
I padri del movimento liturgico avrebbero salutato con gioia la pubblicazione di trattati di teologia sacramentaria che tenessero in debito conto la sequenza rituale, che è la manifestazione, attraverso i segni e i simboli, del Mistero Pasquale e della presenza di Cristo già dall’inizio e, in un graduale crescendo, nelle «tre fondamentali dimensioni della sua presenza nell’Eucaristia come evento ed esperienza di Parola proclamata e ascoltata, come evento ed esperienza di preghiera eucaristica ecclesiale e come evento ed esperienza di comunione all’unico pane e all’unico calice» (A. Grillo Eucaristia. Azione rituale, Forme storiche, Essenza sistematica, p. 118).
Nuovi trattati di teologia sacramentaria
Negli anni Novanta, Vittorio Croce – e non solo lui –, aveva tenuto presente nel suo manuale Cristo nel tempo della Chiesa. Teologia dell’azione liturgica dei sacramenti e sacramentali e successivamente ne Il sacramento della Nuova Alleanza (2016), la necessità di tenere unite nella riflessione teologica sacramenti e liturgia, come auspicato dai pionieri del Movimento liturgico.
In realtà, nell’immediato post-concilio e negli anni Settanta e Ottanta, quella riflessione era proseguita con Marsili, Chauvet e tanti altri, insieme ad un approfondimento teologico inteso a far passare al rango di vera e propria teologia e con un proprio statuto epistemologico tutta la riflessione sulla sequenza rituale, da considerare come storia della salvezza in atto che «ci rende contemporanei con l’azione salvifica di Cristo, collocandoci nella presenza immediata della sua opera» (O. Casel).
Tuttora – come fa notare G. Zanchi – «è in atto un lavoro di ripensamento teologico del tema liturgico, a partire da legami di sistema tra la teologia del Sacramento, una teologia della liturgia e la teologia fondamentale» (Lo Spirito e le cose, p. 180).
Andrea Grillo, nel suo libro Liturgia Fondamentale. Un’introduzione alla teologia dell’azione rituale, ha contribuito a dare alla Liturgia una chiara dimensione teologica fondamentale, nella linea di tutta la riflessione dei padri del Movimento liturgico (Guéranger, Festugière, Beauduin, Guardini, Casel, Jungmann, Vagaggini, Marsili, Caronti), proseguita nel tempo dalle storiche riviste Ephemerides liturgicae (1887), Rivista Liturgica (fondata nel 1914 dall’abate Caronti), dalla più recente Rivista di pastorale liturgica (1963) e tuttora incessantemente approfondita da tanti liturgisti.
La sequenza rituale, nella sua funzione mistagogica e non didascalica, è intrisa di teologia, nella reciprocità della lex orandi e della lex credendi: la fede che plasma i riti e i riti che aiutano il popolo di Dio ad assimilare e a vivere la fede e le verità credute, anche se ciò avviene in maniera irriflessa, non categoriale.
Non si può fare teologia senza liturgia e viceversa, nella logica della lex orandi e della lex credendi che Cipriano Vagaggini spiegava così: «Il modo in cui si prega nella liturgia indica ciò che si deve credere, e ciò che si deve credere influisce sul modo di pregare… La liturgia è una manifestazione del magistero ordinario della Chiesa» (Il senso teologico della Liturgia, p. 477).
La sequenza liturgica non è però «la cornice cerimoniale di un contenuto dommatico»; piuttosto essa favorisce, attraverso la ripetizione rituale e l’esperienza sensoriale e comunitaria, l’assimilazione dei contenuti fondamentali della fede. Zeno Carra, con un riferimento a Festugière, afferma che «I riti sono la mediazione antropologica necessaria alla plasmazione del soggetto credente, quindi all’incontro della fede con il Dio invisibile» (Hoc facite, p. 125).
Difatti, «la percezione del mistero e della sua acquisizione nella struttura spirituale del credente, segue la “via lunga” dell’intelligenza per ritus et preces, attraverso tutte le condizioni spazio-temporali, verbali e non verbali con cui si dà ritualmente l’evento del mistero» (A. Grillo, Eucaristia…, p. 313).
Il rito funge da ponte fra il mistero celebrato, la teologia sottesa e l’interiorità del credente, rendendo la fede parte integrante dell’identità cristiana.
Non troppe spiegazioni
I riti che formano il cristiano conferiscono alla sua fede una postura interiore matura e responsabile, e ciò senza bisogno di tante spiegazioni: essi, infatti, parlano da sé perché «vi è nella Liturgia il dischiudersi di un’intelligenza del mistero attraverso le azioni rituali» (A. Grillo, Riti che formano, p. 32), purché siano svolte con nobile semplicità e trovino nei presenti le disposizioni per una partecipazione responsabile e quindi actuosa, vissuta cioè in modo pieno e vitale, con la mente, il cuore e il corpo, lasciandosi coinvolgere dal mistero celebrato.
