Il destino del Libano

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libano11

Le operazioni militari proseguono, ma Israele e Libano provano a risolvere il loro conflitto con un negoziato diretto, con Stati Uniti e Francia come facilitatori: è questa la novità.

Colloqui tra una delegazione libanese, a livello politico e militare, e una analogamente formata da Israele sono stati tentati mesi fa, ora si prova a salire di livello e Beirut per alcuni sarebbe pronta a entrare nei patti di Abramo, riconoscendo Israele.  Molte voci asseriscono che sarebbe un punto quasi convenuto, nel piano libanese come nei piani americano e francese, quest’ultimo teso a evitare una prolungata occupazione del sud del Libano da parte di Israele, a sostegno dunque delle richieste di Beirut: Israele per Beirut e Parigi dovrebbe ritirarsi dai territori occupati in questi giorni e l’accordo concludersi in breve tempo.

Gli Stati Uniti insisterebbero di più sull’urgenza di disarmare rapidamente Hezbollah. Intanto, i profughi dal sud del Libano e da Beirut sud sono già più di un milione. Dunque mentre si combatte c’è una sorta di pre-negoziato che affronta questi problemi: come disarmare Hezbollah? Chi ne sarà incaricato questa volta?

Si parla di sostegni internazionali all’azione intestata all’esercito libanese, che qualcosa ha già fatto. Ma c’è altro: cosa si farà dei territori dove questa milizia è insediata da anni? Tutto difficilissimo.

Eppure aumentano i colloqui, che ora coinvolgono l’Arabia Saudita che ha chiesto una de-escalation regionale. La frase di un militare israeliano citata da molti è “faremo come a Gaza” sembra indicare cosa voglia evitare Beirut. E Hezbollah? Loro sono contro.

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Per capire appieno il versante libanese bisogna trovare un punto a cui attaccare il nostro chiodo. Io dico che può essere utile scegliere il 2000.

Nel 2000 Israele si ritirò dal sud del Libano, ponendo termine a quasi due decenni di occupazione militare.  L’occupazione era stata il teatro nel quale Hezbollah era emersa negli anni Ottanta, divenendo pian piano sempre più forte, nel nome della resistenza. Ma quel teatro resistenziale, da parte libanese, non era deserto. C’erano diversi soggetti della sinistra libanese che combattevano gli occupanti stranieri. Le armi arrivavano attraverso la Siria da Mosca.

Ma molti racconti e testimonianze circostanziate ci dicono che Damasco interruppe questo afflusso d’armi per favorire Hezbollah, su richiesta iraniana. Le due “resistenze” non differivano poco: la prima era libanese, la seconda si definì subito “resistenza islamica” ispirata da Khomeini e finanziata e organizzata dai pasdaran tramite l’ambasciata iraniana a Damasco.

L’equivoco dunque era già chiaro: cosa voleva dire Hezbollah parlando di resistenza islamica? Non riguardava, ad esempio, un territorio dove abitavano, allora come oggi, anche cristiani (che in piccola parte collaborarono con l’occupante)?

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Il nodo emerse in tutta la sua chiarezza proprio nel 2000. Hezbollah, davanti al ritiro israeliano dal sud del Libano, non voleva disarmare e infatti fu creato un equivoco cartografico per sostenere che il ritiro non era completo, c’erano delle piccole fattorie divenute famose, le fattorie di Shebaa, da cui Israele non si ritirava.

Dunque la resistenza doveva restare in armi. Il nodo è complesso, si tratta di un’area al confine tra Libano, Siria e Israele che molti sostengono fosse siriana, parte del Golan siriano occupato da cui Israele non si ritirava. Una cessione notturna dalla Siria al Libano di quelle fattorie avrebbe aiutato a legittimare la posizione di Hezbollah.

Così la situazione creatasi in Libano dopo la fine della guerra civile libanese nel 1990, e cioè che Hezbollah era la sola milizia a restare in armi mentre tutte le altre, al tempo numerose, disarmavano per consentire allo Stato di tornare sovrano, restava realtà anche dopo il 2000.

Questo ha creato un problema a Israele, ma anche un problema nazionale al Libano. Era quel Paese padrone della sua politica nazionale di difesa?  O la aveva confiscata Hezbollah?

Dunque la resistenza nel sud, di cui Hezbollah aveva ottenuto in esclusiva la gestione grazie alla Siria (e all’Iran) non finiva con il ritiro ottenuto nel 2000. Avrebbe potuto essere il fiore all’occhiello di Hezbollah, ma la storia non è andata così. Ricordo che qualcuno parlò anche dell’ingresso dei miliziani nell’esercito nazionale. Sarebbe stato un esercito forte, con deterrenza, ma comandato da chi? Con quali obiettivi?

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Quando Hezbollah, obbedendo alle indicazioni con ogni evidenza giunte da Damasco, uccise con un’autobomba nel centro di Beirut nel 2005 l’ex premier libanese Rafiq Hariri i superstiti dubbi finirono: che l’impostazione iraniana fosse difensiva o offensiva, Teheran con l’aiuto di Damasco aveva costruito un suo avamposto militare a Beirut, sul Mediterraneo.

Questo avamposto iraniano (non libanese), per chi crede alla visione offensiva, doveva servire a esportare la rivoluzione iraniana; per chi crede alla visione difensiva, doveva servire a impedire attacchi  all’Iran. Comunque sia, Hezbollah non ha nulla a che fare con il Libano.

Ecco perché a differenza degli Houti dello Yemen, Hezbollah quando è stato richiesto di attaccare per aiutare il regime iraniano non ha potuto né voluto sottrarsi. Un gruppo gravemente indebolito, in un Paese economicamente devastato dalla crisi economica e dalla guerra del 2024, provoca il nemico, e ne determina l’intervento militare con forza assai superiore alla propria?

Uno dei più importanti giornalisti libanesi, Michel Hajj Georgiu, ha scritto che è come pensare che Cuba attacchi gli Stati Uniti, Taiwan provochi militarmente la Cina, la Grecia faccia incursioni in Turchia.

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Per costruire una forza di migliaia di miliziani, sostenuta nella popolazione sciita, non servivano solo i soldi, l’organizzazione, le armi, le branche caritative per il sostegno delle famiglie nel bisogno, occorreva anche una potente ideologia religiosa.

E questa sta nella dimensione apocalittica della leadership di Hezbollah. Questa crede che il martirio avvicini il giorno della vittoria del bene, che arriverà quando l’Imam che vive nell’occultamento tornerà, alla fine dei tempi.

Khomeini sosteneva che quel tempo mediano in cui l’Imam è nell’occultamento può essere portato nel nostro tempo dai martiri, che lo popolano con la loro testimonianza.

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