
C’è una tensione profonda al cuore della vita consacrata che raramente viene nominata apertamente: la presenza di persone omosessuali tra preti, religiosi e religiose, e il silenzio quasi totale su questa realtà. Non si tratta di un segreto – psicologi, formatori, sociologi, teologi e chiunque conosca la vita interna delle istituzioni ecclesiastiche ne è consapevole – ma di un non-detto strutturale che produce conseguenze concrete e spesso dolorose.
Il paradosso è evidente: la Chiesa ha compiuto passi significativi nel riconoscere la dignità delle persone omosessuali nel mondo laicale. Il Catechismo parla di accoglienza con rispetto e delicatezza, l’Amoris Laetitia di Francesco ha aperto spazi di discernimento pastorale più ampio, e documenti recenti come Fiducia Supplicans hanno ampliato ulteriormente questi confini. Eppure, all’interno delle strutture ecclesiali, vige un doppio silenzio: quello imposto dall’istituzione e quello interiorizzato dalla persona stessa.
La sessualità come dimensione costitutiva non accessoria
La sessualità non è un optional dell’esistenza umana. Non è una funzione biologica separabile dal resto della persona, né un dato meramente comportamentale che si possa semplicemente “disattivare” con un voto o una promessa. La psicologia contemporanea – ma anche una seria antropologia teologica – riconosce che la sessualità è una modalità dell’essere nel mondo: il modo in cui ci relazioniamo, desideriamo, ci leghiamo agli altri, costruiamo intimità, viviamo la vulnerabilità. Essa attraversa la nostra affettività, il nostro corpo, la nostra spiritualità.
Dire che una persona è omosessuale – o eterosessuale – non descrive solo chi attrae sessualmente, ma qualcosa di più profondo: una struttura relazionale del sé.
Questo significa che il voto/promessa di celibato – che riguarda il comportamento sessuale e la rinuncia alla vita coniugale – non tocca, e non può toccare, l’orientamento sessuale. Un prete omosessuale continua ad essere omosessuale dopo l’ordinazione esattamente come prima. La questione non è se questa dimensione esiste, ma come viene abitata, integrata, e riconosciuta.
Il non-riconoscimento come ferita psicologica e spirituale
Qui emerge la dinamica più critica. La psicologia che studia l’identità ha mostrato che il riconoscimento è una necessità fondamentale dello sviluppo umano: non siamo individui isolati che costruiscono la loro identità dal nulla, ma esseri che si costituiscono attraverso lo sguardo dell’altro. La filosofia del riconoscimento, poi, ha dimostrato come la negazione del riconoscimento produca lotte, distorsioni del sé, e dinamiche di umiliazione interiorizzata.
Applicando queste teorie al nostro tema, il meccanismo che si innesca è il seguente: un religioso/a omosessuale che vive in un’istituzione che nega o minimizza strutturalmente la sua identità si trova in una condizione di scissione identitaria. È chiamato a vivere l’integrazione evangelica della persona – che è il cuore della vita consacrata – mentre una dimensione fondamentale di sé rimane nell’ombra, non nominabile, non condivisibile, non integrabile.
Le conseguenze di questa scissione non sono neutre. Se la vergogna che si vive per questa situazione viene interiorizzata produce una relazione conflittuale con il proprio corpo e il proprio desiderio, che non spariscono ma vengono repressi o dissociati. La ricerca di compensazioni affettive può tradursi in rigidità dottrinale, scrupolosità morale, o al contrario in una doppia vita che vive nell’ombra ciò che nega alla luce. Infine, la solitudine strutturale – non poter condividere autenticamente con il proprio superiore e i propri confratelli quello che si vive – isola la persona in un modo che va ben oltre la solitudine fisiologica del celibato.
Le “derive” come sintomo di un’integrazione mancata
Non si tratta di esprime un giudizio morale sulle persone, ma di una costatazione di fatto: ciò che non viene integrato ritorna, spesso in forma distorta.
