Governo: una crisi ingiustificabile

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Sono tra coloro – una minoranza – che, pur consapevole dei vistosi limiti e contraddizioni del M5S, ha sempre pensato si dovesse ragionare con freddezza sulla circostanza che, nel 2018, un italiano su tre avesse dato loro fiducia; che essi abbiano parlamentarizzato un sentimento/risentimento che avrebbe potuto prendere una piega ancor più inquietante e persino violenta; che fosse saggio e persino doveroso, da parte delle forze democratiche, provare a… “civilizzare i barbari”, secondo una formula ironicamente provocatoria. Non ho cambiato opinione.

Penso anzi che siano estese le responsabilità attive e omissive di chi, nella politica e nell’informazione, si è adoperato ossessivamente in senso contrario. Questa considerazione retrospettiva nulla toglie alle preminenti responsabilità di chi – Grillo, Casaleggio, Di Maio, Conte – ha retto le sorti del movimento e, in particolare, in queste concitate ore, si è assunto la grave responsabilità di fare mancare la fiducia a Draghi portando il paese sull’orlo dell’abisso.

Vedremo se Mattarella e lo stesso Draghi riusciranno nell’impresa di metterci una pezza o se si precipiterà verso elezioni in una congiuntura drammatica. Nel “preoccupato stupore” (cf. Gentiloni) delle cancellerie internazionali.

La decisione assunta (subita? non fa differenza) da Conte è ingiustificata e ingiustificabile per più ragioni che qui mi limito a enunciare, pur senza svolgerle, come pure meriterebbe.

La tragica novità – intervenuta dopo il varo del governo in carica – della guerra, con i suoi pesanti contraccolpi su economia e società, ahimè, reitera se non uno stato d’eccezione certo una congiuntura ancora straordinariamente critica; se confermate le aperture di Draghi su un’agenda sociale che davvero rappresentasse una fase nuova dell’azione di governo e una sua correzione di rotta, Conte avrebbe potuto, con fondamento, rivendicare di avere contribuito a propiziarla.

Dentro la galassia M5S

Dopo avere partecipato, a torto o a ragione, a responsabilità di governi di diverso (o nessun) colore per quasi l’intero arco della legislatura, per il M5S sarebbe difficile accreditare un profilo e un’immagine di sé nel segno dell’estraneità a quelle esperienze (anche in chiave elettorale un calcolo sbagliato).

Sono altresì dell’opinione che, con maggiore o con minore successo, la decisione del M5S di non sottrarsi a responsabilità di governo, nel suo complesso, avesse fatto segnare un positivo processo di maturazione del movimento e non sia stata priva di qualche concreto risultato.

Per molte ragioni, considero comunque regressiva e soprattutto illusoria l’idea che il M5S possa tornare al modulo della fase nascente (la storia o la cronaca che sia non possono ripetersi tali e quali e, in ogni caso, errori il M5S ne ha commessi, via via, onestamente riconoscendoli ma ora ricascandovi). A dispetto della campagna di opinione corrosiva di cui è stato ed è tuttora oggetto, Conte aveva dato un contributo decisivo a quel processo di maturazione politica e istituzionale del movimento e comunque l’indole dell’uomo – e il consenso di opinione che si è conquistato come premier – non mi pare si attagli alla prospettiva del modulo delle origini (si intuisce un che di innaturale e di forzoso nella sua metamorfosi “descamisada”).

La rottura, ancorché a torto, è stata puntualmente interpretata come un atto che darebbe ragione a Di Maio. Ripeto: a torto, ma certo sarebbe un regalo a lui, che, mentendo, racconta di avere operato una scissione – chiaramente opportunistica, di sicuro studiata a freddo, nonché incoraggiata da forze esterne – al fine di difendere il governo, in realtà con il proposito esattamente opposto.

Chi capisce qualcosa di politica – la quale ha una sua logica – comprende perfettamente che obiettivo di Di Maio era semmai quello di spingere fuori il M5S dalla maggioranza per accreditarsi come responsabile a fronte degli irresponsabili. Essendo largamente improbabile una revisione della legge elettorale, piaccia o non piaccia, penso sia stato sbagliato e autolesionista pregiudicare forse definitivamente il rapporto con il PD, pena consegnare il paese a una destra illiberale a trazione Fli.

Per inciso: non capisco perché alla Meloni si facciano più sconti che non a Salvini. Ai miei occhi essa è ideologicamente ancor meno potabile della Lega, la cui “costituzione materiale” e i cui malcelati conflitti interni – da ultimi i nostalgici di Bossi – quantomeno garantiscono un qualche contenimento alle scalmane del leader modulo Papeete.

Il Partito democratico

Indugio solo su un ultimo punto. Per me cruciale perché attiene all’evoluzione politica di medio-lungo periodo. Si racconta un PD in salute, ma esso non si schioda dal 20%. Il suo profilo identitario è quello del partito dell’establishment. Letta non è Renzi, ma il posizionamento politico non è molto diverso.

Spesso si evoca il vecchio Ulivo, ma esso aveva ambizioni più larghe e comprensive di una sensibilità di sinistra. Addirittura i suoi detrattori lo consideravano una maschera del Pci-Pds-Ds. Comunque un soggetto politico inclusivo (ancorché non esclusivo ed escludente) della migliore eredità della sinistra, associato a un centro riformatore.

Giorni fa, prima della rottura, Antonio Padellaro aveva adombrato la possibilità che il M5S contiano, utilmente alleggerito di un ceto politico opportunista che cerca riparo nell’establishment, potesse concorrere, con altri, a dare vita a un’esperienza politica di stampo labourista germinalmente iscritta nel paper in nove punti consegnato da Conte a Draghi.

Non a torto, Padellaro faceva leva su due elementi: l’indagine di Pagnoncelli sui gruppi sociali attualmente non adeguatamente rappresentati (giovani, fragili, precari, Sud) e le voci autorevoli della società e della cultura italiana che o condividono tale auspicio o comunque lamentano l’assenza di terminali politici in senso lato democratici e labouristi. Da Landini a Cacciari, da De Masi a Ignazi. Cui se ne potrebbero aggiungere molte altre ascrivibili a una sinistra civica, ambientalista ed egualitaria: da Saraceno a Barca a Elly Schlein.

Una prospettiva accarezzata dallo stesso Bersani che, da tempo, auspicava l’evoluzione del M5S come “sinistra di nuovo conio”. La mia opinione è che l’irresponsabile rottura con il governo di queste ore renda assai più problematica una tale prospettiva. A ben vedere la sola, a mio avviso, quale approdo plausibile di un movimento che troppo a lungo si è rifiutato di declinare la propria identità e un proprio chiaro posizionamento politico. Una decisione che, questa volta per davvero, pregiudica in via definitiva un futuro per il M5S, la cui morte è stata più e più volte prematuramente pronosticata e, da molti, auspicata.

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