
Due “categorie” aristoteliche ancora presiedono ai nostri percorsi logici o logico-ontologici ordinari e consueti, a dispetto di tanti paradigmi innovativi moderni e, soprattutto, contemporanei: il “che cos’è?” e il “perché?”. Detto altrimenti: la sostanza e il nesso causa-effetto.
Gli studi di psicopatologia antropofenomenologica, poi, mi hanno spinto a soffermarmi su un’altra “domanda”: come? E, più in generale, la complessità e la pluralità di piani e dimensioni che condizionano il nostro comportamento, sano o patologico, inducono spesso a privilegiare il come? rispetto al perché?
Ecco, in ambito soprattutto politico ed etico, uno dei miei maestri, Salvatore Veca, nella sua ricerca filosofica ha preso le mosse dalle “modalità” di Kant, in particolare dalla tensione e dai variegati e mutevoli rapporti tra l’attuale, il possibile, il necessario. La priorità va all’attuale e, a partire da tale priorità, Veca esplora e valorizza il senso della possibilità, a cui è dedicata una delle sue ultime opere. Egli, ad esempio, non schiva a tal fine quelle che potrebbero apparire “astruserie teologiche”: Duns Scoto è forse il primo a concepire “le possibilità” non nei termini aristotelici della “potenza” rispetto all’“atto”, bensì come eventualità compresenti, proprie del “qui e ora”. Detto altrimenti: non in chiave diacronica, bensì sincronica. Discorso in seguito sviluppato da Leibniz.
Per Veca, in particolare, il possibile è l’intorno delle cose: una sorta di alone che caratterizza la realtà o – lo esprimo con vocaboli miei – uno sfondo pronto a balzare in primo piano.
E cosa sono le “modalità” se non un’articolazione del “come”?
Naturalmente, in Kant il discorso sulle “categorie” non è più ontologico: è, piuttosto, gnoseologico, riguardando l’organizzazione a opera dell’essere umano dei dati sensibili ordinati nel tempo e nello spazio, intesi come “forme a priori della sensibilità”.
Già, lo spazio: “il luogo”, la risposta alla domanda dove? Esso – come del resto il tempo (quando?) – è concepito dallo Stagirita come una “categoria” e rappresenta una mia più recente “riscoperta”, grazie soprattutto al pensatore e teologo ebreo André Neher (1914-1988), al filosofo del Québec Charles Taylor e a Massimo Cacciari. Poniamoci in ascolto del primo: «Genesi ed Esodo si incontrano al crocevia del Chi? e del Dove?». «Il problema dell’identità ebraica», infatti, non può essere affrontato a partire «dalla domanda: ‘Chi sei?’. L’Ebreo è in relazione con la prima domanda posta da Dio a Adamo nella Genesi: ‘Dove sei?’. Nella problematica ebraica ne è della stessa identità di Dio». Invece il Faraone, sollecitato da Mosè al fine della libertà degli ebrei, chiede: “Chi è Dio?”. Come dire: non Lo conosco. Spiega Neher: «Non puoi domandare: ‘Chi è Dio?’. Sarebbe negarlo. Tutto quello che puoi domandare è: ‘Dov’è Dio?’».
Taylor, dal canto suo, nella monumentale opera Sources of the self. The making of the modern identity, prende sì le mosse dalla domanda Chi sono io?, per poi scorgere la risposta innanzitutto nella mia (tua, sua) collocazione morale. Il Chi, cioè, viene tradotto in un Dove: dove sono, dove mi trovo? Qual è il mio spazio morale? E la “coordinata spaziale” incontra quella “temporale”: pormi il problema dell’orizzonte (il mio, il tuo, il suo) vuol dire rivolgermi a uno scopo. Proprio lì, nello scopo, si situano il senso, il significato della mia (tua, sua) vita.
Non solo: la “situazione originaria” dell’identità esige degli interlocutori. Non siamo figli del nulla, o del vuoto, piuttosto espressione di un contesto, di un ambiente, di un mondo. O, se vogliamo, di uno spazio comune, pubblico. Possiamo da esso scostarci; una frattura potrà da esso dividerci, come non di rado accadeva ai profeti o ai salmisti, e a maestri del pensiero come Socrate. Anche in ciò abbiamo tuttavia bisogno di una rete di interlocuzione, di forme di condivisione; altrimenti rischiamo di naufragare, di perderci nella follia.
E dunque: da dove parlo? e a chi mi rivolgo?
