Il diritto dei bambini a essere bambini

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Viviamo in una società senza educazione, dove è sempre più frequente trovare genitori che non “vogliono” crescere e figli che di conseguenza non “possono” crescere. La riflessione e, in un decalogo, le raccomandazioni ai genitori del teologo don Armando Matteo. Il testo che di seguito riprendiamo è stato pubblicato su Famiglia Cristiana, il 20 novembre 2020.

bambini

Il 20 novembre si celebra la giornata mondiale dei diritti dei bambini. E si tratta di una celebrazione davvero importante, resa ancora più urgente dall’avvento della pandemia da Covid-19.

Sono davvero tante le difficoltà che hanno interessato e stanno interessando numerosissimi bambini, nel mondo intero, a causa dell’attuale crisi sanitaria. Quest’ultima ha prodotto una crisi economica senza precedenti, con l’aumento esponenziale delle famiglie povere; ha portato alla chiusura prolungata delle scuole e all’attivazione della didattica a distanza, che non è alla portata di tutti, con il profilarsi di una vera e propria “catastrofe educativa” (parole di papa Francesco) per gli anni avvenire; ha reso infine meno agevoli le pratiche di sostegno verso le famiglie in difficoltà da parte della rete di solidarietà statale e delle associazioni di volontariato, facendo lievitare i casi di maltrattamento e di incuria educativa.

Il diritto negato

Accanto a tutto questo, desidero richiamare l’attenzione su un altro tema delicato a proposito dei nostri piccoli, che riguarda più in generale la società occidentale. Desidero richiamare l’emergenza di un altro diritto che interessa oggi i bambini: il diritto di essere bambini. Di cosa si tratta?

Mi sembra di poter affermare, parlando ovviamente in termini assai generali, che la nostra stia diventando una società sempre meno attenta ai bisogni educativi dell’infanzia. Una sorta di società senza educazione, in breve; una società, nella quale è sempre più frequente trovare genitori che non “vogliono” crescere e figli che di conseguenza non “possono” crescere, adulti sempre più persi nei loro riti e miti giovanilistici e adolescenti sempre più in difficoltà con la vita. E tutto questo accade come se i genitori, e più in generale gli adulti, non credessero più alla potenza e all’indispensabilità del gesto educativo.

In un mio recente testo (Il nuovo bambino immaginario), ho provato ad interrogare questa situazione più da vicino e sono giunto alla conclusione che il punto davvero problematico, per i piccoli della nostra società occidentale, è proprio il modo in cui essi vengono “visti” e considerati da chi li ha messi al mondo.

Il piccolo adulto

Da tempo, infatti, i genitori “immaginano” che il pargoletto che hanno dato alla luce goda di miracolose profondità ontologiche, gnoseologiche e spirituali tali da renderlo, sin da subito, sin dall’uscita dal grembo materno, uno già grande, uno già pronto alla vita, uno che, seppure in formato small, è all’altezza dell’umano. Pensano ed agiscono come se il loro piccolo fosse in realtà “un semplice adulto di bassa taglia”, chiamato a vivere l’infanzia come periodo destinato unicamente al suo accrescimento verticale. Non serve educarlo, basta contemplarlo.

E lo trattano proprio da adulto, chiedendogli cosa vuole mangiare (ma cosa ne sa un piccolo di due, tre anni di proteine, carboidrati e vitamine?), cosa vuole vedere in tv o sul cellulare (ma come può capire uno di due anni la differenza tra Masha e Orso e un gioco di guerra?), dove vuole andare per la spesa della famiglia; ed ancora proponendogli sontuosi sillogismi aristotelici ogni volta che debbono semplicemente chiedergli di fare qualcosa (tipo mettersi un giubbino o prendere una medicina) oppure sottoponendolo a esami di introspezione degni di una seduta da uno di quelli bravi (ma perché hai fatto così? Perché ti sei comportato in quel modo? Sei sicuro di non voler andare a scuola? Quanto dolore ti fa questa cosa qui?), e tante altre cose di cui si parla nel libro. Insomma, viene negato ai bambini il diritto di essere bambini, e non “adulti di bassa statura”!

È chiaro che così è facile fare i genitori; altro che quel mestiere impossibile di cui parlava già Freud! È chiaro che così i piccoli letteralmente “impazziscono”: non possono fare i bambini, perché sono sollecitati a fare gli adulti, ma non possono fare gli adulti, semplicemente perché sono bambini.

Ricordati che il grande sei tu!

È tempo di affrontare di petto questa situazione. E l’unico modo per farlo e di ricordarci che il primo diritto dei bambini è quello di essere bambini, di essere solo bambini.

In punta di piedi, infine, mi permetto di accompagnare l’enunciazione di questo “nuovo” diritto dei nostri bambini con il suggerimento di alcune piccole “raccomandazioni” rivolte ai genitori.

1  Ricordati che il grande sei tu! Sempre. In ogni caso. Sotto ogni condizione metereologica.

2  Ricordati che i bambini sono solo bambini!

3  Ricordati che tu poi “farti” bambino, mentre i tuoi figli non possono “farsi” adulti.

4  Ricordati di giocare, almeno una volta al giorno, “da bambino” con il tuo bambino (basta abbassarsi un pochino).

5  Ricordati che dare il cellulare a tuo figlio, perché stia tranquillo, significa spesso dirgli che in quel momento non vuoi “pensarlo”. Ma se non li pensiamo quando siamo in loro compagnia, come potranno sviluppare il pensiero che noi li pensiamo quando siamo distanti da loro?

6  Ricordati di parlare di cose “da bambini” con i bambini e di parlare di cose “da adulti” con gli adulti. A guardare certe trasmissioni tv, sembra che ci siamo abituati al contrario!

7  Ricordati che i nonni sono una grazia, ma non sono i genitori. I nonni attivano nei figli il piano del piacere. Sono i genitori che attivano nei figli il piano della realtà.

8  Ricordati che “la maniera in cui vivi ciò che fai” è per tuo figlio molto più importante di ciò che fai.

9  Ricordati che “la maniera in cui vivi ciò che dici” è per tuo figlio molto più importante di ciò che dici.

10 Ricordati infine che “i tuoi figli non sono figli tuoi” (Gibran). Li aspetta il mondo, perché essi sono del mondo e il mondo sarà il loro.

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