Florenskij a 80 anni dalla morte / 1

di: Lorenzo Prezzi

FlorenskijNatalino Valentini, nato in provincia di Ascoli Piceno, laico, sposato, due figli, vive con la famiglia a Rimini. Dopo la laurea in filosofia, gli studi in scienze religiose e la specializzazione in Spiritualità dell’Oriente cristiano, la sua ricerca si è concentrata sul pensiero religioso russo, dedicandosi allo studio della cultura filosofica e teologica russa del Novecento, in particolare, all’opera del maggiore pensatore russo del XX secolo Pavel A. Florenskij. A lui abbiamo sottoposto alcune domande.

– Dottor Valentini, il 7-8 dicembre prossimo ricorreranno gli 80 anni dall’uccisione di Pavel Aleksandrovič Florenskij. Sacerdote ortodosso, teologo, filosofo, scienziato (e molto altro), ucciso dopo cinque anni di gulag nelle epurazioni staliniane. Quando e come ha incontrato la sua figura e il suo pensiero?

Nella seconda metà degli anni ’80, dopo gli studi in filosofia (a Bologna), mi iscrissi all’ISSR dell’università di Urbino, diretto allora dal filosofo don Italo Mancini, che in quegli anni aveva concentrato la sua attenzione sul pensiero religioso russo e in particolare sull’opera di Dostoevskij, ripensandola in chiave filosofico-teologica. Fu un’esperienza per me molto stimolante sotto il profilo teoretico e spirituale.

In alcuni di questi incontri, a margine delle sue illuminanti lezioni, il prof. Mancini mi invitò ad approfondire la figura di Pavel Florenskij, a partire dallo studio sull’icona (Porte regali) e del suo poderoso capolavoro La colonna e il fondamento della verità, allora già disponibile nelle edizione Rusconi a cura di E. Zolla.

Poi, nel gennaio del 1988, ebbi l’occasione di partecipare al primo convegno internazionale a lui dedicato che si svolse all’università di Bergamo, promosso dalla prof. Nina Kauchtschischwili, celebre studiosa di slavistica che svolse un’azione pioneristica nella ricerca e nella diffusione dell’opera del pensatore russo nel nostro paese. Fu grazie al suo appassionato interesse scientifico e alla premurosa relazione di amicizia che i miei studi florenskijani subirono ulteriori impulsi e progressivi sviluppi.

– Quest’anno sarà anche il centenario del concilio di Mosca (1917-18). Qual è stata la partecipazione di Florenskij a quell’evento?

Il Concilio di Mosca fu uno dei momenti di maggiore autocoscienza raggiunto dalla Chiesa ortodossa russa, un evento di eccezionale rilievo ecclesiologico, ma anche culturale e sociale.

Pur mantenendo la caratterizzazione di concilio locale, il Concilio di Mosca del 1917/18 ha di fatto assunto una portata universale, costituendo per molti versi un modello per il resto del mondo cristiano, non soltanto ortodosso, con influssi rispetto ai contenuti che hanno avuto risonanza persino sul concilio ecumenico Vaticano II.

Come hanno rimarcato i maggiori studiosi di quella fase, alcune delle scelte assunte dalla Chiesa russa in quegli anni hanno contribuito in modo determinante alla sua sopravvivenza nel periodo sovietico, ponendo le basi del suo attuale rinnovamento, ad esempio rispetto alla questione del ristabilimento del patriarcato, della concezione dei concili, della rinascita delle parrocchie e così via.

Già il prezioso lavoro preparatorio, avviato negli anni che precedettero l’apertura ufficiale, diede impulso ad un’esperienza sinodale di straordinaria rilevanza, soprattutto per la qualità dei materiali elaborati e del metodo messo in atto.

