La provocazione di Ezio Vanoni

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L’esistenza di una «tangentopoli fiscale» era stata intuita ma non era stata ancora provata. Il meccanismo è elementare. Si paga una tangente per evitare o ridurre l’onere di un’obbligazione fiscale. Per dire: con una busta da 60 mila azzeri una causa da 3 milioni. E ora che – come per le onde gravitazionali – il fenomeno è stato dimostrato, ti rendi conto della quantità (e qualità) delle persone e dei ruoli che sono coinvolti in tale fattispecie di reato. Un campione di complicità davvero rappresentativo: dai giudici tributari ai commercialisti, dagli addetti dell’agenzia delle entrate agli uomini delle fiamme gialle, dai consulenti ai “contribuenti” di ogni genere.

Come reagire? Le cronache narrano dei vigorosi propositi governativisia per l’applicazione delle più aggiornate tecnologie preventive e repressive sia per l’inasprimento delle attività dedicate a contenere la corruzione. Ma, sull’insieme dei buoni propositi, incombono dubbio e di incredulità. Da quanti secoli si sente parlare di lotta all’evasione e di nuovo rapporto tra fisco e contribuente?

Vanoni 60 anni dopo

Chi scrive ritiene sia giusto introdurre, a questo punto, la memoria di un uomo politico, Ezio Vanoni, sommariamente commemorato nel febbraio scorso a sessant’anni dalla scomparsa. Il ministro che ha legato il suo nome alla prima riforma tributaria dell’epoca repubblicana. Vale la pena soprattutto per richiamarne la mente ispiratrice e per constatarne la rilevante attualità.

C’era un tratto significativo nella visione politica di Ezio Vanoni: sia nella sua riforma fiscale (1951) sia nel successivo impegno sullo «schema di sviluppo dell’occupazione e del reddito» (1955) egli mostrò di concepire la politica anche come educazione alla partecipazione.

Nel caso della programmazione economica, egli invitava i cittadini e i gruppi sociali, lavoratori e imprenditori, a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dello “schema”. Presentava, infatti, il suo piano economico non come una sequenza di cifre e tabelle ma come un “pensiero”, una mappa, da adottare come guida delle scelte pratiche. Così non prometteva un’orgia di diritti ma un intreccio di obiettivi raggiungibili solo con un forte esercizio di responsabilità.

Non era un discorso di moda neanche in un tempo di crescita impetuosa (gli anni 50) come non lo sarebbe stato successivamente, ai tempi di Moro e Berlinguer, ma era una sfida consapevole agli interessi consolidati e al refrattario costume nazionale, insensibili agli obblighi di solidarietà scritti nella Carta della repubblica.

Dal gabelliere occhiuto al cittadino consapevole

Dello stesso segno era l’atteggiamento di Vanoni attorno alla problematica fiscale. Riteneva che lo stabilirsi di un rapporto di fiducia e di lealtà reciproca tra stato e cittadini avrebbe potuto, nel tempo, rendere fisiologica l’osservanza di dei «doveri inderogabili di solidarietà» come presupposto della partecipazione dei cittadini al sostegno degli oneri del bene comune. Coscienza democratica e coscienza fiscale trovavano qui il loro punto di congiunzione.

Lo strumento per realizzare un simile disegno fu la dichiarazione annuale dei redditi compendiata in quello che fu subito chiamato il «modulo Vanoni». Uno spartiacque nella storia del fisco italiano. Per la prima volta si stabiliva che l’accertamento tributario era affidato non all’occhiuta inquisizione dei gabellieri ma al protagonismo dello stesso cittadino, chiamato a certificare ogni anno la propria condizione finanziaria.

Prima di allora, siamo nel 1951, esisteva soltanto l’obbligo, per i singoli, di comunicare se fossero intervenute variazioni del reddito personale o d’impresa. Ma – come notava ironicamente il ministro – «la consuetudine era molte volte più forte della legge» nel senso che portava «a dimenticare in sostanza l’esistenza di quest’obbligo», sicché «ognuno «se ne stava tranquillo nel proprio ambito d’attività privata, aspettando che il fisco venisse a disturbarlo dentro la sua casa».

La novità era rilevante anche perché si invertiva l’onere della prova: non era il cittadino a dover dimostrare di aver detto il vero ma l’amministrazione a documentare che non lo aveva fatto. Chi fece la riforma riteneva che su tali basi si sarebbe costituito uno scambio virtuoso tra un fisco fiducioso e un contribuente leale.

La realtà dei fatti e delle tendenze mostra che quella speranza non si è realizzata. Ma un’indagine sulle ragioni della sconfitta non è stata compiuta in modo completo. La condotta dei governi ha oscillato, nel tempo, tra un massimo di durezza e un minimo di rilassamento, dall’enfasi sulle «manette agli evasori» all’apertura di credito verso gli automatismi dell’economia. Il fenomeno dell’evasione si è dilatato e, come mostrano i fatti, si è dotato di un’allarmante organizzazione.

Il fronte più sguarnito

Il settore più sguarnito del fronte risulta però quello delle azioni positive per la maturazione di una coscienza fiscale come corresponsabilità civica diffusa. L’orientamento della pubblica opinione è andato, semmai, nella direzione contraria. C’è stato un impulso insistente a non pagare le tasse come difesa dalla iniquità del fisco. Oltre un certo livello di imposizione, l’evasione è stata rappresentata come legittima difesa. E si è ignorato l’argomento per cui l’aumento delle tasse deriva anche dal fatto che molti non le pagano. Il tutto in un contesto di intensificazione della… intelligence fiscale che non avrebbe avuto spazio in un contesto meno patologico di relazioni.

Ma soprattutto – e qui il riferimento a Vanoni è una provocazione – non è stato esercitato quel ruolo di pedagogia politica che la riforma del 1951 assegnava alle molteplici agenzie di orientamento culturale e sociale operanti nel paese. Partiti e sindacati, mondo associativo, categorie sociali, la scuola in generale: quanto, quando e come hanno detto o fatto qualcosa di rilevante su questo fronte? Quanti non hanno sbeffeggiato il ministro Padoa Schioppa quando ebbe dichiarare che «pagare le tasse è bello»? Quanti parroci, sia detto senza malizia, hanno dedicato all’argomento un’omelia alla vigilia della dichiarazione dei redditi? Quali direttive hanno ricevuto in proposito?

E qui viene spontaneo evocare l’insistenza di un profeta della carità, come Giovanni Nervo, il quale insisteva perché ogni comunità cristiana discutesse della formazione del bilancio del proprio comune. Sono tanti i fili da riannodare per ricomporre la trama della solidarietà che si è davvero sfilacciata.

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