media espressione dell’establishment hanno condotto una campagna di opinione sin troppo evidente al fine di produrre un cambio al governo.

L’opportunità di un governo necessario

Ciò detto, l’esecutivo Draghi – una necessità, si è detto – va visto come un’opportunità. Doppia. Sia in sé, sia per l’evoluzione del sistema politico. In sé: per mettere in sicurezza il paese, portarlo fuori dalla pandemia, condurre i negoziati con la UE cui certo giova il credito europeo del premier e avviare l’implementazione del Recovery. Sia per gli attori politici, che si spera possano profittare della relativa tregua per ripensare se stessi, le proprie politiche, le proprie alleanze. E persino per l’Europa.

Vi è chi, con buone ragioni, osserva che, con il tramonto della leadership della Merkel e il futuro incerto di Macron, Draghi possa assurgere a riferimento o comunque a coprotagonista della nuova Europa. Specie considerando le prospettive multilateraliste e la ripresa dell’asse USA-UE dischiuse dalla presidenza Biden, dopo la regressiva parentesi trumpiana.

Molto si parla di riforme cui Draghi dovrebbe attendere. Riforme è parola abusata. Giova un chiarimento. Ve ne sono alcune oggettivamente implicate nel Piano di ripresa e resilienza, anche perché raccomandate dalla stessa UE. Penso in particolare a quella della pubblica amministrazione. Una nostra antica tara e comunque uno snodo essenziale per spendere presto e bene le ingenti risorse europee. Così anche le due transizioni digitale ed ecologica.

Ma vi sono altre riforme – segnatamente quella del fisco e della giustizia – decisamente più problematiche e politicamente divisive. Dunque difficili per un esecutivo sorretto da una base parlamentare tanto larga e quindi eterogenea nelle scelte di valore e nella rappresentanza sociale.

Facile dire riforma fiscale, ma si va dalla flat tax patrocinata dalla Lega a un sistema progressivo sostenuto da sinistra (in realtà prescritto dalla Costituzione).

Facile dire riforma della giustizia, ma c’è materia più controversa? A meno di circoscrivere con cura (sarebbe saggio) la preminente questione di contrarre la durata dei processi.

A mio avviso, Draghi farebbe bene a concentrare la propria azione sul cuore della missione affidatagli. Ripeto: fare fronte alla doppia emergenza, alla pandemia e all’implementazione del Recovery.

Concentrandosi su questo nucleo, egli può sperare di guidare il paese senza dare troppo peso alle fibrillazioni e alla dialettica, spesso meramente propagandistica e agitatoria, dei partiti della sua maggioranza.

Fibrillazioni che ci sono e più ancora ci saranno nel mentre ci si avvicina alle elezioni d’autunno nelle grandi città, specie a partire da luglio, quando scatterà il semestre bianco, cioè il tempo che ci separerà dall’elezione del nuovo capo dello Stato e nel quale, a norma di Costituzione, non possono essere sciolte le Camere. Che succederà allora è impossibile dire. Dipende da troppe variabili soggettive e oggettive.

Draghi punterà al Quirinale? A che punto saranno rispettivamente l’uscita dalla pandemia, la ripresa dell’economia, la messa a terra del Recovery? Le destre, favorite da un probabile voto politico ravvicinato indetto dal presidente neoeletto, lo auspicano. Le sinistre preferirebbero che Draghi completasse la legislatura (forse avendo altre plausibili candidature per il Colle e per avere tempo e modo di mettere a punto un’offerta competitiva).

Si dà l’ipotesi, certo sgradita all’interessato ma non priva di una sua ragionevolezza, della proroga di un anno del mandato di Mattarella, così che a eleggere il suo successore possa essere il nuovo parlamento eletto, portato a seicento membri dagli attuali mille. Cosicché Draghi possa condurre a compimento il suo mandato di governo sino al naturale compimento della legislatura.

Il versante politico

Sul versante del sistema politico, tra i tanti, si vanno già ponendo due problemi.

A destra la competizione per l’egemonia tra Salvini in relativo declino e Meloni in ascesa, ora divisi nel rapporto con il governo. Con l’incerta variabile di ciò che residua di Fi.

A sinistra l’alleanza PD-M5S sulla quale pesa l’incognita della sorte del movimento sospeso tra convulsioni autodistruttive e rifondazione affidata a Conte.

Sugli uni e sugli altri incombe una questione decisiva per definire identità, strategie, alleanze: la legge elettorale. Sembra già archiviata l’intesa siglata dalla ex maggioranza del Conte due per una legge proporzionale. Tanto più in quanto entrambe le destre la avverserebbero.

Dovendo scommettere, punterei sulla tesi che ci terremo la brutta legge che c’è, il Rosatellum. Bene o male che sia, essa, contemplando per un terzo del parlamento collegi uninominali, incentiva, quasi impone, alleanze pre-voto. Impresa non facile per nessuno, ma di sicuro, allo stato, difficile soprattutto a sinistra.

Con il cantiere PD-M5S appena avviato e che, al momento, non decolla per le grandi città. Dato da tutte le rilevazioni come molto distanziato dal centrodestra, lo schieramento alternativo può sperare nel consenso, misurato da Ipsos di Pagnoncelli, che potrebbe attingere grazie alla coppia di ex premier, Letta e Conte, che si candida a guidarlo.

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