Florenskij

M. Nesterov, Filosofi (Florenskij e Bulgakov), 1917

Anche padre Florenskij (insieme all’amico teologo Sergej Bulgakov e ad altri) venne coinvolto in alcune di queste fasi, soprattutto per la preparazione degli strumenti di discussione inerenti la riforma liturgica e, in particolare, la spinosa questione della disputa teologica intorno alla glorificazione del Nome di Gesù, l’onomatodossia (Imeslavje).

Purtroppo, l’irrompere violento della Rivoluzione congelò il concilio già nella sua fioritura e vanificò il prezioso lavoro compiuto. Il concilio del ’17/’18 fu un concilio di martiri: moltissimi dei suoi membri furono uccisi come confessori della fede ancor prima dell’interruzione dei lavori (settembre 1918) come testimoniano diversi documenti recenti; altri, come sappiamo, vennero perseguitati, eliminati o costretti all’esilio.

– Quando il pensiero e la testimonianza martiriale di Florenskij sono entrate nella consapevolezza della Chiesa ortodossa russa? Aveva dei rapporti con i fuoriusciti di San Sergio a Parigi?

La recezione dell’opera e della testimonianza di padre Pavel è abbastanza recente e per molti decenni, dalla data dell’arresto (1933) fino all’inizio degli anni ’90, il suo nome è stato completamente dimenticato. Questa grave cancellazione della memoria, messa in atto dal regime sovietico, ha coinvolto, tranne qualche eccezione, anche gran parte della coscienza ecclesiale.

Come emerge chiaramente dagli atti del processo farsa architettato contro di lui e resi noti solo nel 1992, consapevole dei rischi e delle persecuzioni in atto, Florenskij subisce umiliazioni e violenze, fino all’atto estremo del sacrificio di sé per rendere possibile la liberazione di altri compagni di cella.

Ciò nonostante, a parte qualche sporadico tentativo di avviare un riconoscimento martiriale della sua testimonianza, occorre attendere il 2007 per avere un pronunciamento ufficiale, da parte dell’allora patriarca di Mosca Alessio II, di apprezzamento e di pieno riconoscimento culturale, spirituale ed ecclesiale della sua opera.

Tuttavia, l’influsso del suo pensiero sulla rinascita della nuova coscienza spirituale in Russia e della stessa Chiesa ortodossa russa è indubbio, sebbene ancora limitato rispetto alle sue potenzialità. Come risulta anche dai pronunciamenti teologici del Patriarcato, in particolare dagli scritti del metropolita Ilarion Alfeev, il ricorso al suo pensiero avviene ancora “a dosi omeopatiche” e talora in modo strumentale, isolando qualche frammento dall’integrità dell’insieme.

Florenskij è stato il pioniere di un nuovo pensiero, l’anticipatore di una concezione olistica del mondo, di una conoscenza interdisciplinare e interculturale in grado di tenere insieme le diverse forme della razionalità e del sapere, dalla matematica alla teologia, dalla logica alla mistica.

A ottant’anni dalla sua morte si avverte ancora un certo imbarazzo e molta esitazione da parte della Chiesa ortodossa russa nel mettere in atto un confronto autentico e spregiudicato nei confronti di questo “pope-scienziato”, martire della verità e genio del pensiero cristiano del XX secolo.

Quanto ai rapporti con l’Istituto San Sergio di Parigi e con la diaspora russa ivi raccolta, essi sono confermati da diverse testimonianze, in particolare dai fitti scambi epistolari con alcuni dei principali pensatori ortodossi, in particolare con padre Sergej Bulgakov, il quale, alla notizia della morte dell’amico appresa solo dopo anni dal suo reale accadimento, scrisse un memoriale intenso e struggente su padre Pavel, definendolo non solo un genio, ma “un’opera d’arte”, sollecitando a ripensare la sua eredità culturale alla luce della sua personalità e della sua opera testimoniale, della sua fedeltà insopprimibile alla verità pagata con il sangue.

