La guerra e noi

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guerra ucraina

Emozione e angoscia non aiutano a ragionare, come invece si deve. Di più: dentro le guerre il confronto si militarizza, i distinguo possono essere interpretati come (e talvolta effettivamente sono) espedienti per mettere sullo stesso piano ragioni e torti, per sottrarsi opportunisticamente alla responsabilità di un giudizio che impegna. Un pilatesco cerchiobottismo.

Proviamo a mettere ordine nei nostri pensieri in queste ore tragiche. Va fissata in premessa la distinzione inequivoca e più fondamentale tra aggressore e aggredito.

Ne consegue che rispettivamente si deve soccorrere la vittima e condannare il carnefice, facendo di tutto per fermarlo. Senza incertezze.

Come aiutare l’Ucraina della quale è stata brutalmente violata la sovranità e l’integrità territoriale? Di sicuro sul piano umanitario accogliendo i profughi; forse – ma al riguardo mi sento meno sicuro – fornendo armi alla resistenza. Lo ha deliberato unitariamente la Ue e non contrasta con la nostra Costituzione, che ripudia la guerra di offesa, non quella di difesa contemplata anche da organizzazioni internazionali cui aderiamo.

Perché non ho certezze sulla opportunità della fornitura di armi? Mi chiedo se siano utili ed efficaci (stante la soverchiante superiorità militare della Russia che fa presagire a tutti gli analisti un esito già scritto; cf. qui su SettimanaNews), o se non possano sortire solo l’effetto di un ulteriore passo nell’escalation del conflitto.

Senza incidere sul risultato. Incidentalmente leggo che si tratterebbe di «materiali di magazzino» che non sarà facile recapitare ai combattenti ucraini.

Mi procura altresì imbarazzo la circostanza che a imbracciare quelle armi, con i costi e i rischi conseguenti, non siamo noi ma i nostri fratelli ucraini. Un nostro contributo alla lotta di resistenza… delegata ad altri.

Fermare l’aggressore

Come fermare Putin? Di sicuro con le sanzioni economiche (meglio se concepite in modo da far male ai reggitori del Cremlino più che al popolo russo, che potrebbe reagire acuendo i propri sentimenti e risentimenti nazionalisti, e magari, per paradosso, rafforzando Putin). Di sicuro con iniziative politiche e diplomatiche.

In capo a ONU, Santa sede, UE, Cina, Israele o chiunque avesse qualche chance di ascolto presso le parti. Non con un improvvido intervento militare diretto della NATO dai sicuri esiti catastrofici, cioè un conflitto globale comprensivo degli arsenali atomici. Dei quali si torna a parlare come minaccia concreta. Non è viltà, è etica della responsabilità, anche se praticata con un sentimento di acuto disagio a fronte di una palese prevaricazione, di una odiosa ingiustizia che si vorrebbe invece contrastare con la forza.

Chiunque sia investito di un compito di mediazione deve essere consapevole che essa, per definizione, postula un compromesso tra le parti, la disponibilità a venirsi incontro. Nonostante sia chiaro da che parte stia il torto e da che parte la ragione. Qualcuno deve pur muovere il primo passo e non deve sorprendere che spesso tocchi farlo a chi avendo ragione − mi si scusi il bisticcio – è chiamato a esercitare di più la ragione.

Qui e solo qui entra in gioco il dovere di comprendere in profondità (comprendere, non giustificare) le motivazioni più o meno plausibili dello stesso aggressore. Solo da tale intima comprensione può sortire una mediazione sperabilmente efficace e persuasiva. In concreto, a cosa mira esattamente Putin e perché si è spinto a tanto?

Pagando anch’egli un prezzo non indifferente. Tutte le riflessioni sulle eventuali responsabilità pregresse, attive e omissive, dell’Occidente, della NATO, della UE – che, ripeto, in ogni caso, non giustificano ciò che è in radice ingiustificabile (l’aggressione, la violazione della legalità internazionale, i morti, la distruzione) − tuttavia devono essere considerate.

Le responsabilità dell’Occidente

È sbagliato bollare come ipocriti escamotage, o addirittura come «intelligenza con il nemico», tutte le riflessioni di chi più semplicemente si interroga sulle eventuali cause remote del conflitto. Cause oggettive e responsabilità imputabili. Non escluse quelle che riguardano il nostro campo.

Una condizione essenziale per immaginare una soluzione al conflitto e, prima ancora, per smontare gli argomenti strumentali di chi avrebbe buon gioco a lamentare nostre omissioni e rimozioni. Così da rendere manifeste le ragioni altre e non plausibili di chi la guerra l’ha irresponsabilmente voluta.

È giusto compiacersi della sostanziale unità del fronte occidentale e dell’Europa nella reazione a Putin, che forse scommetteva sulle loro (nostre) divisioni interne. Sarebbe tuttavia un errore, nel ragionare sul passato e sul futuro, esorcizzare le criticità che hanno segnato e tuttora segnano il campo delle nostre democrazie liberali.

Dal trumpismo negli USA, al gruppo di Visegrad, ai nazionalisti e ai sovranisti nostrani, della cui repentina conversione dalla fascinazione putiniana coltivata sino a ieri è lecito diffidare.

Fuori da tale linea di riflessione e di comportamento, intessuta di fermezza, di lucidità e di equilibrio, ci si condanna a una alternativa solo apparente (in realtà con lo stesso risultato): impotenza o catastrofe.

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