La storia della psicologia – da Freud in poi, con tutte le necessarie revisioni critiche – ha documentato abbondantemente il meccanismo della formazione reattiva: il soggetto che non può accettare una parte di sé tende a combatterla con particolare acrimonia.
La mancata integrazione della sessualità può produrre ad una rigidità antropologica: una teologia del corpo e della morale sessuale vissuta non come proposta liberante ma come sistema di controllo, in cui il proprio conflitto interiore si proietta all’esterno sotto forma di giudizio.
Si parla anche di una dipendenza dall’autorità e dal ruolo: quando l’identità personale non è integrata, il ruolo istituzionale diventa l’unica fonte di autostima e riconoscimento, producendo forme di clericalismo e di arroccamento sul potere. Si hanno, inoltre, difficoltà nelle relazioni di cura: il prete o il religioso/a che non ha fatto pace con la propria affettività fatica a stare con l’affettività degli altri in modo libero e non compulsivo.
Celibato integrato versus celibato represso
Vale la pena distinguere con precisione. Il problema non è il celibato in sé, né l’omosessualità in sé. Il problema è il celibato non integrato, che è cosa diversa.
Un celibato autenticamente libero – quello che la tradizione spirituale descrive come un “dono” e non solo come una rinuncia – presuppone che la persona abbia fatto i conti con la propria affettività e sessualità, non che le abbia rimosse. I grandi mistici e i grandi pastori della storia cristiana erano persone di straordinaria intensità affettiva: Agostino, Francesco, Teresa d’Avila, don Bosco. La loro castità era feconda proprio perché non era negazione del desiderio ma sua trasformazione consapevole.
Questo percorso di integrazione è possibile per una persona omosessuale consacrata, ma richiede che essa possa riconoscersi in ciò che è, trovare spazi di condivisione autentica, e sviluppare un linguaggio interiore che non sia fatto solo di colpa e di silenzio. Laddove questo spazio non esiste – né nella formazione, né nella direzione spirituale, né nella vita comunitaria – il celibato rischia di diventare non una forma di libertà ma una forma di autoannientamento travestito da virtù.
Verso una proposta: il coraggio del riconoscimento
Cosa significa prendere sul serio questa realtà a livello istituzionale?
Significa avere il coraggio di un discorso ecclesiale adulto sull’identità sessuale dei consacrati/e: non per risolvere questioni dottrinali che restano aperte e complesse, ma per togliere il peso del silenzio e dell’invisibilità da persone che spesso servono la Chiesa con grande dedizione e che meritano di farlo interi, non spezzati.
Le istituzioni, invece, che pretendono di fare a meno di una dimensione fondamentale della realtà umana non la eliminano, semplicemente la cacciano dalla porta, e rientra dalla finestra in forme meno governabili. La Chiesa, che ha al suo cuore una visione dell’incarnazione – Dio che prende sul serio la carne, la vulnerabilità, la concretezza dell’umano – possiede in realtà le risorse teologiche per affrontare questa sfida in modo più audace di quanto finora abbia fatto.
Non si tratta di cambiare la dottrina, né di risolvere tutte le tensioni teologiche in un colpo solo. Si tratta di smettere di fingere che il problema non esista, e di credere che la verità – anche quella scomoda – sia, alla fine, più liberante del silenzio.
Don Giorgio Bozza è docente stabile di Teologia morale presso l’ISSR di Padova e la Facoltà Teologica del Triveneto






Per quel che ne so io, mi sembra che da gran tempo si siano aperti varchi prima e spalancate porte poi al riconoscimento di consacrati e consacrate con tendenze omoaffettive. Dipende molto anche dal grado medio di cultura dell’ambiente umano dei singoli Istituti (in tanti vediamo quanto sia ancora molto vario), dalle caratteristiche spirituali e storiche della tradizione religiosa a cui ci si riferisce (storie di grandi amicizie all’origine di fondatori e fondatrici) e dal cammino umano e spirituale dei singoli. Mi permetto, inoltre, di rilevare ciò che mi sembra eccessivo in tutto il dibattito, dentro e fuori la Chiesa, sulla tendenza sessuale delle persone: tutti comprendiamo come la sessualità sia pervasiva ma siamo poi così sicuri che debba costituire quasi l’ultima, se non l’unica, definizione della persona stessa?
