Rosmini, i papi e la carità intellettuale

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È vero, l’intelligenza artificiale, opera a una velocità estrema, superando molto spesso – e di gran lunga – le prestazioni umane nel processamento delle informazioni. Tuttavia, lungi dal preannunciare la fine dei filosofi e dei teologi, questo perché – direbbe il filosofo e teologo Antonio Rosmini, di cui il 24 marzo ricorre il 229° anniversario della nascita [1797-2026] – l’intelligenza artificiale non potrà sovrastare l’uomo perché quest’ultima manca della carità intellettuale. E, inoltre, perché la velocità di elaborazione non svelerà mai la struttura dell’errore dei pensanti e tantomeno una sistemazione del sistema della verità, in grado di fornire una solida base per l’unità tra filosofia e teologia.

Rosmini fra filosofi e teologi, rimane uno dei più ammirati dai Pontefici e in più stimatissimo dal mondo accademico. Un legame con i Pontefici di oltre duecento anni (1823-2026), tra sollecitazioni e indicazioni. Da Pio VII a Benedetto XVI a papa Francesco e, da ultimo, papa Leone XIV, che ha indicato il beato Rosmini, nell’Esortazione apostolica Dilexi te, tra i testimoni santi, tra gli altri, insieme a san Giovanni Crisostomo e sant’Agostino. Scrive il Pontefice al paragrafo settanta: «il beato Antonio Rosmini fondò l’Istituto della Carità, in cui la “carità intellettuale” – assieme a quella “materiale” e con all’apice quella “spirituale-pastorale” – veniva presentata come dimensione indispensabile di qualsiasi azione caritativa che mirasse al bene e allo sviluppo integrale della persona»[1].

Nato a Rovereto il 24 marzo 1797 e morto a Stresa il 1° luglio 1855, Antonio Rosmini dedicò la sua vita a studi di filosofia, politica, ascetica, pedagogia. Compiuti gli studi giuridici e teologici presso l’Università di Padova, prese l’ordinazione sacerdotale nel 1821. Da subito dimostrò grande interesse e inclinazione per gli studi filosofici, incoraggiato in tal senso da papa Pio VIII, che gli chiese di condurre gli uomini alla religione tramite la ragione, e più di una volta si schierò contro ingannevoli e fallaci movimenti di pensiero quali il sensismo e l’illuminismo. Fondò l’Istituto della Carità e quello delle Suore della Provvidenza, pensati e voluti come ambienti propizi alla formazione umana, cristiana e religiosa di quanti ne avessero condiviso lo spirito, adattandosi alle contingenze storiche, civili e culturali del suo tempo.

Paolo VI, in occasione dell’udienza del 12 gennaio 1972, lo definì «profeta» che, in anticipo di un secolo, sente e individua problemi dell’umanità e pastorali, sviluppati in futuro nel Concilio Vaticano II. A tal proposito, il 18 novembre, oltre ad essere la data della sua beatificazione, rappresenta anche il giorno in cui il religioso della Val d’Ossola iniziò la stesura della sua opera più nota, Le cinque piaghe della santa Chiesa[2], considerata precorritrice dei temi conciliari. Una di queste faceva molto soffrire Antonio Rosmini: la separazione tra fedeli e clero durante le funzioni liturgiche, per l’impossibilità dei primi di seguire le preghiere formulate in latino, avanzando la proposta di seguire le lingue proprie di ogni popolo. Per la novità di alcune sue idee sulla riforma della Chiesa, l’opera fu messa all’Indice nel 1849 con tutte le polemiche che ne seguirono.

Solamente con Giovanni Paolo II avviene la completa riabilitazione della sua figura. Nella lettera enciclica Fides et ratio, il predecessore di Benedetto XVI annovera Rosmini «tra i pensatori più recenti nei quali si realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio», concedendo l’introduzione della causa di beatificazione. Precedentemente anche Giovanni XXIII, negli anni prossimi alla sua morte, fece il ritiro spirituale sulle rosminiane Massime di perfezione cristiana[3], ideate per definire il fondamento spirituale sul quale tutti i cristiani potessero garantirsi un cammino sulla perfezione, assumendole come propria regola di condotta.