È inutile quindi spiegare il significato dei vari riti che si svolgono, per esempio, nella celebrazione del battesimo. Le parole e i gesti che li accompagnano, nella loro sapiente trasparenza, guidano gli occhi e la mente ad intuire ciò che avviene: l’importante è fare bene quel che si dice.
A sua volta W. Kasper fa notare che, «per capire i sacramenti, bisogna farli parlare e farli agire su sé stessi. Serve a poco interrompere e spiegare continuamente la liturgia con commenti. Le parole possono anche uccidere i simboli. Se vengono compiuti come si deve, essi possono e devono parlare ed agire da sé stessi… Il celebrante deve mettersi da parte per far parlare la “cosa”, che in fondo non è una “cosa”, ma è l’incontro personale con Cristo, e far risaltare la bellezza interiore della liturgia. Questa bellezza non è un fasto esteriore, ma lo splendor veritatis, lo splendore della verità della stessa realtà eucaristica» (La liturgia della Chiesa, p. 187).
Potremmo dire, in sintesi, che nella sequenza è spalmata la teologia nella sua multiforme articolazione, non certo in forma didascalica, ma operando, sensim sine sensu, un’azione performante attraverso i riti che comunque formano, allo stesso modo delle vetrate istoriate – la cosiddetta Biblia pauperum –, che istruivano e formavano alla fede semplice ed essenziale il popolo di Dio attraverso il gioco suggestivo di immagini, colori e luce e la loro sequenza sapienziale.
Fin dai riti d’inizio
Il radunarsi non è un aggregarsi casuale di individui: ognuno ha deciso di muoversi da casa o, per lo meno, di voler comunque partecipare ad un rito anche occasionale, e ciò fa sì che si costituisca l’assemblea e gradualmente, lungo l’articolata sequenza rituale, la sensazione di far parte di una comunità che prende corpo in quel luogo e in quel tempo.
Nell’assemblea del popolo di Dio radunato per la liturgia si realizza e si rende visibile, infatti, la Chiesa e la presenza di Gesù in quel luogo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Gradualmente si viene aiutati a percepire anche la portata teologica, man mano che ci si libera da posture interiori che non facilitano la percezione di essere Chiesa.
Difatti, all’inizio può succedere che i presenti abbiano sentimenti che non dispongono affatto a sentirsi parte di una comunità: «Ognuno sta in sé e di fronte agli altri. Ognuno è straniato dagli altri da tutta quella rete di suscettibilità che si compendiano nella parola io-non tu; da sentimenti di lontananza, di indifferenza, di sospetto, di presunzione, di avversione e di antipatia: da quell’indurimento dell’animo che la lotta per il pane quotidiano trae con sé, e da tutte le delusioni che ogni volontà buona non ha mancato di sperimentare. Così si entra in chiesa, così ci si comporta in chiesa. Ora nessuno oserà affermare che, a questo modo, vi sia una comunità» (R. Guardini, Il testamento di Gesù, 1950, p. 80).
Tuttavia, il servizio di accoglienza, il clima di silenzio e una adeguata sequenza di canti e preghiere già aiutano gradualmente i presenti a sentirsi comunità.
Il canto di ingresso, per esempio, non può limitarsi ad accompagnare la processione del celebrante e dei ministri nel tragitto dalla sagrestia all’altare; iniziato già prima e disteso per tutto il tempo necessario, favorisce, nella coralità dell’assemblea, il sentirsi uniti, collegati e coinvolti per un’azione comune in cui l’attenzione sarà tutta protesa verso Dio. Ciò deve prevedere dei canti che siano non generici ma d’ingresso e di convocazione per un’azione comune, e che non siano appannaggio del solo coro. Tutti questi elementi aiutano a intuire, anche se in maniera irriflessa, la portata teologica del radunarsi e a maturare gradualmente la consapevolezza di essere Chiesa.
Fratelli e sorelle
Il successivo riconoscersi peccatori davanti e insieme agli altri aiuta a sciogliere eventuali riserve e muri di separazione e ad aprire il cuore ad un sentimento di graduale umiltà e solidarietà ben descritto da Guardini: «Siamo qui insieme davanti a Dio. Insieme siamo comunità. Non solo io e, intorno a me, altri, ma io e quello là e quell’altro ancora. Tutti costoro non sono meno importanti di me, anzi, agli occhi di Dio, forse molto più importanti, più puri, più forti, più generosi, più nobili, più fedeli, più cari di me» (Guardini, Il testamento di Gesù, p. 82).
