Belgio: eutanasia in ospedali cattolici?

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All’interno delle istituzioni ospedaliere cattoliche non è consentita la pratica dell’eutanasia, anche quando la legge civile lo permetta. La provincia belga dei Fratelli della Carità (Frères de la Charité), o meglio l’Associazione che, a nome della famiglia religiosa, gestisce i 15 ospedali psichiatrici di sua proprietà, ritiene di non poter più aderire a questo imperativo e consente l’intervento eutanasico non solo per i pazienti in fase terminale, ma anche per i malati psichici non terminali (aprile 2017).

Il superiore generale, fratel René Stockman, si è opposto rispondendo con un suo commento (12 giugno) e chiedendo ragione ai tre religiosi e ai membri del consiglio di amministrazione (11 componenti) circa il documento che motiva la scelta (Testo di orientamento del gruppo dei Fratelli della Carità sull’eutanasia in casi in casi di sofferenza psichica in fase non terminale). Poi ha sottoposto la questione ai vescovi belgi che hanno preso le distanze in una dichiarazione del 22 maggio, ribadendo le considerazioni fatte in un testo del febbraio 2015 (La dignità della persona umana anche se demente). Infine, si è rivolto alla Santa Sede. Sia la Congregazione per la dottrina della fede sia quella dei religiosi hanno dato una valutazione negativa. All’inizio di agosto il papa ha chiesto una revisione della decisione.

Il 12 settembre l’associazione ha risposto negativamente e «continua a difendere il suo documento di orientamento», dichiarandosi disponibile a proseguire il confronto e difendendo la decisione di coscienza a cui si avviano i tre religiosi del consiglio di amministrazione.

Religiosi e derive culturali

La congregazione è composta da fratelli con voti religiosi, fondata a Gand (Belgio) da Pierre-Joseph Triest nel 1807. Conta 572 religiosi consacrati all’educazione e alla cura dei malati, in particolare psichici. Nel paese, attraverso un’Associazione specifica, gestisce 15 ospedali psichiatrici con 5.500 pazienti, e cioè un terzo dei posti previsti per le cure psichiatriche nelle Fiandre.

Dal 2002 il Belgio ha una legge che permette e disciplina l’eutanasia. Dal 2014 la legge ha allargato la possibilità della richiesta anche per i minori. Indicativa della crescente difficoltà per le istituzioni a ispirazione religiosa nelle cure ai malati terminali è una multa (€ 5.700) comminata ad una casa per anziani di Diest per avere rifiutato l’eutanasia a una paziente affetta da cancro ai polmoni.

Nel testo di orientamento dell’Associazione il consenso all’eutanasia è legato alla lucidità della domanda del paziente, al suo carattere libero e volontario, a un processo di riflessione in cui la domanda è ripetuta, motivata e reiterata. La situazione medica deve essere senza uscita, senza la possibilità di una soluzione ragionevole. Alla concertazione con il paziente si aggiunge quella fra i medici, con un’équipe interdisciplinare, coi familiari e con un gruppo di supporto. Si prevede la libertà del medico e del personale di procedere o meno e si prevede un controllo sia prima che dopo la decisione e la pratica dell’eutanasia.

Nella conferenza stampa del 12 settembre l’Associazione non accetta che vi sia incoerenza con il magistero cattolico: «Per noi, non c’è alcun dubbio. Il testo è stato redatto in maniera conforme al pensiero cristiano a cui ci riferiamo nella nostra organizzazione. Teniamo conto anche dei cambiamenti e delle evoluzioni della nostra società».

Ricominceremo altrove

Il superiore generale sottolinea quattro punti non accettabili:

  1. la riduzione del valore della vita da «assoluto» a «fondamentale»;
  2. la contraddizione di prevedere una malattia psichiatrica senza ulteriori cure, che mostra «una cattiva psichiatria»;
  3. il fatto di andare oltre la lettera della legge che non prevede l’eutanasia per i dementi e non la riconosce come atto medico;
  4. la contraddittorietà di prevedere l’eutanasia in una istituzione di ispirazione cattolica.

Da parte dei responsabili cattolici si afferma sia la protezione assoluta della vita, sia l’autonomia del paziente (finora le richieste erano esaudite dislocando i pazienti in altri istituti non cattolici), sia la preziosità delle cure.