Non indifferente al pensiero di Antonio Rosmini fu Paolo VI, come già detto: in occasione del 150° anniversario di fondazione dell’Istituto della Carità, inviò un messaggio all’allora padre generale, in cui elogiava l’intuizione rosminiana nel dare un grande peso alla missione caritativa già nel nome assegnato all’istituto. Il suo successore, Giovanni Paolo I, si laureò in sacra teologia all’Università Gregoriana di Roma con una tesi su L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini[4].

La congregazione Istituto della Carità venne fondata nel 1828 presso il santuario del Monte Calvario a Domodossola, con approvazione pontificia di Gregorio XVI nel 1839. Formato da sacerdoti e laici con voti semplici e perpetui ma anche da religiosi e vescovi «ascritti», l’organismo nacque con finalità ben precise: l’esercizio della carità universale, unione di quelle forme che Rosmini ordina in «carità spirituale», «carità intellettuale» e «carità temporale». Un ordine tuttavia suscettibile di cambiamenti a seconda delle esigenze espresse dal prossimo. Successivamente, nel 1832, vennero fondate le Suore della Provvidenza, il cui carisma non si differenzia dal ramo maschile[5].

In un certo qual senso, Leone XIV invita tutti a vivere la carità nella verità, collaborando e aiutando la coscienza degli uomini dei nostri giorni a riscoprire il senso totale e soprannaturale della propria realtà, nel quale ognuno è chiamato, senza distinzione di ruoli sociali a sintonizzarsi con la propria azione di vita verso il prossimo, quel prossimo che non scegliamo noi ma che incontriamo nell’ordinaria e semplice quotidianità.

Poiché spiegava Rosmini: «la carità è via alla verità e sua pienezza, la Società che prende il nome dalla carità deve custodire in modo preclaro, contemplare e indagare la verità, ed essere ottima ed instancabile promotrice della cognizione della verità fra gli uomini. Di qui deriva il genere di carità che abbiamo chiamato intellettuale, il quale tende immediatamente a illuminare e arricchire di cognizioni l’intelletto umano» (Costituzioni dell’Istituto della Carità, n. 799)[6].

E sul riconoscimento dell’urgente necessità della «carità intellettuale», per l’intera umanità, papa Leone XIV, ha avuto in particolare, un illustre predecessore, Pio VIII che, in udienza dallo stesso il 15 maggio 1829, esortava il Roveretano dicendogli: «È volontà di Dio che ella attenda a scrivere libri: tale è la sua vocazione. Ella maneggia assai bene la logica, e la Chiesa al presente ha bisogno di scrittori che possano farsi temere. Per influire utilmente negli uomini non rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per questa condurli alla religione. Si tenga certa, che ella potrà recare al prossimo assai maggior vantaggio occupandosi nello scrivere, che non esercitando qualunque altra opera del sacro ministero» (A. Rosmini, Introduzione alla filosofia)[7].

È la prospettiva di uno degli ultimi «pensatori integrali» dell’umanità, quella di Rosmini, attento alla crescita e alla promozione della persona, così come Dio è uno in tre persone, come l’essere è uno in tre modi, così la carità verso il prossimo è una in tre forme temporale, intellettuale e spirituale. Pertanto, scrive Leone XIV: «Dobbiamo sentire l’urgenza di invitare tutti a immettersi in questo fiume di luce e di vita che proviene dal riconoscimento di Cristo nel volto dei bisognosi e dei sofferenti» (103)[8].


[1] L’Osservatore Romano, Rosmini e la carità intellettuale, lunedì 27 ottobre 2025, pag. 8.

[2] A. Rosmini, Delle cinque piaghe della Santa Chiesa, Roma, 1981, 1998².

[3] A. Rosmini, Massime di perfezione cristiana, Roma, 1976.

[4] Giovanni Paolo I, L’origine dell’anima umana secondo Antonio Rosmini, Edizioni Messaggero, 2011, Opera Omnia, vol. 1.

[5] Dicastero delle Cause dei Santi, Santi e Beati, Voce: Antonio Rosmini (1797-1855).

[6] A. Rosmini, Costituzioni dell’Istituto della Carità, Roma, 1996, n. 799.

[7] A. Rosmini, Introduzione alla filosofia, Città Nuova, Roma, 1979, pp. 30-31.

[8] L’Osservatore Romano, Rosmini e la carità intellettuale.

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