Il Gloria, proclamato o cantato da tutti e non dal solo coro, unisce l’assemblea in un reiterato e gioioso noi, che diventa poi il soggetto di ogni orazione della messa.
Una comunità dal Rito è il titolo di un denso e articolato saggio di Giuseppe Costa in cui egli analizza, dal punto di vista rituale e teologico, tutta la sequenza dei riti di inizio.
Uditori della Parola
Nella Liturgia della Parola, la Rivelazione e tutta la teologia elaborata al riguardo diventa esperienza storica mediante il Rito che, lungi dall’essere un fatto puramente esteriore, è denso di significato teologico nel suo stesso attuarsi, a condizione che l’attuazione faciliti il contatto sui generis con il Mistero. Nella Liturgia della Parola, infatti, si realizza l’evento della salvezza: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi» (Lc 4,21).
Il popolo radunato vive nel rito l’esperienza fondamentale di essere Uditore della Parola (e ciò senza aver dovuto studiare Hörer des Wortes, o libri di teologia fondamentale, la cui lettura papa Francesco paragonava a «succhiare un chiodo»).
L’ascolto della Parola è performante sia per la fede – fides ex auditu –, sia per la crescita graduale della coscienza battesimale.
L’omelia ha il compito di attualizzare in maniera sapienziale e creativa quella Parola: riannodare il filo che lega le varie componenti della Liturgia della Parola, mostrarne l’attualità e aiutare i fedeli a vivere e a ripensare, alla luce della Parola, la storia personale e il presente inseriti nella storia della salvezza. Infatti «il tempo è stato scelto da Dio come vettore di salvezza, come modo di realizzare la sua oikonomia» (H.I. Marrou, Teologia della storia, p. 35).
Tutto il rito della Parola però deve essere svolto in maniera tale da facilitarne il reale ascolto e l’efficacia: «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12); «Ispirata da Dio, essa è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona» (2Tm 3,16-17). Una proclamazione inadeguata della Parola e un’omelia lunga, non legata alla Parola e alla vita, non facilitano l’azione dello Spirito.
La proclamazione della Parola deve essere realmente udibile, intelligibile, almeno nel senso di una proclamazione degna, profetica senza essere enfatica, attenta alla sintassi del periodo e non ridotta a una lettura quasi notarile, amorfa.
Le acclamazioni Parola di Dio e Rendiamo grazie a Dio sono atti rituali che suggellano l’alleanza: con esse l’assemblea non solo ringrazia, ma accoglie la Parola e si impegna ad attuarla. Di conseguenza, prima di dire Parola di Dio, il lettore deve premettere una breve pausa come a voler significare, senza dirlo: quella che avete ascoltato non è parola di uomo, ma, qual è veramente, Parola di Dio! Lascerà l’ambone solo dopo che l’Assemblea avrà dato la sua risposta-assenso.
Queste notazioni sono necessarie nella misura in cui aiutano a vivere consapevolmente quei momenti così densi di significato. Pensare che una proclamazione appropriata alla Parola non sarebbe decisiva ed essenziale, significa dimenticare che dalla modalità dipende la verità di ciò che si compie. «La Liturgia non vive del minimo necessario ma del massimo gratuito, senza alcuna ossessione liturgica» (A. Grillo).
L’eucaristia fa la Chiesa
Dopo la preparazione dei doni, le due grandi sequenze rituali della Preghiera eucaristica e dei Riti di comunione fanno vivere e assimilare all’assemblea un’ecclesiologia eucaristica e l’esperienza di essere Chiesa: essere ciò che vedono e ricevere ciò che sono (sant’Agostino).
Nel racconto orante di ciò che il Signore ci ha consegnato nell’Ultima Cena nel segno del pane e del vino da Lui «attratti alla pienezza escatologica, in cui, nel superamento di sé stessi il pane e il vino giungono alla propria pienezza» (F.X. Durwell), il Risorto è presente col suo gesto di offerta e di perenne intercessione per la salvezza di tutti: «non c’è amore più grande di chi dà la propria vita per gli amici».
Evidenziare questo momento con scampanellate risulta pressoché inutile perché i fedeli, anche quelli che non frequentano abitualmente, hanno assimilato nel loro essenziale patrimonio di fede la percezione di una presenza del tutto particolare. Anche chi fosse scettico al riguardo è comunque indotto, dall’atteggiamento degli altri, ad adeguarvisi.
La Preghiera eucaristica udita, interiorizzata e assimilata, ci immerge in una preghiera trinitaria per tutta l’umanità e per coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede.
