La teologia: una lettera amica

di: Jakob Deibl

Caro Marcello Neri,

mi fa piacere reagire al tuo contributo “Teologia oggi: paradosso e ripensamento”, pubblicato recentemente su Settimananews (11 maggio 2017). Nel tuo intervento delinei una certa crisi della teologia che non deve essere necessariamente anche una crisi della religione; e – se ho ben compreso – il tuo desiderio è quello di aprire una discussione sul significato della teologia oggi.

Ti scrivo una lettera, perché le lettere sono forse la via migliore per affrontare, quasi a tentoni e in ricerca, questioni aperte senza soccombere al fantasma di aver già le risposte a portata di mano.

Dopo una piccola annotazione previa, vorrei riflettere sullo stile della teologia e poi sul modo in cui essa si media, per concludere con un tentativo di sguardo sul futuro.

La forza di trasformarsi

Una cosa che mi ha sempre particolarmente impressionato nelle religioni è la loro grande capacità di trasformarsi nel corso della storia. Come si differenzia il cristianesimo della comunità di Corinto, a cui Paolo scrive e invia le sue lettere, dal cristianesimo di Milano, quando Ambrogio era vescovo della città! E come si è trasformato il cristianesimo in questa grande città fino ai giorni in cui il successore di Ambrogio a Milano, Carlo Maria Martini, ha messo mano a uno scambio epistolare con Umberto Eco che ha trovato ampia risonanza nello spazio pubblico!

Nonostante tutto, in questi casi, non esitiamo a parlare di una riflessione e passione per una e medesima “cosa”. Le religioni hanno una grande capacità di mantenere la loro identità, sebbene (o proprio nel momento in cui) si trasformino in maniera radicale.

Qual è il ruolo della teologia in tutto questo? Forse nel trovare il modo in cui il grande tesoro della tradizione, come il richiamo a Calcedonia che fai nel tuo intervento, possa rimanere comprensibile all’interno di orizzonti che mutano profondamente? Il compito della teologia è quello di accompagnare criticamente questa trasformazione che, di fatto, si realizza nelle religioni (più velocemente che nella teologia stessa)? Oppure, attraverso il suo lavoro concettuale, e penetrando nella tradizione della fede come nelle sfide del tempo, la teologia può aiutare anche a preparare un cambiamento? Probabilmente tutte queste cose fanno parte del suo compito, senza che la teologia si dia troppa importanza e sopravvaluti le sue possibilità.

Questione di stile

Sostieni SettimanaNews.itVorrei prendere ora in esame un aspetto della costellazione di compiti della teologia che ho appena schizzato. Un aspetto trasversale ad essi, ma che non viene preso in considerazione dovutamente. È il dovere del “disarmo”, che ha a che fare essenzialmente con lo stile di fare teologia. Il termine “disarmo” è l’unica parola tipicamente militare che io utilizzerei nella teologia.

Il disarmo deve essere operato dalla teologia, in primo luogo, esattamente rispetto alla propria grande e lunga tradizione. Per secoli ci siamo abituati ad una teologia dei superlativi. Certo, espressioni come summum bonum, aliquid quo maius nihil cogitari potest, oppure il parlare di pienezza, redenzione e di un amore che tutto riconcilia, ma anche del piano universale salvifico di Dio, sono parte essenziale della teologia. Ma esse non devono stare al suo principio. Non si può utilizzare queste espressioni in maniera avventata, come se esse appartenessero da sempre e per sempre all’inventario concettuale del teologo e della teologa, che vi si relazionano con sicurezza allo scopo di stabilizzare il sistema teologico stesso. Ciò che è l’ultima ratio del pensiero non deve divenire il caso normale. In merito, la teologia, davanti alla propria tradizione e prassi, dovrebbe apprendere una forma di modestia e di umiltà.

Il compito del disarmo si estende, però, anche alle nuove forme del credere così come esse sorgono all’interno delle Chiese, ai loro margini e accanto a esse. Dove sentimento ed esperienza sono tutto, dove la religione si affanna per adattarsi continuamente a ciò che piace, dove l’esperienza della propria rinascita nella fede (fino ai born again Christians) interrompe ogni continuità con la storia, dove la fede nell’evocazione di scenari apocalittici rende possibile un giudizio totale e incrollabile del mondo nel suo complesso, dove Chiesa e mondo vengono completamente separati tra di loro, la teologia dovrebbe mettere in discussione questa spiccata emozionalizzazione in atto.

Essa dovrebbe ricordare che il cristianesimo, fin dai suoi inizi, si è invischiato con la filosofia e ha cominciato a riflettere la tradizione nella luce del logos greco. Questo intricarsi con la filosofia (nelle sue sempre diverse forme attuali) rappresenta una decisione fondamentale del cristianesimo, che non può più essere revocata. Certo, le forme di espressione della fede riguardano direttamente l’uomo che vive concretamente; ma esse necessitano anche della ricostruzione nello spazio del pensiero che è comune.

Nell’ambito ecclesiale, la teologia dovrebbe anche proporsi per un disarmo dei fronti, dove si annuncia un nuovo Kullturkampf, in cui la Chiesa rivendica nuovamente per sé una sovranità nell’interpretazione della storia e del tempo presente.

La teologia potrebbe ricordare che i tempi teologicamente più fecondi sono stati quelli in cui la Chiesa, senza paura e senza contrapposizione di fronti, si è invischiata con l’orizzonte culturale del tempo, con le sue domande, le sue sfide e i suoi problemi.