Ciò che è in discussione è il loro equilibrio reciproco. I vescovi scrivono: «Riaffermiamo qui la nostra profonda stima per la professionalità e la cura attenta di tante persone che assicurano la presa in carico di pazienti con malattie psichiche gravi e di lunga durata… ma non possiamo essere d’accordo che (l’eutanasia) sia praticata su pazienti psichiatrici non in fase terminale. Condividiamo simile posizione con cittadini ben la di là delle tradizionali frontiere ideologiche. Il nostro parere non significa per nulla abbandonare le persone al dolore. Siamo coscienti che la sofferenza psichica può essere immensa e che una persona può trovarsi in totale disperazione e senza alcuna prospettiva. Ma è precisamente in questa situazione che bisogna rimanerle vicini e non abbandonarla. Con la proposta di cure palliative appropriate alle persone con gravi disturbi psichici, resistenti alle terapie».

Il rifiuto dell’Associazione cosa può significare? «Saremmo obbligati – ha risposto fr. Stockman – a dividere l’Associazione dalla congregazione. Una decisione grave perché i nostri 15 ospedali perderanno così la loro identità cattolica. Molto doloroso anche per noi, perché sono stati i Fratelli della Carità a sviluppare in Belgio le cure psichiatriche, facendo uscire, fin dal 1815 i malati psichici dalle prigioni e dalle catene. Ma, come religiosi, dobbiamo essere capaci, se necessario, di liberarci da ciò che muore per avviare altrove nuove iniziative e rimanere pionieri. Siamo presenti in 31 paesi con centri psichiatrici. Ne apriremo uno a Bangui (Centrafrica) dove non esiste nulla per accogliere i malati devastati da traumatismi enormi» (La Croix, 24 agosto).

Fratelli della Carità

FRATELLI DELLA CARITÀ
Notificazione etica riguardante l’eutanasia e la sofferenza psicologica
in fase non terminale
(12.09.2017)

L’organizzazione Fratelli della Carità continua a difendere il suo testo di orientamento sull’eutanasia nei casi di sofferenze psichiche in fase non terminale.

Nelle ultime settimane abbiamo esplorato le vie per riuscire a far sedere le due parti attorno ad un tavolo, senza tuttavia riuscirci. Nel frattempo, continuiamo a chiedere di poter entrare in dialogo, per permetterci di spiegare il nostro testo di orientamento e le nostre argomentazioni.

Uno dei dibattiti accesi in questi ultimi mesi dalla pubblicazione della nostra “notificazione etica” riguarda il problema di sapere se la nostra visione attuale è ancora in linea con gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Dal nostro punto di vista non ci sono affatto dubbi. Questa notificazione etica è stata redatta in maniera conforme al pensiero cristiano che noi applichiamo nella nostra organizzazione. Ci atteniamo a questo tenendo conto dei cambiamenti e delle evoluzioni della nostra società. Quindi, abbiamo tenuto presenti questi elementi: il riconoscimento del carattere eccezionale e proporzionato del punto di vista etico, la scelta di coscienza, la deontologia e l’aspetto ideologico.

Vorremmo sottolineare che la nuova notificazione etica continua a difendere l’idea secondo la quale la vita merita di essere difesa e che noi non aderiamo puramente e semplicemente all’argomento della decisione autonoma. Questo notificazione etica è nata dalla nostra preoccupazione di somministrare le migliori cure possibili al paziente.

Nei nostri centri, diamo prova di grande prudenza nel rispondere alle domande dei pazienti a proposito dell’eutanasia e della sofferenza psicologica in fase non terminale. Teniamo conto con la massima serietà del dolore insostenibile e senza rimedi come pure delle richieste di eutanasia dei nostri pazienti. D’altra parte, noi cerchiamo di proteggere la vita assicurandoci che l’eutanasia non sia praticata che nei casi in cui non vi sia altra soluzione, con l’obiettivo di offrire al paziente un trattamento ragionevole.

Abbiamo intrapreso per questo un processo di riflessione su due ambiti. In primo luogo, affrontiamo la domanda di eutanasia sottomettendo la stessa alle disposizioni di legge in materia. Esploriamo poi con il paziente, durante questo tempo, soluzioni di trattamento, di riattivazione, di cure di prolungamento di vita e di spiritualità. Il nostro personale curante può decidere se percorrere queste due direzioni oppure di non seguire che la seconda, quella della vita, e fare appello a un medico (LEIF, forum di informazioni sul fine vita) esterno all’ospedale per esaminare la domanda di eutanasia.

