Rebus Quirinale

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elezione presidente

Si può comprendere il disappunto della pubblica opinione per i riti che circondano l’elezione del capo dello Stato dentro una condizione critica del paese che semmai vorrebbe si provvedesse presto e bene alla scelta del successore di Mattarella.

Meno si giustificano gli opinionisti e i media che ci mettono del loro nell’indulgere a oscuri retroscena, talvolta di pura fantasia, che semmai gettano ulteriore discredito sulla politica e sulle istituzioni. Avendo una certa età ed esperienza, rammento che sempre, anche in passato, la partita del Quirinale è stata contrassegnata da un alto indice di complessità; che manovre, tatticismi e logiche di parte sono stati la regola. Dunque, suggerirei di non indulgere a facile moralismo al limite del qualunquismo.

Anche perché – questo sì – tratto caratteristico di questa elezione al colle è l’ingorgo. Cioè la singolare concomitanza di molteplici problemi che spiegano un di più di difficoltà: lo scampolo finale della legislatura (e di una legislatura decisamente travagliata, che ha visto avvicendarsi tre governi dal formato e dai colori più diversi, cui forse ne seguirà un quarto); un parlamento balcanizzato, abitato da gruppi mobili e divisi, che qualcuno assimila a una sorta di generale “gruppo misto” (ove quello formalmente tale ammonta a oltre cento rappresentanti); Camere prive di una maggioranza omogenea suscettibile di esprimere autonomamente il presidente della Repubblica, come quasi sempre in passato; un gran numero di parlamentari di ogni colore la cui prospettiva di rielezione è resa vieppiù problematica dal taglio da 1000 a 600 dei componenti della futura assemblea; la più autorevole e da tempo annunciata candidatura di Draghi che dischiude interrogativi circa l’eventuale avvicendamento alla guida del governo che dovrà portare alla scadenza naturale della legislatura, con la connessa preoccupazione di una sua chiusura anticipata.

Metodo e merito

Ce n’è abbastanza per farsi una ragione, per non menare scandalo per il travaglio di queste ore. Non però per rassegnarsi all’impasse che si è prodotto, rimettendo le cose in ordine. Cominciando da metodo e merito.

Il metodo si concreta nel confronto e nel dialogo tra tutte le forze politico-parlamentari. Esso è palesemente inscritto nella natura dell’istituzione Presidenza della Repubblica e nei quorum elevati contemplati dalla Costituzione ai fini della sua elezione: maggioranza dei due terzi nei primi tre scrutini, maggioranza assoluta (ma sempre dei componenti, degli aventi diritto) a seguire. Tale dialogo/confronto è imposto altresì dai numeri stessi dell’attuale parlamento.

Un parlamento somma di minoranze, ove le coalizioni di centrodestra e di centrosinistra si equivalgono e, a ben vedere, a dispetto dei loro proclami, sono divise al loro interno. Di più: sono formate da partiti a loro volta divisi e che spesso… neppure possono essere definiti partiti.

Ma poi e soprattutto sul merito della scelta, cioè sulle qualità richieste a un buon presidente. Al riguardo, ci si dovrebbe ispirare a due criteri. Primo: la figura del presidente in scadenza, Mattarella. Unanimemente apprezzato dai cittadini e dalle forze politiche e parlamentari. Al punto da essere oggetto di pressioni perché si renda disponibile a un bis. Il suo fermo e più volte ribadito diniego, motivato con robuste ragioni di stampo costituzionale, è semmai ulteriore conferma delle sue qualità.

L’ulteriore eccezione di un secondo mandato, dopo quella precedente di Napolitano, finirebbe per smentire il suo carattere di assoluta eccezione, imprimerebbe una torsione al nostro ordinamento nel senso di una sorta di “monarchia costituzionale”.

Per convincere Mattarella a mutare consiglio si fa leva sulla straordinarietà della congiuntura sanitaria, economica, istituzionale (l’elezione di qui a un anno di un parlamento sensibilmente ridotto nei numeri). Ma obietto:

a) sarebbe offensivo immaginare che Mattarella sia inconsapevole della congiuntura critica;

b) evidentemente egli è convinto che, anche o forse soprattutto dentro i passaggi critici, ci si debba semmai ancorare saldamente alla regola e alla prassi costituzionale;

c) infine, più semplicemente, che nessuno è indispensabile.

Il secondo criterio circa la scelta della persona del presidente è quello del suo profilo scolpito nella Costituzione dall’art. 83 all’art. 91. Un mese fa, su queste pagine abbiamo pubblicato un documento intitolato “il/la presidente che vorremmo” sottoscritto da ben quindici istituzioni/associazioni che significativamente coprono l’intero arco delle culture politiche proprie dei padri costituenti. Meriterebbe rileggerlo (cf. SettimanaNews, qui).