Al tempo stesso, davanti ad una posizione che si ritiene superiore e afferma che il nostro tempo è oramai troppo illuminato e per questo non ha più bisogno della religione, la teologia dovrebbe insistere sul fatto che tradizione e cultura, così come esse plasmano ancora oggi l’Europa, non sarebbero leggibili senza la religione.

Linguaggio

Un disarmo teologico richiede anche una riflessione sul linguaggio e sulla forma del discorrere per mezzo dei quali la teologia giunge all’espressione.

La prima forma dello scrivere cristiano è quella della lettera. Non solo il testo più antico e quello più recente del Nuovo Testamento sono delle lettere. Le lettere sottendono tutto l’arco di tempo del suo sorgere, ma anche l’ordinamento canonico dei testi del Nuovo Testamento mostra un passaggio alla forma della lettera.

Con il Vangelo di Luca e con gli Atti degli apostoli, nella sequenza delle scritture neotestamentarie, si dà già un avvicinamento alla forma della lettera – questo attraverso la forma di un discorrere indirizzato (Lc 1,1-4; At 1,1s.).

In maniera esplicita, la forma della lettera comincia con quella che Paolo scrive alla comunità di Roma. Essa non verrà più abbandonata fino alla fine del Nuovo Testamento.

L’Apocalisse di Giovanni non contiene solo sette lettere, ma ha la forma di una lettera stilizzata. In tal modo, gran parte di quei testi che sono sorti come documenti originari del cristianesimo ha la forma di una lettera.

All’inizio della teologia scritta sta quindi il medium della lettera, che mantiene un significato centrale per secoli anche oltre il Nuovo Testamento. A cominciare con la Prima lettera di Clemente, fino allo scambio epistolare fra Girolamo e Agostino, per arrivare fino alle lettere di Anselmo d’Aosta – solo per fare alcuni esempi.

Non saprei dire quando la lettera, quale mezzo essenziale della discussione teologica, finisce con lo scomparire e venire soppiantata del tutto dalle somme, dai trattati, dai manuali…

Ciò che contraddistingue una lettera, in primo luogo, è il fatto che si tratta di un discorso indirizzato/destinato. Abbiamo un mittente che ha in vista un destinatario o un gruppo di destinatari. Non si scrive in primo luogo per trattare un tema, o per tenere vivo il discorso di una scientific community, ma perché c’è qualcuno dal quale si può sperare interesse e risposta.

Con Evangelii gaudium papa Francesco ha ripreso questa forma dello scrivere. Nella maniera più bella, per me questo lo si può trovare in questo passaggio: «Mi piacerebbe dire a quelli che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa, a quelli che sono timorosi e indifferenti: il Signore chiama anche te ad essere parte del suo popolo e lo fa con grande rispetto e amore!» (EG 113). Il papa non decreta, ma esprime al condizionale come gli farebbe piacere rivolgersi anche a coloro che sono lontani dalla Chiesa.

Egli desidera raggiungere anche costoro quali destinatari della sua lettera amica. E non parla solo dell’amore di Dio per gli uomini, ma anche – e questo mi sembra decisivo – del rispetto di Dio nei loro confronti.

Nella ricerca di nuovi destinatari del suo scritto, si innesta un passaggio di immensa portata teologica. Abbiamo molti trattati su come gli uomini venerano Dio e molte meditazioni sull’amore di Dio per gli uomini, ma cosa vuol dire il rispetto di Dio nei confronti degli uomini? Cosa significa pensare questo, se non lo si costringe subito nell’ultima ratio di un possibile rifiuto della salvezza divina da parte della libera decisione dell’uomo che anche Dio rispetterebbe?

Questo è precisamente il punto in cui dovrebbe realizzarsi un disarmo dell’argomentazione teologica.

Rimane la questione del perché dalla teologia sia scomparsa la forma dello scrivere un discorso indirizzato amichevolmente. In questo, la teologia non potrebbe orientarsi seguendo il gesto del papa, per trovare così di nuovo reali destinatari? Questo non vuol dire che in futuro i teologi e le teologhe debbano esprimersi di più in forma di lettera; ma il gesto di un discorrere indirizzato e amichevole (qualsiasi sia la sua forma concreta), e con questo il ritrovamento di destinatari reali, è qualcosa che ritengo imprescindibile.

Sguardi

La teologia ritroverà dei destinatari reali solo se il suo discorso non è fine a se stesso, se non coltiva soltanto dibattiti teologici ma se offre un contributo alla comprensione della situazione in cui tutti viviamo. L’accento cade qui sulla parola “contributo”. La teologia si deve congedare dal tentativo di voler spiegare il mondo e deve inserirsi in un forum democratico di diverse forme del sapere. Ogni forma del sapere può offrire solo un contributo, ma non può controllare la sfera pubblica dello scambio.

La teologia ha sicuramente un tesoro prezioso che può mettere a disposizione in vista di ciò. Un disarmo della teologia vuol dire riconoscere che questo tesoro, a cui essa non può rinunciare e verso il quale ha un dovere, non appartiene solo a lei e non sta solo nelle sue mani, bensì è un bene di tutti.

Caro Marcello, ti ringrazio per aver aperto la discussione su Settimananews e spero che essa continui con ulteriori approfondimenti.

Cordialmente,

Jakob Deibl

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