L’educazione del cuore

di:

educatori professionali

Sono convinto che l’educatore è anzitutto un costruttore di fraternità e un promotore della coesione sociale, non romantico o ingenuamente idealista, ma teso a vivere e a suscitare queste due dimensioni proprio a partire dalle difficoltà, criticità, immaturità e sofferenze delle persone che incontra nello svolgimento del suo impegno lavorativo.

La sua non è una professionalità diminuita rispetto a quelle specialistiche, ma possiede una sua irrinunciabile specificità, sempre che nel sistema dei servizi e nello svolgimento del suo compito gli si assegni lo spazio che merita e si favorisca un collegamento strutturale con l’agire complessivo delle altre figure presenti.

In ogni autentico processo educativo e/o riabilitativo, l’educatore sociale assolve ad un compito insostituibile per le dimensioni e attenzioni che lo caratterizzano, quali:

  • responsabile della relazionalità complessiva dell’utente con sé stesso, con gli altri e con il contesto
  • professionista della relazione di aiuto che possiede un’identità strutturata a livello di contenuti, di valori e di obbiettivi di mandato, ma nello stesso tempo in grado di autogenerarsi dal punto di vista della forma e delle modalità applicative
  • competente e abile nel costruire e riassestare modelli comunicativi e interazionali diversi in base alla persona con la quale si deve relazionare, ma allo stesso tempo nel mantenere saldi e ben definiti confini, mandato, modalità e valori.
  • Sostegno affidabile e riferimento costante per la gestione della quotidianità e per l’integrazione di eventuali percorsi specialistici, in quanto adulto significativo.
  • Figura di intermediario tra la persona, il sé operativo e il contesto sociale, per un’accoglienza e un’integrazione funzionali al benessere di tutti, a partire dall’assunto che considera il benessere di tutti necessariamente connesso al benessere del singolo, e viceversa, orientamento che richiede un’attenzione particolare alla vulnerabilità come elemento comune a tutti favorente la comunicazione autentica e la condivisione esperienziale.
  • costituisce un ponte che fa da tramite tra le esigenze diverse del soggetto e che, nello stesso tempo, accompagna il percorso di crescita e/o riabilitativo della persona in carico. È una bussola che sostiene l’utente nel comprendere e n el sapersi orientare nei diversi contesti di vita.
L’individualismo occidentale

Per esercitare la sua funzione all’interno del contesto professionale nel quale opera, l’educatore sociale deve poter avvalersi dell’équipe come fattore sia protettivo che ausiliare della sua professionalità. Il lavoro condiviso e cooperativo in termini di operatività, etica e competenze è necessario per evitare rischi (burn-out, approcci relazionali non corretti) e alimentare le competenze relazioni ed evolutive.

Tutto ciò cozza contro alcune tendenze che attraversano oggi  la mentalità diffusa, caratterizzata da un’impennata dell’individualismo che pone sé stessi al di fuori e al di sopra di tutto con pretese da cliente perennemente insoddisfatto, giudicante verso le istituzioni, i ruoli e l’altro in genere. La frustrazione, la rabbia, l’aggressività, l’autoreferenzialità assoluta o al contrario la svalutazione di sé, il deprezzamento dell’altro, l’assenza di gratitudine imperversano e si manifestano nella comunicazione individuale e collettiva. Gli hate speech, la denigrazione dell’avversario ne sono la manifestazione palpabile, una politica interna e perfino estera costruita sui sondaggi e non sull’oggettività dei problemi è generata da questo annidamento sull’io.

A questo proposito E. Levinas sottolinea denunciando che l’occidente è dominato dalla cultura dell’io, più che dalla cultura della persona che concepisce l’essere umano come un essere in relazione, motivato dall’attenzione privilegiata verso l’altro.

Se il rilievo dato all’individuo è il punto di forza dell’occidente, è proprio la sua valorizzazione solipsista che genera criticità come la rottura dei rapporti di vicinato, l’indebolimento delle reti sociali e delle prassi solidali, l’isolamento e la marginalizzazione delle persone o dei nuclei familiari più poveri di risorse e, allo stato attuale, il dimezzamento del volontariato e sospetto di chi vi partecipa.

Mentre viene chiesto ai singoli l’acquisizione di competenze sempre maggiori, il sostegno offerto dal contesto in cui vivono tende a diminuire. Di conseguenza cresce il senso di isolamento, di solitudine e di disorientamento.

Eppure le scienze umane, in primo luogo quelle psicologiche, ci hanno aiutato a capire, con sempre maggiore chiarezza, come i processi di costruzione dell’identità si sviluppano nell’ambito di forme di socializzazione, che partono dalle relazioni sociali più immediate, come quelle genitoriali, per estendersi fino alle relazioni sociali più complesse. La formazione e il consolidamento della propria identità passano attraverso il confronto con l’identità altrui.