Noi stabiliamo il legame tra queste due traiettorie applicando una serie di misure prudenziali. Queste misure specificano e concretizzano le condizioni della legge relativa all’eutanasia (per esempio: Il paziente è in possesso di tutte le sue facoltà mentali quando richiede l’eutanasia? Il paziente è incurabile dal punto di vista medico? Non ci sono altre soluzioni ragionevoli? Una commissione di valutazione composta da collaboratori interni ed esterni ai nostri ospedali valuterà in futuro se la decisione del medico ha soddisfatto queste misure prudenziali.

Il personale dei nostri centri rispetta la libertà dei medici di praticare o no l’eutanasia, come pure la libertà del resto del personale curante di partecipare o no a questa procedura. Anche la libertà è garantita dalla legge. Nel caso in cui venga presa in considerazione la pratica dell’eutanasia nei nostri centri, si deve ugualmente tener conto di un fattore specifico importante: il “contesto di vita”. All’occorrenza, ogni mezzo deve essere impiegato al fine di evitare il più possibile che l’eutanasia abbia un effetto traumatizzante sugli altri pazienti.

In quanto organizzazione, noi non desideriamo reagire attraverso i media alle decisioni prese dai tre fratelli. La domanda che è stata loro posta dal Vaticano è una questione assolutamente personale e individuale, la quale, secondo noi, non va dibattuta sui media. Desideriamo quindi chiedere a ciascuno di rispettare questa decisione.

Eutanasia?

FRATELLI DELLA CARITÀ
L’eutanasia vista da una prospettiva cristiana: sintesi

Uno dei dibattiti, suscitati in questi ultimi mesi dalla nostra notificazione etica, riguarda la questione di sapere se la nostra attuale visione sia ancora in sintonia con gli insegnamenti della Chiesa cattolica. Secondo noi, non vi sono dubbi al riguardo. Questa notificazione etica è stata redatta in maniera conforme al pensiero cristiano che noi adottiamo nella nostra organizzazione. In questa prospettiva noi teniamo sempre conto dei cambiamenti e delle evoluzioni della nostra società. La nostra decisione si è fondata sugli elementi qui riportati.

Riconoscimento del carattere eccezionale dell’eutanasia

Dio chiama all’amore e alla misericordia, compresa la misericordia per i pazienti in stato di sofferenza psicologica. Noi continuiamo, ben inteso, a difendere la protezione della vita prima di ogni altra soluzione. Essa resta per noi una priorità assoluta. Situazioni eccezionali nelle quali il paziente soffre di un dolore insopportabile e irrimediabile possono comunque accadere e noi possiamo in questi casi, in sintonia con la visione cristiana, comprendere la loro volontà di eutanasia. Si tratta in realtà di una esigua minoranza di casi, di eccezioni.

Visione proporzionale dell’etica

Nella nostra notificazione etica, abbiamo adottato la scelta di una visione proporzionale dell’etica. Ciò significa che consideriamo tre valori fondamentali, strettamente legati e li mettiamo in relazione tra loro: il bisogno di protezione della vita, l’autonomia e la relazione di cura. Questi valori sono tutti e tre cristiani. La necessità di difendere la vita si basa sul concetto della Creazione divina e sul quinto comandamento «non uccidere». Noi non lo consideriamo un aspetto inderogabile, ma piuttosto un valore fondamentale nel senso di «condizione rispetto ad altri valori connessi». Anche se non assoluta, la necessità di difendere la vita resta ai nostri occhi un valore prioritario.

L’idea di autonomia si basa sul concetto della Creazione e più precisamente sul diritto di disporre della libertà e della responsabilità concesse da Dio ad ogni uomo in rapporto alla Creazione. Essa si fonda ugualmente sulla libertà di prendere delle decisioni secondo la propria coscienza. L’autonomia, in quanto valore cristiano, non è, secondo noi, né assoluta né individualistica, ma piuttosto relativa e relazionale. Va dunque applicata in un quadro di armonia e di responsabilità in rapporto agli altri.