Si potrebbe osservare che, in Taylor, lo “spazio” venga inteso in senso metaforico. Non credo, tuttavia, che solo di metafora si tratti, in quanto viene evocata la collocazione morale di ciascuno di noi. Dove ci situiamo dal punto di vista morale? Tale interrogazione evoca lo spazio – il dove? – sicuramente in senso figurato, ma non (solo) come metafora. Il filosofo, anzi, estende il discorso: il nostro non è un situarci puntiforme – “mi trovo qui” piuttosto che “lì” –, bensì un percorso, una tendenza, un “moto a luogo”: “mi volgo verso” questo o quel “bene”, “a esso tendo”. Insomma: si tratterebbe di un terminus ad quem e di un movimento. Un movimento che possiamo narrare. Anzi, è proprio tale movimento a rendere possibile “il racconto”.
A sua volta, Massimo Cacciari riscopre il senso etimologico arcaico – ad esempio omerico – dell’intelligenza, del nous, del noein: andare, tornare (si guardi al nostos, il ritorno). Di nuovo la metafora (e non solo) spaziale: dove si situa tale andirivieni? Nell’aprirsi, nell’andare verso l’altro – così a me sembra – e nel tornare presso di sé, al fine dell’autoconoscenza e dell’autocoscienza: conosci te stesso! Un tentativo di rispondere alla domanda: chi sono? Ecco il nesso con il dilemma identitario: chi sono io? E dunque: dove sono?
Così l’interrogativo metafisico per eccellenza – che cos’è? –, passando per il “chi sono?”, si “spazializza” e si concretizza in un “dove sono?”, che è il quesito classico dell’ebreo errante, riferito anche al divino: “Dov’è Dio? Dove sei, Signore?”. Non solo: il Tu facilmente diviene un tu: “dove sei, amico/a mio/a?”. Che, di nuovo, corrisponde a: “chi sei?”. Immaginiamo una bimba o un bimbo di Gaza; nella sua situazione, l’unico, possibile quesito identitario è proprio quello “geografico”: “dove mi trovo?”. E la risposta più probabile credo che sia: “all’inferno”.
Del resto, nella Commedia dell’Alighieri la collocazione morale viene a coincidere con quella spaziale: o, detto altrimenti, il luogo corrisponde all’identità di ciascuna/o.
Soffermiamoci ancora sull’andirivieni: quel che io sono si definisce grazie al confronto con l’altro. Da qui il carattere fondamentale dell’andare verso di lui/lei: una sorta di corpo a corpo con l’alterità, senza il quale non si delineerebbe l’identità. Posso davvero conoscere me stesso dibattendomi con/contro l’altro. Dove si situa, tuttavia, la mia singolarità? Ecco il momento del “ritorno” in me, attraverso il quale acquisisco consapevolezza della mia differenza e unicità.
L’identità, dunque, è esprimibile in termini spaziali. E si tratta, io credo, di una possibilità più generale: per comprendere i fenomeni più diversi – dall’amore alle dinamiche politiche – e per provare a superare le aporie e le strettoie che il “che cos’è?” e il “perché?” mettono in evidenza, il “dove?” e il “come?” ci aiutano notevolmente. Cos’è l’amore? Il pensiero rischia di perdersi, dinanzi a una domanda del genere. Un po’ più agevole, forse, è provare a esprimere “come” esso si manifesti e “dove” sia, dove si possa rintracciare. Così, ad esempio, in forma di “pensiero poetante”, mi è capitato di scrivere: «Forse ho capito dove sia l’amore, / lì / fra l’eternità e il tempo. / È nel fluire dei giorni e dei decenni / è in pochi attimi / fuori dal tempo».
Non solo: il rigido nesso di causa ed effetto può più agevolmente trovare espressione nel moto per luogo: “attraverso”, “in virtù di”, “(passando) per” posso meglio comprendere e definire. Ne ho trovato degli esempi formidabili anche in Martin Heidegger, nel saggio L’origine dell’opera d’arte. Del resto, vocaboli come origine, sorgente, scaturigine rimandano essi stessi allo “spazio”, in particolare a una forma di “moto da luogo”: da dove? Al di là delle stesse distinzioni, così nitide nel capolavoro di Maurice Merleau-Ponty Fenomenologia della percezione, fra causa, ragione e motivo, possiamo scorgere nel “passaggio”, nell’“attraversamento” la possibilità di rendere i rapporti fra fatti, oggetti e situazioni nelle loro sfumature e nella loro delicatezza.