Molto efficacemente sempre l’amico Bulgakov ebbe a sottolineare a questo proposito: «Si può dire che la vita lo abbia posto di fronte alla scelta tra Solovki e Parigi, e che egli abbia scelto la sua patria, fosse anche Solovkij, perché voleva condividere fino in fondo il destino del suo popolo. Padre Pavel non voleva e non poteva organicamente diventare un émigré, separarsi volontariamente o involontariamente dalla sua patria. Lui e il suo destino sono la gloria e la grandezza della Russia e, nello stesso tempo, il suo più grande delitto».

– Quali sono, a suo avviso, le opere maggiori di questo “Leonardo da Vinci della Russia”, come venne definito da alcuni suoi contemporanei? Potrebbe indicare i campi scientifici in cui è stato presente e ha lasciato traccia?

È molto difficile rispondere a questa domanda, non soltanto perché l’opera di questo grande genio del pensiero del XX secolo spazia nei più disparati campi dello scibile (dalla matematica alla geometria, dalla filosofia alla spiritualità, dalla teologia alla cosmologia, dalla teoria dell’arte alle più innovative teorie del linguaggio e della tecnica) con singolare originalità, competenza e profondità, ma anche per la stretta interconnessione di ogni aspetto della sua elaborazione con una visione d’insieme, con quella Welthanschauung integrale incessantemente ricercata. Contemplare il mondo con un unico insieme è stato l’obiettivo perseguito tenacemente per tutta la vita, ma ogni volta da un diverso punto di vista.

Tra le opere che considero personalmente più rilevanti segnalerei soprattutto La colonna e il fondamento della verità, un’intensa e originale opera di teodicea ortodossa in dodici lettere a un amico, considerata un capolavoro della filosofia cristiana del XX secolo.

Accanto ad essa, sebbene meno sistematica anche se ancor più ricca di folgoranti intuizioni, risalta La filosofia del culto, un’opera di fenomenologia della religione e di antropologia teologica incentrata sul culto quale sorgente originaria della cultura e della filosofia, ma anche dei divini misteri, della vita liturgica e sacramentale cristiana.

Di straordinaria rilevanza teoretica è inoltre la raccolta di scritti di “antropodicea”, dal titolo U vodorazdelov mysli. (Čerty konkretnoj metafiziki) – Agli spartiacque del pensiero. Lineamenti di metafisica concreta, pubblicata solo in parte in traduzione italiana, purtroppo frammentariamente. In essa si intrecciano mirabilmente le avvincenti teorie cosmologiche e biologiche, le tesi sulla spazialità e la temporalità, l’arte e il linguaggio umano, il simbolo e la forma, l’immagine e la parola, la sezione aurea e la temporalità. Insomma, un’opera nella quale trova fondamento la relazione viva tra pensiero e linguaggio, si dispiega la concezione della scienza come descrizione simbolica a partire da un rinnovato confronto con la forma, anzi, con la sua incarnazione; la ricerca della forma, quale principio creativo della realtà.

Gli ambiti specificamente scientifici dei quali padre Pavel si è occupato sono davvero tanti: dal principio di discontinuità alle funzioni di variabili reali, dalla teoria dei numeri e dei quanti alla teoria della spazialità, dalla geometria non-euclidea, agli immaginari in geometria e alla quarta dimensione, dalla monadologia all’insiemistica e all’asimmetria, senza trascurare l’attenzione riservata alle questioni più specialistiche di elettrotecnica, alle diverse applicazioni della chimica organica e dei materiali (in particolare gli isolanti elettrici), fino alle questioni cruciali del rapporto tra macrocosmo e microcosmo, scienza e tecnica, mente e corpo.

Ricordiamo, inoltre, il suo costante interesse scientifico per le questioni di cosmologia, per la biosfera e noosfera, in dialogo soprattutto con Vladimir Vernadskij (uno dei fondatori della moderna geochimica).