Per questo papa Francesco nella Laudato si’ propone una ecologia integrale che, superando il paradigma tecnocratico, connetta le parti con il tutto – esigenza già espressa in Evangelii gaudium – e promuova un agire sociale orientato al bene comune. La parte e il tutto sono inestricabilmente distinti, ma connessi. La parte non può fare a meno del tutto e il tutto non può far a meno della parte se vuole essere armonico, completo, sensato, vivibile. È una costatazione che tocca ormai tutti gli ambiti della vita dell’uomo che per espletare pienamente le loro funzioni devono essere collegati tra loro: ambiente, cultura, economia, comunità e persona.

In Fratelli tutti affida la costruzione della famiglia umana allo sviluppo dell’amicizia sociale, concetto originato da un’etica, oggi ampiamente condivisa, che ha il suo fondamento in una concezione relazionale della persona e nella sua identità dialogale.  Arricchisce così la DSC di una dimensione spirituale che richiede l’allargamento del cuore, grazie alla maturazione di una affettività adulta, impregnata dai sentimenti di Cristo.

Del resto lo sviluppo diseguale, l’inquinamento ambientale, i conflitti tra i popoli, il dominio delle multinazionali, la scienza al servizio del profitto e altri fattori strutturali, hanno decretato il superamento dell’illusione illuministica, che ha così fortemente affascinato l’uomo moderno, pretendendo di fondare una morale laica basata unicamente sulla razionalità, sull’autonomia dell’uomo e il culto della sua libertà, a prescindere da qualsiasi riferimento al trascendente e al vincolo del bene comune.

Il profilo etico della professione educativa

Nonostante la difficoltà a riconoscere verità valide per tutti, l’onestà intellettuale, la passione per la ricerca, lo spaesamento determinato da questa situazione ha spinto molti pensatori a cercare di rifondare l’etica pur non riferendola direttamente al Trascendente.

Edgar Morin sostiene questo approccio affermando che occorre cambiare la nostra concezione dell’uomo: “Le sole proposizioni di homo sapiens e di homo faber – che dimenticano l’uomo mitologico, fantasmatico, religioso – o ancora quella di homo oeconomicus – che dimentica tutto ciò che non è fondato sull’interesse, ma sulla passione e sull’amore, sono pericolosamente riduttive”.

A partire da queste convinzioni ci sono autori che hanno tentato di fondare un etica che si sostanzia in valori che motivano e guidano l’agire personale e collettivo.

Per E. Levinas, l’etica è l’etica del rapporto con l’altro che, nella sua terminologia, è il volto. Ora il volto non è riducibile alla percezione che io ne ricevo, oltrepassa l’immagine che mi lascia, va al di là di ogni sapere. Il volto dell’altro, piuttosto, si offre nella sua nudità a esprimendo nello stesso tempo l’alterità e il fondamentale principio etico: “non uccidere”. La manifestazione del volto è già discorso, cioè la relazione che si instaura tra un volto e un altro volto, in quanto l’altro mi chiama a rispondere e ad essere responsabile. È nella responsabilità per il prossimo che si trovano le uniche condizioni di possibilità per la relazione con quell’“alterità assoluta” che è il volto.

Il sociologo Bauman affronta l’impresa di dare un fondamento all‘etica tenendo conto delle condizioni sociali e culturali determinate dalla postmodernità e dalla globalizzazione che ha liquefatto gli elementi strutturali, collegati tra loro, che costituivano la modernità, cioè territorio, stato e nazione, determinando l’impossibilità di elaborare orientamenti etici condivisi.

Egli sostiene che la vera portata dei principi morali dovrebbe essere quella di consentire e sostenere “lo stare insieme” tra gli uomini. Nella condizione postmoderna o della modernità liquida è possibile recuperare l’autentico significato di questo “stare insieme”  scegliendolo e sperimentandolo personalmente e assumendoci la responsabilità che ne deriva. “La responsabilità, questa componente costitutiva di ogni condotta morale, scaturisce dalla prossimità dell’altro. Prossimità significa responsabilità, e la responsabilità è la prossimità”.

Essere per l’altro rappresenta il punto di partenza per un progetto di vita etico da parte del Sé. È in questo modo che diventa possibile l’utopia della solidarietà.

L’uomo essere relazionale

Tutto ciò conferma la centralità della qualità della relazione che poggia sull’assunto incontestabile che siamo esseri relazionali. È questo il fondamento biologico, psicologico, etico, valoriale, della ricerca, della scoperta e dell’interiorizzazione di significati senza i quali è impossibile affrontare gli eventi dell’esistenza compresa la sofferenza e la morte.

