Iran e sciismo iraniano

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Non si può parlare dell’Iran senza avere un’idea dello sciismo iraniano. È uno dei motori dell’identità iraniana, insieme al nazionalismo.

Il nazionalismo lo capiamo meglio: dire che gli iraniani sono consapevoli di quattro millenni di storia ci è comprensibile, e ci aiuta a capire che l’attesa sollevazione popolare contro il regime potrebbe non esserci ancora stata anche per questo, oltre ai timori per le molte vittime civili, per la distruzione di molti simboli del Paese, della sua identità, come Palazzo Golestan che stava lì dai tempi della dinastia Qajar (che governò dal 1794).

Ma anche la questione sciita è importante perché riguarda la base del regime, che c’è, ma non solo quella. Lo sciismo è componente dell’Iran nella storia. Cambiare regime (regime change) vuol dire avere una proposta con cui sostituire il sistema attuale. Altrimenti c’è il rischio di una “distruzione del regime”, senza idee sostitutive.

Bisogna partire dall’islamizzazione dell’Iran, con le conquiste arabe del VII secolo. Il processo fu graduale, ma si scelse da subito la costola sciita, quella minoritaria rispetto al mondo arabo sunnita. È un fatto che non può non essere considerato. Come non può essere sottovalutata l’epoca khomeinista, la storia recente.

Sommosse popolari

Ma questa storia, anche nel no al regime, sebbene più o meno abbiamo imparato a conoscerla, va interpretata. Ritengo che se ricordiamo le grandi sollevazioni popolari susseguitesi dal 2009, esse ci indicano uno sviluppo popolare importante.

Si cominciò nel 2009, “l’onda verde” contro i brogli che fecero rieleggere Ahmadinejad: dunque, allora si era per la riforma del regime, fuori il volto arcigno e sconfitto nelle urne, dentro quello riformista di Mousavi, scelto dal voto popolare non capovolto dai brogli di Stato.

Il riformismo era emerso con l’inattesa vittoria delle presidenziali da parte di Khatami, teorico dell’incontro di civiltà. Il riformismo ha avuto in Khamenei un fermissimo avversario, molti ricordano che avrebbe più volte sostenuto che l’esempio di Gorbaciov dimostrava il destino dei riformismi.

Dopo quei brogli e la repressione dell’“onda verde” si è arrivati all’altra grande protesta nazionale dopo l’assassinio di Masha Amini, il 16 settembre 2022. È nota in tutto il mondo, la ragazza di 22 anni arresta e torturata dai pasdaran perché non portava il velo in modo corretto. Quell’enorme protesta, poi chiamata “Donna, vita, libertà”, andava dunque più in là del riformismo e sfidava uno dei due pilastri su cui si fonda il regime: il velo (l’altro è “morte a Israele, morte agli Stati Uniti”).

Poi tra dicembre dello scorso anno e gennaio la protesta ha detto no al regime tout-court. Ma per molti esponenti del movimento “Donna, vita, libertà”, parte di questo nuovo movimento, il cambio lo volevano realizzare loro, con le loro mani, pur non avendo una leadership consolidata.

Un segnale importante giunse dal vincitore detronizzato dal regime nelle elezioni rubate per imporre Ahmadinejad, quel Mousavi che da allora è agli arresti domiciliari. Lui scrisse che l’ora del regime era suonata, il loro tempo era finito dopo l’orrenda carneficina di iraniani. Dovevano andare a casa e indire un referendum costituzionale. Mancavano pochi giorni, o poche ore, allo scoppio della guerra.

La proposta di Mousavi non è stata ascoltata, ovviamente, e allora con la guerra in atto non è possibile ignorare l’anima, la sostanza del regime che si combatte (e non solo di esso). Bisogna sforzarsi e farsi un’idea. Bisogna parlare di sciiismo e poi di sciismo e rivoluzione.

Ogni giorno è Ashura, ogni luogo è Karbala

La distinzione è importante perché possiamo definire il khomeinismo “un’eresia”, visto che nessuna scuola teologica, a cominciare dalla principale, quella di Najaf, ha riconosciuto il principio teocratico del governo del giurisperito o giureconsulto su cui si basa il sistema khomeinista.

In sostanza lo possiamo riassumere così: nell’Islam sciita duodecimano, l’Imam nascosto o occultato è Muhammad al-Mahdi, il dodicesimo e ultimo Imam, che si ritiene sia entrato in uno stato di occultamento per volontà divina nell’874 d.C., 260 dell’Egira. Nell’attesa del suo ritorno le sue funzioni sono svolte dal giureconsulto, cioè da Khomeini e dai suoi successori nella guida della rivoluzione, che sostanzia la teocrazia e ha prodotto la struttura teocratica, uffici e consigli che affiancano la struttura repubblicana, con Parlamento e Presidenza della Repubblica.

Dunque due sistemi paralleli, dei quali però uno prevale sull’altro. È la teocrazia, non riconosciuta dal pensiero sciita non khomeinista. Ecco dunque la distinzione che qui superficialmente si fa tra sciismo e sciismo rivoluzionario.