Esaminando questo vasto repertorio epistemologico, elaborato a partire da un solido pensiero matematico, ma seguendo sempre un approccio multidisciplinare, scopriamo che Florenskij anticipa di oltre mezzo secolo molte delle questioni oggi al centro del dibattito scientifico, quali la cibernetica, le neuroscienze, l’interdipendenza dei saperi e molto altro.

– Lei è stato curatore di buona parte delle sue opere in italiano. Potrebbe ricostruire per cenni la recezione in Italia della figura di Florenskij?

In estrema sintesi, distinguerei diverse fasi della diffusione delle sue opere.

La prima venne inaugurata da Elemire Zolla negli anni ’70, con la pubblicazione de La colonna e del celebre saggio sull’icona (Porte regali).

Fece seguito, negli anni ’80 e ’90, un’offerta piuttosto diversificata di opere sulle teorie dell’arte (La prospettiva rovesciata, Lo spazio e il tempo nell’arte, …) curate da Nicoletta Misler, e di teoria del linguaggio e della parola (Attualità della parola; Il valore della parola …), avviata da Nina Kauchtschischwili, la prof. Donatella Ferrari-Bravo e da altri studiosi.

Ma solo dalla fine degli anni ’90 è stato possibile portare alla luce opere di straordinario valore testimoniale, fondamentali per la conoscenza della personalità e della vita interiore del pensatore russo: penso soprattutto alle lettere dal gulag inviate ai figli e alla moglie (“Non dimenticatemi”), un epistolario che è uno straordinario microcosmo sapienziale e una potente sintesi pedagogica al tempo stesso.

Altrettanto significative, nella stessa prospettiva, restano inoltre le formidabili e intense memorie dell’infanzia e della giovinezza (Ai miei figli) che, oltre a contenere sorprendenti e rivoluzionarie teorie sulla scienza, la natura e il pensiero infantile, custodiscono i tesori tra i più preziosi della percezione florenskijana simbolico-ontologica ed estetica del mondo.

A partire da questi scritti, insieme all’amico Lubomir Žak, abbiamo cercato di proporre diverse opere inedite, ricentrando l’attenzione sul versante teologico e spirituale, strettamente congiunto con quello epistemologico, ma soprattutto tentando di proporre una nuova prospettiva ermeneutica incentrata sull’ontologia trinitaria e l’epistemologia del simbolo, su un rinnovato rapporto tra filosofia e teologia, tra cristianesimo e cultura, scienza e simbolo.

In questa direzione si collocano anche gli altri scritti (oltre 15 pubblicazioni) sull’idealismo, lo stupore, la dialettica, la bellezza, l’educazione…, da me proposti e curati dal 2000 ad oggi, passando attraverso la prima raccolta di scritti di filosofia della scienza (Il simbolo e la forma, pubblicato per Bollati-Boringhieri nel 2007), fino all’ultimo volume La filosofia del culto.

Indubbiamente, la conoscenza e la diffusione delle opere di Florenskij in Italia si è notevolmente intensificata negli ultimi vent’anni (si pensi che “Non dimenticatemi” viene ristampato ogni anno e siamo giunti alla 16ª edizione). Tuttavia, la recezione complessiva del pensiero di Florenskij procede nel nostro contesto culturale con molta lentezza ed esitazione, soprattutto in ambito accademico, ove questo autore viene percepito ancora con diffidenza e sospetto, in gran parte proprio a causa della sua visione multidisciplinare, difficilmente riconducibile a un “sistema” di pensiero precostituito e schematico.

Tra le recezioni più generose e significative della sua opera non sono mancate piacevoli eccezioni messe in atto da pensatori quali Massimo Cacciari, Augusto Del Noce, Italo Mancini, Sergio Quinzio… Qualche timida recezione si è registrata anche in ambito teologico cattolico (Bruno Forte, Piero Coda, Giuseppe Lorizio, Giorgio Mazzanti…), ma gli esiti più promettenti sono soprattutto sul versante epistemologico, penso soprattutto al matematico Paolo Zellini e al filosofo della scienza Silvano Tagliagambe.

[segue]

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