Infatti le definizioni di eterosessuale e omosessuale sono datate e limitanti. Omoaffettivi (ed etero affettivi) che lei usa correttamente è una definizione molto più ampia e corretta.
“Non si tratta di cambiare la dottrina”, dice l’articolo. Mi pare che se non si cambia la dottrina, per quanto complicato in questa Chiesa bloccata su tutto, ben difficilmente si possono affrontare con la necessaria coerenza i temi relativi all’omosessualità nella Chiesa, sia tra i laici che nei religiosi.
E’ così.
Bisogna avere il coraggio di dirlo.
Come su altri temi (libertà religiosa, ecumenismo, culto, primato petrino) anche nell’ambito della morale sessuale e matrimoniale è in atto, ed in parte è già avvenuto, un cambiamento della dottrina della chiesa cattolica.
E’ evidente.
Il cambiamento, anzi più corretto l’allentamento perché il concetto di morale è identico, nella Chiesa sembra correre parallelo ai progressi medici nei confronti delle malattie sessuali di carattere epidemico, a dimostrazione che una certa rigidità, non era gratuitamente eccessiva, ma aveva una possibile funzione profilattica.
Mi pare che la sifilide corresse veloce già nel 1500 fra gli eterosessuali nonostante la rigidità morale contro gli omosessuali. Queste che lei dice mi paiono sciocchezze sig. Di Simone.
E’ evidente che la difficoltà di accettarsi prima di diventare prete crei poi problemi una volta diventati preti. Poter parlare di sè senza rischiare di essere buttati fuori dal seminario diventa quindi molto importante. Chi decide di rimanere celibe per il regno omo o etero che sia deve essere consapevole di sè e sereno con la propria condizione. Se per ragioni di pregiudizio esterno questa consapevolezza non matura e manca serenità (e vale per gli etero me soprattutto per gli omo viste le difficoltà sociali di accettazioni ancora ben presenti) il rischio di fare danni è notevole.
Credo che la frase centrale di questo testo sia: “Vale la pena distinguere con precisione. Il problema non è il celibato in sé, né l’omosessualità in sé. Il problema è il celibato non integrato, che è cosa diversa”. Quindi se l’autore si esprime così a metà del testo, non serve tutta la prima parte sull’omosessualità nel clero/vita consacrata (maschile ma anche femminile?). Non serve perché nella scelta celibataria è tutto l’orientamento sessuale di una persona a venire in questione. Discutere di “integrazione” distinguendo tra eterosessualità ed omosessualità (che poi non sono le due uniche possibilità…) non mi sembra corretto, oggi. Bisognerebbe avere il coraggio di chiedersi se abbia senso il celibato e la rinuncia all’esercizio della sessualità, utilizzando non la teologia ma le acquisizioni scientifiche più aggiornate. Perché l’integrazione dei diversi aspetti della persona, è un percorso che dura tutta la vita e non si risolve una volta per tutte. Per questo (anche per questo) le distinzioni sono sbagliate e le persone quando compiono “libere” scelte che vanno contro le stesse caratteristiche umane, devono porsi molte e ininterrotte domande.
Quanto scrive don Giorgio lo trovo molto ragionevole e condivisibile. Tuttavia mia sia permesso un piccolo appunto: non additerei certi santi come esempi di celibato integrato. Il motivo è semplice: in certe epoche della storia era normale fare uso del cilicio. Le stesse fonti francescane dicono che Francesco abbia fatto uso del cilicio. Non per questo è santo sia chiaro! Ma attenzione a proporre modelli di celibato integrato: si rischia anacronismo e anche, senza offesa, retorica.