Per tutto lo sciismo, non solo per quello rivoluzionario, ci sono due vocaboli fondamentali: Karbala e Hussein. Questi vocaboli sono fondamentali per tutti gli sciiti.

Ali Shariati, il vero ideologo della rivoluzione iraniana, che per me – seguendo diversi studiosi – va definito a posteriori rivoluzionario anti-khomeinista, creò lo slogan decisivo: “ogni giorno è Ashura, ogni luogo è Karbala”. Ashura è il tempo del calendario nel quale cade la commemorazione del martirio dell’imam Hussein, figlio del capostipite degli sciiti Ali, IV Califfo e primo Imam per gli sciiti, entrambi assassinati dagli armati della dinastia islamica che emerse vincente, gli Omayyadi da allora guida dei sunniti.

Quello di Hussein è il martirio fondante. Per Shariati gli sciiti dovrebbero commemorare ogni giorno il martirio di Hussein, la sua lotta contro il potere corrotto, nel nome della fede, degli oppressi. Questo vuol dire “ogni giorno è Ashira”.  “Ogni luogo è Karbala” invece vuol dire che quel martirio diviene prassi di vita quotidiana.

Di che martirio parliamo? Ali Shariati definì chiaramente il martirio di Hussein. Basta leggere i suoi sermoni per scoprire che nel suo racconto diretto alla folla di giovani che lo ascoltava a Teheran prima del ritorno di Khomeini, Hussein veniva presentato come un martire disarmato, privo di scorta armata, aveva con sé solo parenti, donne, bambini, nessun altro, nient’altro; per esplicita scelta.

Il suo martirio era dunque un atto di testimonianza nonviolenta.  È un testo chiarissimo che apre le porte all’ipotesi di possibili influenze cristiane, forse delle lezioni del suo maestro Louis Massignon, del quale era stato studente e discepolo devoto.

Khomeini: invadere il tempo mediano

Il martirio khomeimista è tutt’altra cosa, direi l’opposto. Il martirio khomeinista punta, guarda, aspira all’Apocalisse. È un martirio armato, inventa i kamikaze, mai sentiti prima nell’Islam. Il martirio khomeinista vuole invadere il tempo mediano, quello in cui l’Imam vive nell’occultamento da secoli in attesa del ritorno, alla fine dei tempi: i martiri vi hanno accesso, per dare lì testimonianza a Dio e avvicinare così la fine dei tempi, la vittoria del bene.

Di certo questa ideologia apocalittica si trasferisce alle strutture militari dello Stato di cui abbiamo parlato, in parte westfaliano, in parte rivoluzionario. Nella Repubblica islamica l’esercito è l’esercito dello Stato, i pasdaran sono l’esercito della rivoluzione, della resistenza. Dunque loro operano anche all’estero, vi rendono attiva questa resistenza e, infatti, hanno creato degli avamposti miliziani ben noti in Iraq, Siria, Libano, nello Yemen – e i fatti recenti ci potrebbero parlare anche del Pakistan.

L’esportazione della resistenza

Così è nato “l’asse della resistenza”, il tentativo totalizzante (a seguito di una questione sociale che andrebbe raccontata) di una loro identificazione con tutte le lì esistenti comunità sciite. La Repubblica islamica infatti è il primo Stato al mondo che ha sposato la resistenza come propria forma, offensiva o difensiva cambia per interpretarla, ma non per vederla.

È quello che si tenta di fare già in Libano, dove i segnali di distinzione tra gli sciiti dai miliziani khomeinisti dei giorni trascorsi probabilmente svaniscono sotto gli ordini di evacuazione generalizzati e l’occupazione terrestre ai suoi inizi. Una soluzione negoziale, difficile, sarebbe importante anche per questo e anche per questo l’invasione di terra sarebbe un problema.

Ma non per i teorici della resistenza, che infatti osteggiano il negoziato: la guerra deve espandersi, cercare un bacino d’utenza in tutto il mondo sciita – questo è coerente con l’ideologia religiosa apocalittica. In ballo però ci sono comunità, civili, territori: i rischi sono chiari. E non c’è solo il Libano.

Complessità sciita, complessità del mondo

Il khomeinismo non è lo sciismo, questo è noto. Ho voluto citare l’esempio lontano di un altro sciismo rivoluzionario, quello di Ali Shariati, sapendo che non è l’unico.

C’è anche il campo non rivoluzionario. Ma quel pensiero, da alcuni capito come fondamentalista, da altri in modo opposto, era un pensiero ibrido, influenzato da Massignon, da Sartre, da Camus, da Fanon, come da altri. Era un ibrido che portava la complessità sciita nella complessità del mondo moderno e viceversa.

È una prospettiva da non perdere. E per farlo occorre distinguere l’Iran e il mondo arabo, dove gli sciiti sono ancora oggi al centro di una importante questione sociale che i khomeinisti hanno aggravato, con ovvie configgenti complicità.

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