Anche la relazione di cura è inscritta nella tradizione cristiana: Dio incarna la Trinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; l’Uomo è stato creato a immagine di Dio e dunque in relazione con il creatore divino e i suoi simili; la storia della Santità è ugualmente quella della relazione tra Dio e l’Uomo. La relazione di cura è, secondo noi, meno categorica perché essa può condurre all’accanimento terapeutico, ma rimane essenziale nel quadro del trattamento praticato.

È il valore che li unisce che si situa nell’internotificazione tra la necessità di difendere la vita e l’autonomia.

In pratica, questi tre valori sono legati l’uno all’altro quando si devono prendere delle decisioni etiche. Se si parte dagli insegnamenti delle “fonti della morale” dell’etica cristiana, si deve tenere conto anche delle intenzioni o dei motivi del trattamento prolungato e delle sue conseguenze, del contesto e della situazione. Non si deve considerare solo la necessità di difendere la vita, ma anche l’autonomia e la relazione di cura e non considerare solo il trattamento ma anche la situazione, le ragioni e le conseguenze che sono quindi comportamenti totalmente in accordo con la tradizione cristiana.

Deontologia e ideologismo

Gli insegnamenti della Chiesa cattolica ci rimandano, nel quadro dell’eutanasia, ad un’altra visione cristiana, quella della deontologia che, nella valutazione di un trattamento, si ferma solo alle cure senza tener conto della situazione, dei motivi e delle conseguenze. I molteplici trattamenti sono quindi considerati “intrinsecamente cattivi”, sistematicamente e sotto tutti gli aspetti rigettati, perché contrari alla visione assoluta della necessità di difendere la vita. L’etica viene ad essere un’ideologia, una concezione assoluta che permette di sfuggire al confronto. Essa finisce per proteggere comodamente contro ogni argomentazione, buon senso o dibattito. In quest’ultimo aspetto vediamo una contraddizione fondamentale con uno dei valori essenziali della tradizione cristiana e biblica, cioè il primo comandamento “Non avrai altro dio fuori di me” che ci insegna che c’è un solo assoluto, Dio stesso. Chiunque arriva ad assolutizzare una realtà si oppone alla parola di Dio e non agisce nel rispetto di Dio e della Bibbia.

Inoltre, un’etica, che tiene conto solo della necessità di proteggere la vita e delle cure, è un’etica che chiameremo restrittiva.

Questo tipo di etica è in forte contraddizione con il Vangelo in cui Gesù pone il sabato e le altre regole giudaiche a servizio degli uomini e non gli uomini a servizio delle regole. Mettere le regole al di sopra degli uomini è un oltraggio all’amore e al Dio sorgente dell’amore.

Scelta di coscienza

Un paziente, che chiede l’eutanasia, deve fare questa scelta in conformità con la sua coscienza. Non possiamo giudicare troppo rapidamente circa la coscienza degli uomini. È importante, a nostro avviso, che questa visione non si opponga alla relazione di cura e all’accompagnamento del paziente. Sulla base dei due assi e delle misure prudenziali menzionate sopra, ci pronunciamo esplicitamente a favore della vicinanza al paziente, al sostegno della speranza e all’accompagnamento del paziente nella sua richiesta, anche se questa richiesta porta, in casi molto eccezionali, alla pratica dell’eutanasia. Lo facciamo senza obbligare assolutamente il personale sanitario a collaborare alla pratica dell’eutanasia.

Anche il luogo dove avviene il procedimento dipende dalla nostra visione. Ancora una volta, noi accompagniamo il paziente là dove, in accordo con il suo medico curante, deciderà di voler praticare l’eutanasia. Un numero limitato di pazienti potrà scegliere forse l’ospedale psichiatrico anziché la propria casa. Stabilire in anticipo che, una volta terminata la traiettoria di accompagnamento, il paziente debba piegarsi alle scelte ideologiche dell’operatore rende impossibile la relazione con il personale medico. Il rifiuto di praticare l’eutanasia nelle strutture mediche dell’obbedienza cristiana spinge la maggioranza dei richiedenti verso organismi che danno più importanza all’autonomia, che alla necessità di proteggere la vita e che possono essere anche meno attente alle misure prudenziali. Facendo così si nuocerebbe all’idea secondo la quale la vita merita di essere difesa.

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