Carlo Carlevaris: la tuta e la stola

di: Lorenzo Prezzi

Don Carlo Carlevaris è morto il 2 luglio all’ospedale del Cottolengo a Torino (era nato il 16 aprile 1926). È stato uno dei primi e più noti preti operai, figura di riferimento nell’ambito della Chiesa torinese, alimentatore discreto di molti vissuti cristiani.

L’ho visto per l’ultima volta nel 2009, a margine di un convegno della Caritas. Viveva in una soffitta di via Belfiore, nel quartiere di San Salvario.

Era molto orgoglioso degli ambienti che aveva comperato coi suoi primi salari da operaio e in cui, oltre alla cucina e la stanza da letto, vi erano una paio di stanze per gli ospiti, una più ampia per le riunioni e una cappella. Altare, ambone, tabernacolo, candelieri: tutto era in ferro battuto, opera di un altro dei primi preti operai, Siro Politi.

Già segnato dalla malattia e dall’anzianità mi raccontava della struttura dei palazzi che, nei piani di mezzo, accoglievano un tempo i nobili e i ricchi e, nelle soffitte, ospitavano le servitù. Negli anni del boom economico erano stati occupati dagli operai immigrati del Sud.

All’ingresso mi mostrava la popolazione nuova del quartiere: immigrati di tutti i colori, poveri, bische clandestine, prostitute e molti anziani. Contento che, a pochi immobili di distanza, ci fosse una comunità di Piccole Sorelle, tanto invisibili quanto preziose.

Si interessò molto di quanto nel convegno si stava discutendo con un atteggiamento discreto e attento che lo distingueva. Poi mi accompagnò a vedere gli ambienti di un centro di studi sulla pastorale del lavoro a cui dava le energie che gli rimanevano.

Con Pellegrino

La sua storia di prete operaio si era avviata dopo le prime esperienze pastorali da giovane coadiutore. Era entrato nel gruppo di cappellani del lavoro che, dall’esterno, assistevano gli operai (allora erano 60.000 solo alla Fiat).

Scontento della “manipolazione” favorita dalle aziende e dopo contatti ripetuti con i preti operai francesi, si decise dal passo. Bisognava «essere come loro», condividere la vita degli operai.

Dal 1968 fino alla pensione (allora a 60 anni) è entrato in fabbrica (Lamet) sottoponendosi al lavoro di tutti, ai turni, ai ritmi di vita (la consumazione dei pasti nei contenitori di alluminio che si portavano da casa), alle lotte sindacali.

Si iscrisse alla Cisl, perché riteneva la Cgil troppo diretta dal Partito comunista e meno attenta ai problemi reali della fabbrica. Si difese con energia dalle proposte sia ecclesiali che sindacali che lo potevano allontanare dalla fabbrica. Poco alla volta, si formò attorno a lui un piccolo gruppo di preti che rimase il fulcro portante del gruppo piemontese.

Apprezzato, sostenuto e spesso consultato dal card. Michele Pellegrino, vescovo di Torino, ebbe con la Chiesa un rapporto dialettico, ma sempre “interno”. Era prete e si sentiva tale.

Il punto più alto della sua collaborazione diocesana fu con la stesura di una delle lettere pastorali più celebri di Pellegino, Camminare insieme (8 dicembre 1971). Nacque da un acceso dibattito in consiglio pastorale diocesano. Gli venne chiesto di stendere una prima bozza. Discussa dal clero e dal laicato (un migliaio di contributi), venne rielaborata dal cardinale e pubblicata.

Ruotava attorno ai temi della povertà, della libertà e della fraternità e divenne l’emblema di un mutamento di orientamento diocesano: dall’alleanza coi potenti all’apertura al popolo credente.

In quel contesto presero il via iniziative molto significative: dal Gruppo Abele all’Arsenale della pace, dalla Gioc (Gioventù operaia cattolica) a Comunione e liberazione, alle comunità di base.