Del resto la teoria dell’attaccamento elaborata da John Bowlby e Mary Ainsworth evidenzia che il legame che unisce il bambino all’adulto di riferimento è una predisposizione innata, un bisogno primario, geneticamente determinato. Accanto al bisogno biologico di essere nutriti, agisce il bisogno primario di essere nutriti da amore, desiderati, voluti, accettati e accolti.

Dunque l’incontro con l’altro, il confronto e lo scambio che ne consegue è ciò che rende ricca, forte e allo stesso tempo flessibile l’identità personale, capace di adattamento creativo alla diversità delle situazioni pur mantenendo il suo nucleo fatto di emozioni sentimenti, pensieri e valori interiorizzati.

L’identità dialogica

Sono personalmente convinto, desumendo questa certezza dal pensiero di Martin Buber, che non vi può essere identità se non dialogica, dinamica, predisposta all’incontro. Martin Buber ritiene, che la realtà fondamentale dell’esistenza è l’apertura al Tu, all’uomo con l’uomo.

Il dialogo autentico è allora una vera realizzazione personale e non può essere pensata al di fuori dell’interumano e della sfera della relazione: la persona si costruisce e si realizza in quanto è l’incontro.

La grandezza dell’uomo consiste nella fedeltà alla sua natura dialogica, che lo vuole disponibile all’altro. Buber parla di grande carattere intendendo dire che esso appartiene all’uomo dialogale, capace di vivere l’esistenza autentica e di impegnarsi perciò con successo nel difficile compito di realizzare la dimensione Io-Tu, nelle varie sfere in cui essa può essere attuata.

La fraternità dimensione insita nella persona

Davide Assael, ebreo italiano, docente di filosofia e scrittore, rileva che in ebraico la parola fratello, altro e relazione hanno la stessa radice che esprime così il vincolo di relazione, la responsabilità che lega l’uno all’altro. Egli per fratellanza intende la relazione costitutiva che lega l’uno con l’altro, dentro e oltre i limiti del sangue.

Osserva, però, che in Europa e in tutto l’Occidente, stiamo assistendo ad una vera e propria crisi della categoria della fratellanza non in termini moralistici, ma propriamente politici. Stiamo assistendo ad una vera crisi delle identità – ossia agli elementi collanti della collettività umana e proprio per tale ragione non siamo più in grado di riconoscere il nostro fratello. Ciò porta alla disgregazione sociale

Edgar Morin, sottolineando che la modernità ha determinato una complessità di vita enorme che potrebbe anche spaventare perché genera una maggiore diversità e un maggior rischio di dispersione, sostiene che la solidarietà, l’amicizia, l’amore sono i cementi vitali della complessità umana. Aggiunge che “si è veramente cittadini quando ci si sente solidali e responsabili. Solidarietà e responsabilità non possono derivare né da pie esortazioni né da discorsi civici, ma sa un sentimento profondo di affiliazione” (La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero. Milano: Cortina Editore, p. 75).

Aggiunge che i sentimenti di solidarietà, amicizia, amore e giustizia sono orientamenti valoriali ed esistenziali che devono appassionarci ed emozionarci sempre. La pura razionalità non sussiste, c’è sempre l’area delle emozioni, dell’affetto che dobbiamo riconoscere come tali pur conservando la ragione.

Il necessario incontro con la fragilità

Un percorso fondamentale per l’interiorizzazione di sentimenti forti e dinamici che assicurino saldezza e flessibilità è l’incontro con la propria e altrui fragilità, una dimensione che ci attraversa tutti e che può irrompere in modo intenso e sconvolgente nella nostra esistenza in momenti particolarmente destabilizzanti.

Le fragilità umane sono una delle grandi aree dell’esperienza personale e sociale verso cui, come singoli e come e come cittadini, responsabili della società civile nella quale viviamo, siamo chiamati in causa.

La fragilità: risorsa e dono

L’approccio più fecondo è quello di non considerarle semplicemente come “problema”, ma come una risorsa, ossia come “ragione” e “motore” di un particolare impegno e di una specifica immaginazione e azione sociale.

Rappresentano un punto di osservazione privilegiato per leggere, analizzare e prospettare soluzioni circa la situazione esistenziale dell’uomo e contengono interrogativi riguardo alla sensatezza degli stili di vita e dei percorsi educativi offerti dalle diverse agenzie

La fragilità ci costituisce come esseri umani. Soltanto chi è fragile desidera e sperimenta l’amore dell’altro per sé, scopre la gioia di avere valore, consegue quella pienezza che diventa motivazione per la vita. Di qui scaturisce la forza e la responsabilità di un’esistenza chiamata all’incontro e con gli altri e con l’Altro. In questo movimento l’uomo si fa nuovo, coglie di avere rilievo e diventa capace di apertura di cuore e d’orizzonte che concretizza l’esigenza di essere forte, potente, unico

A riprova della sua attualità e validità, la riflessione sulla fragilità trova risconto anche in campo accademico. Evidenzio due pubblicazioni recenti: Alle radici dell’uomo. Dalla morte all’amore  (Xavier le Pichon 2002); Fragilitè, dis-nous ta grandeur (idem 2013). Trattano delle fragilità e delle ripartenze, riflessione in cui l’idea di fondo è questa: le situazioni di potenza sono in definitiva sterili – esse sono legate a una certa condizione di un sistema globale, capace certamente di performance, di miglioramenti, ma all’interno di una configurazione chiusa incapace di vera creatività.