Dal Padre nostro in poi
I riti di comunione nel loro dispiegarsi favoriscono la percezione del legame tra «sacramento e Chiesa, benedizione del pane e del calice e vita ecclesiale» (Grillo).
Guidata dallo Spirito, l’Assemblea prega il Padre con le parole del Figlio; invoca pace e unità per la Chiesa e il mondo in cui è immersa; le parole che accompagnano il gesto della presentazione del pane e del vino e invitano alla Cena dell’Agnello significano chiaramente il legame di tutto ciò che ha preceduto con le parole di Gesù: prendete e mangiate.
Allora si realizza in pienezza l’essere Ecclesia de eucaristia (Giovanni Paolo II). «Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane» (1Cor 12,27), e si realizza la preghiera di Gesù: «Perché siano una sola cosa. Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21), a cui fa eco l’epiclesi sul popolo.
Tutta la sequenza rituale, tuttavia, nella pratica non ha il risalto che le compete. Occorre invece evidenziare bene i vari passaggi, a partire dal Padre nostro, molto spesso recitato velocemente, fino all’Agnello di Dio, detto o cantato mentre perdura lo scambio della pace. Il gesto della frazione del pane, che non deve passare inosservato, «manifesterà meglio il valore e l’importanza del segno dell’unità di tutti in un unico pane e del segno della carità» (IGMR 321).
È importante la processione di comunione che esprime fisicamente l’andare concordi incontro a Cristo che si dona come cibo per tutti.
Il canto che l’accompagna, adeguato al momento e tale da aiutare a vivere ciò che si sta celebrando, inizierà quando chi presiede l’Assemblea si comunica al Corpo e al Sangue, marcando così il suo legame con essa e segnando l’inizio ordinato della processione.
Missio finale
Il Rito del congedo ci rende partecipi dell’invito che Gesù rivolge nel presente all’Assemblea: «Andate, dunque, e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,19), vivendo la vocazione battesimale di essere luce, sale e lievito di vita cristiana nella società, nei rapporti quotidiani in famiglia e dappertutto, testimoniando lo stile di Cristo (il cristianesimo come stile).
«Glorificate il Signore con la vostra vita, andate in pace»: adesso inizia la missione! Jean Mouroux ci ricorda che «l’esperienza cristiana non si definisce in primo luogo nella linea del sentimento, ma anzitutto in termini di atti spirituali che implicano l’impegno e la generosità dell’anima… Non c’è omaggio vero se esso non fruttifica il servizio» (L’esperienza cristiana, p. 120).
Per concludere
Tutta la celebrazione rende un servizio alla credibilità della fede proclamata e a una possibile adesione e assenso interiore a quanto annunciato e vissuto nel Rito svolto con nobile semplicità. La liturgia non deve celebrare la comunità stessa, ma Dio. Se il centro diventa il sacerdote o l’animazione dell’assemblea, il mistero scompare.
Il Rito, invece, «non vela il mistero: lo lascia accadere. Nell’apparire del rito – nei suoi gesti e nelle sue parole, nel ritmo delle sue azioni e nella densità dei suoi silenzi – il mistero prende forma, si offre alla percezione dei sensi e alla docilità del cuore… Il mistero, infatti, non si dà mai in astratto: chiede un corpo, una voce, un tempo, uno spazio. Il rito è la forma sensibile della sua presenza, la soglia in cui l’invisibile si lascia toccare, l’eterno si lascia celebrare. Per questo, la liturgia non è un contorno estetico della fede, ma il suo volto visibile. Nell’apparire del rito, il mistero si mostra non come oggetto da comprendere, ma come evento che ci comprende, ci avvolge, ci trasforma. Il rito non aggiunge nulla al mistero, ma gli consente di accadere per noi, oggi, qui: fa del mistero un incontro, un avvenimento che trasfigura il mondo nella forma sacramentale della grazia» (G. Costa).






Quello che l’autore dell’articolo illustra è una bella rappresentazione e dettagliata spiegazione di una celebrazione eucaristica e non solo, mi domando però da quale prospettiva lui veda (concretamente) le nostre celebrazioni domenicali. Un conto è un trattato di teologia, un altro com’è la realtà. Per colmare la discrepanza non basta lasciar fare solo al rito, occorre (ri)spiegarlo cintinuamente.
Quando parliamo di liturgia più che rifletterci (in maniera sapienziale come fa qui don Renato), più che spiegarla, dovemmo farne esperienza – liturgia appunto, come dice la parola stessa. Dovremmo riprendere quella mistagogia tipica dei primi secoli (https://iltuttonelframmento.blogspot.com/2022/07/odo-casel.html), avvicinando la gente al mistero che nella liturgia viene celebrato perché un incontro accada.