Mi limito a due sottolineature.

Primo: rappresentante dell’unità nazionale, presidente di tutti gli italiani, figura nella quale essi possano sentirsi interpretati al meglio anche agli occhi del mondo.

Secondo: equanime garante della Costituzione. Non solo delle sue regole e dunque, per esempio, della separazione, dell’equilibrio, della leale cooperazione tra i poteri dello Stato, ma, di più, dei principi etico-politici scolpiti nella sua prima parte. Dunque, persona i cui trascorsi attestino una comprovata, attiva fedeltà ad essi.

Il/la presidente di tutti

Si è molto detto e scritto circa l’esigenza che sia persona “non divisiva”. Giusto, se si intende persona dotata di equilibrio, incline alla mediazione e al dialogo.

Con due precisazioni.

Primo: ciò non significa che egli non abbia convinzioni, orientamenti politici e persino pregresse militanze politiche. Pressoché tutti i presidenti della nostra vicenda repubblicana le avevano avute. Sta a dire piuttosto che si deve fare affidamento sulla circostanza che, una volta eletto, egli si mostri e sia il presidente di tutti, supremo arbitro e garante dell’ordinato svolgimento della vita politico-istituzionale.

La surreale candidatura di Berlusconi che ha irresponsabilmente inibito a lungo l’effettivo avvio del negoziato e che, a tutti gli effetti, era la più inadatta al Quirinale, non era inconcepibile perché di parte (destra) – i suoi compiacenti o pavidi sostenitori fingevano di non intendere che non era questa l’obiezione –, ma perché Berlusconi è Berlusconi con i suoi noti, controversi trascorsi personali, politici, giudiziari, morali.

Seconda precisazione: non si vorrebbe che la ricerca di una figura non divisiva, più o meno consapevolmente, coincidesse alla logica del “minimo comun denominatore” ove l’accento cada sul minimo. Cioè su figure scialbe, grigie, mediocri, ovvero su soggetti che si sono segnalati per furbastro opportunismo, mettendosi a servizio del potente di turno. Cortigiani o trasformisti. Basterebbe scorrere mentalmente i precedenti. I presidenti del passato, alla bisogna, hanno saputo mostrarsi fermi e risoluti, autonomi e indipendenti anche da chi, partiti e leader politici, aveva contribuito alla loro elezione. King maker veri o millantati tali. Va detto: girano nomi che non rassicurano al riguardo.

Draghi

Su Draghi il discorso sarebbe lungo. Mi limito a questo. Non è priva di fondamento la preoccupazione circa le implicazioni sul governo e sull’auspicabile completamento della legislatura di una sua ascesa al Colle. Solo ho l’impressione che non tutte le riserve al riguardo siano innocenti. Comprese quelle dei partiti che paventano il “commissariamento della politica”.

Una preoccupazione che semmai si applicherebbe più al Draghi al vertice dell’esecutivo che non al Quirinale, cioè a un alto ruolo di garanzia. Qualcuno ha osservato che forse Draghi abbia commesso un errore tattico, in contrasto con i rituali politici, nella nota conferenza stampa di fine anno, nel fare intendere una sua disponibilità per il Quirinale. Può essere. Ma, ora che la candidatura è posta, è difficile che la sua bocciatura da parte di partiti della maggioranza di governo, non lo indebolisca o, di più, lo induca a interrogarsi se sia il caso di restare a palazzo Chigi sostenuto da una maggioranza che, già nell’ultimo scampolo del 2021 e ancor più nell’anno elettorale a venire, promette di frenare l’azione dell’esecutivo.

Effettivamente con il rischio che il paese si privi della risorsa Draghi in entrambe le postazioni, Quirinale e Chigi. Anche perché, da come si stanno mettendo le cose – lo sapremo nelle prossime ore -, se la larga maggioranza di governo si spaccasse sul presidente della Repubblica, certamente non si ricomporrebbe nel sostegno all’esecutivo. Precipitando il paese verso elezioni a quel punto inevitabili. C’è chi non esclude che, sull’onda di quella prova di sfiducia, in tale scenario, Draghi possa abbandonare la sua terzietà e mettersi alla testa di un largo fronte politico genuinamente europeista alternativo alla destra sovranista. Che sia nel timore di questa prospettiva che la Meloni, sola a destra, sembra tifare non tanto segretamente per Draghi al Colle? Fantapolitica?

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Un commento

  1. Christian 24 gennaio 2022

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