La novità viene dalle incrinature che non finiscono di prodursi nel sistema globale, oppure dall’incapacità che il sistema evidenzia quando è attaccato dall’esterno da elementi estranei alla sua logica. In questa linea, la diagnosi di papa Francesco è che il nostro sistema di massa è in realtà gravemente incrinato, ma che proprio attraverso le brecce verrà la salvezza e propone il principio della piccolezza

Il principio della piccolezza

Egli afferma che il cambiamento reale avviene mediante l’azione di elementi deboli. Il motore della storia non è la potenza, ma la povertà e il cambiamento reale avviene mediante l’azione di elementi deboli. Nonostante il paradigma tecnocratico la libertà umana è capace di limitare la tecnica, di orientarla, di rimetterla al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrato.

In questa prospettiva, Francesco sviluppa i principi di responsabilità, di associazione, di diversificazione degli sforzi, di organizzazione e di pressione politica. Insiste sulla molteplicità e la diversità delle imprese e degli interventi possibili.

Educare il cuore, educare all’affettività

Questa convinzione è rafforzata dalla concezione che tra le diverse aree della persona vi sia un reciproco scambio. Si è raggiunta una visione olistica dell’uomo dove il tutto e le parti sono in costante rapporto senza più prefigurare una sorta di gerarchia. Tra cognizione, pensiero freddo e attività mentale e fisiologica “calda” c’è intreccio che non agisce in senso unidirezionale, ma bidirezionale.

Sarebbe scorretto leggere tale connessione ritendendo che l’emotività abbia sul pensiero razionale e sull’adattamento ottimale del comportamento un influsso solo condizionante o negativo; nessuno più pensa che siano due mondi indistinti.

I vari livelli di vita affettivi non sono per nulla estranei alla volontà e all’intelligenza: “Ormai sappiamo che tutte le attività razionali della mente sono accompagnate dall’affettività. L’affettività che può certamente immobilizzare la ragione è la sola capace di mobilitarla. Quindi l’idea di salvezza si complessifica: non significa eliminare l’affettività, ma integrarla” (Etica. Milano: Raffello Cortina, p.132)

L’attenzione alla costruzione del sentimento

Le componenti della via affettiva, precedute dagli eventi attivanti e seguite dagli atteggiamenti e dalle opinioni, sono le emozioni, gli stati d’animo e i sentimenti, energie e dimensioni che devono essere conosciute e gestite.

Per il raggiungimento della maturità e solidità della persona, però, la formazione di sentimenti consistenti, profondamente radicati nella storia personale è decisiva: “Nei sentimenti, la direzione e il controllo dell’attività affettiva sono esercitati dai valori, dalle motivazioni, dagli obiettivi e dagli “oggetti di desiderio”, dai sogni e dalle speranze. I sentimenti sono tensioni affettive, dunque anche generatrici di stati d’animo e di emozioni, verso qualche “valore”, che ci attrae o che ci respinge”  (Janes, Dario.  Educare all’affettività. Gardolo (TN): Edizioni Erickson, p. 39).   Nel sentimento, la ragione e la razionalità giocano un ruolo molto più  forte, assieme al senso di valore che attribuiamo agli oggetti del sentimento.

Questa dinamica è rilevabile soprattutto nell’amore che, come dimensione affettiva, “prima emozione poi stato d’animo e sentimento, nasce letteralmente dal cuore. Il neonato lo apprende sotto forma di abbracci. Crescendo impara che ha a che fare con l’ammirazione, la sicurezza, l’orgoglio, il perdono, la capacità di superare la collera. Poi il concetto si allarga fino comprendere i diversi aspetti dello stare insieme, le varie forme di piacere e il bisogno di fedeltà” (Greenspan, S.I. L’intelligenza del cuore. Milano: Raffello Cortina, p.28).

Negli adulti si amplia e si esprime nel desiderio e nell’impegno di farsi una famiglia; diventa più complesso man mano che si iscrive in situazioni e contesti diversi, come far fronte alle responsabilità, ricercare la felicità, superare la perdita e la delusione, fare i conti con la vulnerabilità e la fallibilità dell’altro. I sentimenti, però, non sono solo il fondamento delle relazioni interpersonali, ma anche la base di una vita civile inclusiva.

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