Nel 2017 su La voce del popolo scriveva: «Non ho consigli da dare. Cerco ancora di imparare a vivere questa stagione, l’ultima della vita, in fedeltà alla scelta iniziale: stare tra la gente, lottare con chi lotta, difendere e servire i poveri. A dirla tutta sono contento di vivere questi ultimi anni nella soffitta di San Salvario con i neri, i musulmani e le prostitute all’angolo che mi salutano con un sorriso. La mia vita è stata bella».

In classe operaia

Di rilievo è sempre stato il suo contributo all’insieme dei preti operai italiani. Tre i gruppi più significativi: quello piemontese, direttamente legato all’esperienza francese e caratterizzato da un’istanza di riforma ecclesiale; quello della Lombardia e del Triveneto, più esposto sul versante della critica politica e dell’adesione all’ideologia marxista; quello toscano, maggiormente caratterizzato da esperienze locali e a figure come Politi e Bruno Borghi. Negli anni ’70 l’esperienza si diffuse fino a raggiungere i 300 preti.

Convogliava in sé istanze molto diverse: riforma della Chiesa e del ministero, interesse alla politica e al marxismo, vissuti personali marginali e istanze pauperiste.

Uno dei limiti maggiori dell’intero movimento è stato la permanente diffidenza verso l’istituzione ecclesiale. Nel 1976 un tentativo di portare una rappresentanza dentro la CEI venne rifiutata dall’assemblea del convegno nazionale. Senza nulla togliere alla sincerità e alla coerenza degli interessati. Un contesto effervescente che propiziò l’avvio delle varie esperienze dei preti di strada, dei fidei donum (preti diocesani in missione), dei gruppi giovanili di volontariato internazionale, delle comunità ecumeniche. In pochi anni, mano a mano che le condizioni personali lo esigevano, molti trovarono le propria strada, dentro o fuori del ministero.

Nel 1988 Il Regno poteva titolare un articolo «Preti operai al capolinea?». La crisi del sacerdozio e la crisi del cristianesimo si sovrapponevano alla crisi del lavoro operaio, della fine della società industriale di massa.

Oggi i preti operai, che continuano a ritrovarsi almeno una volta all’anno nel loro convegno, sono poche decine. Lo stesso Carlevaris ha ammesso: «Siamo rimasti in pochi. E il mondo del lavoro è completamente cambiato. Dico sempre che, non avendo figli, i sacerdoti non possono trasmettere il mestiere per via ereditaria. Sono altri tempi. Oggi io stesso mi dedicherei ad altro. Per stare con i poveri oggi vivrei con gli immigrati».

I frutti

La storia di una straordinaria generosità presbiterale non è priva di fecondità. La morte di don Carlo permette di evidenziarne alcune.

Anzitutto la dimensione dell’incarnazione come compito della Chiesa e delle comunità, rispetto ad ogni fuga dalla storia e dai problemi comuni. Il Vangelo ha un’istanza critica e di liberazione che non può essere soffocata dalle nuove spinte populiste e dagli egoismi ottusi.

In secondo luogo la piena valorizzazione del lavoro manuale. È difficile oggi percepire l’irritazione di una parte consistente delle comunità cristiane davanti a un clero che si sporcava le mani, che indossava la tuta, che puzzava di fabbrica, che difendeva i diritti. Si ridefiniva l’intero spettro del ministero ordinato: dalla formazione seminastica al percorso e al metodo di studio, dal suo inserimento nella comunità alla partecipazione al presbiterio, alla fine della sacralità di un ruolo. Ne emergeva la priorità dell’annuncio sulla sacramentalizzazione, della condivisione di vita sull’appartenenza, della gratuità del Vangelo rispetto ai poteri mondani.

Tornando all’incontro personale con lui, potevo respirare una libertà personale pagata e responsabile che gli permetteva la distanza rispetto alla decisione di erigere la nuova concattedrale Santo Volto, la critica pubblica a un progetto di legge sul testamento biologico troppo restrittiva (2009), una naturale repulsione alle nuove forme manipolanti del neoliberismo, assieme a una rocciosa fedeltà alla fede nel Vangelo. Un “solitario” come si definiva, ma chiamato ad una larga alimentazione spirituale.

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Un commento

  1. Andrea 4 luglio 2018

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi