
Foto: Alexandre Marchi / L’EST REPUBLICAIN/MAXPP
Vigilia di Pentecoste, 23 maggio 2026
Caro Andrea,
grazie della lettera aperta con cui hai iniziato una discussione su quanto avevo scritto in un articolo su Vita pastorale (maggio 2026) e grazie di essere tornato con un approfondimento pubblicato sul tuo blog Come se non e non su una rivista online il cui direttore nutre nei miei confronti un’inspiegabile inimicizia (dopo vent’anni di collaborazione gratuita con le sue edizioni!) definendomi un “apologeta del vecchio rito”.
Nel 2007, dopo la pubblicazione del motu proprio Summorum Pontificum, ho scritto su Repubblica un articolo molto critico sulla decisione di Benedetto XVI e, nutrendo da anni un’amicizia con lui, gli ho anche manifestato direttamente la mia contrarietà dicendo: “Ubbidiamo, pur dissentendo lealmente e con pieno rispetto”. Significativamente Andrea Tornielli mi attaccò ferocemente per la mia posizione critica nei confronti del motu proprio e per aver messo in luce i pericoli dell’anarchia liturgica o di una maggior divisione.
Sono maturato con il Vaticano II e ho cercato di realizzare la riforma liturgica a Bose, in parte anche in modo molto diverso dalla celebrazione che avviene in molte chiese d’Italia. Noti liturgisti che frequentavano Bose, come Albert Gerhards e Paul De Clerk, dichiaravano che quella celebrata a Bose era una liturgia creativa e veramente fedele alla riforma post-conciliare. E io, io solo sono stato il primo responsabile della celebrazione della liturgia delle ore e di quella eucaristica a Bose, così come ora avviene alla Madia e a Cellole.
Non sono un apologeta del Vetus Ordo, ma cerco di capire questi fratelli e queste sorelle che sono cattolici, appartengono alla nostra stessa chiesa, allo stesso Corpo di Cristo. Posso assicurare che i monasteri di Barroux, Fontgombault e Triors vivono una radicalità esemplare che non è facile trovare in altri monasteri: pregano e celebrano con l’antico rituale, cantano in gregoriano e lavorano seriamente, non sono custodi di santuari o guide turistiche, né svolgono funzioni pastorali: Tunc vere monachi sunt (RB 48,8).
Di quanto scrivi, caro Andrea, fatico a comprendere questa tua posizione, che personalmente ritengo eccessivamente rigida, secondo la quale nella chiesa cattolica di rito romano solo la liturgia di Paolo VI esprimerebbe la lex credendi della chiesa cattolica. Tra i riti latini non romani c’è il rito Ambrosiano, il rito Mozarabico, il rito di Braga. Certo, sono locali (Milano, Toledo), ma esprimono la lex credendi della chiesa cattolica. A questi vanno aggiunti i riti propri tradizionali di alcuni ordini religiosi: il rito certosino, domenicano, carmelitano, premostratense. Non va dimenticato il Messale romano per le diocesi dello Zaire, che è l’unico rito liturgico pienamente inculturato all’interno della chiesa cattolica latina approvato dopo il Vaticano II.
Come scrivevo nella prefazione alla Liturgia di Bose, nel 1973 osavo pubblicare quella “nostra liturgia” nella consapevolezza della ricchezza costituita da vari riti liturgici che il concilio Tridentino riduceva in un solo messale mettendo ordine sì, ma anche ponendo fine a una pluralità ricca e feconda.
Sono assolutamente convinto che il rito oggi praticato dalla chiesa cattolica sia e debba essere quello scaturito dalla riforma liturgica del post-concilio, che solo quello è il rito ordinario e che solo quello riflette la fede scaturita dal Vaticano II. Ma seppure in una crescita, in uno sviluppo, è sempre la stessa fede di prima del concilio che istituiva la lex credendi. Non vi è rottura ma continuità, pur nello sviluppo organico.
Caro Andrea, sogno una chiesa cattolica che permetta diverse ritualità e mi dispiace che non sia ancora portato a completezza il rito Amazzonico, nonostante i voti di un sinodo del 2019. Non è ancora un rito definitivo e strutturato, ma un cammino liturgico e teologico concreto approvato dal Vaticano. Anche questo rito conterrà la lex orandi della chiesa cattolica.
La comunione è plurale e noi dobbiamo includere, non escludere. Papa Francesco, con cui ho parlato di questo tema più volte, era convinto di questa pluralità che non temeva, che amava e che arrivava a chiamare, citando san Basilio, “armonia delle differenze”.
Il mio più vivo desiderio è che finiscano le contestazioni e la diffidenza di molti tra i tradizionalisti verso la riforma liturgica, ma vorrei anche che la celebrazione eucaristica dovuta alla riforma fosse una celebrazione degna di essere assemblea davanti al suo Signore, il Signore che viene, e che si riprendesse la liturgia delle ore. Di molte celebrazioni possiamo solo vergognarci e chiedere perdono al Signore perché non solo sono sciatte, ma sovente sono celebrate senza fede, creazioni bizzarre e mondane.
Evitiamo di incasellarci: tu teologo, Melloni storico e il sottoscritto monaco, perché anche tu attingi doverosamente dalla storia, Melloni fa anche teologia, e di qualità, e il monaco non sta solo in contemplazione tra le mura della sua cella ma vive nella chiesa e nella compagnia degli uomini.
La liturgia eucaristica ordinaria è certo quella della riforma (anche se va interpretata con fedeltà ed è tempo che si abbia il coraggio di continuare la riforma necessaria!), ma si possono accogliere come fratelli e sorelle, come figli della chiesa non bastardi, anche quelli legati alla tradizione che celebrano con il Vetus Ordo. Papa Francesco, come ricordi tu, con il motu proprio Traditionis custodes ha indicato bene il cammino che può aiutare la chiesa a ritornare in comunione e riportare l’ordine ecclesiale, ma significativamente agli abati di monasteri tradizionalisti francesi che lo hanno interrogato ha detto di continuare l’osservanza del Vetus Ordo. Carità, misericordia sempre regnino nella chiesa!
Dunque nessun uso universale e libero del vecchio rito, come già dicevo a Benedetto XVI nel 2007, nessuna negazione del concilio ma anzi la chiara accettazione delle tre costituzioni dogmatiche e sempre il riconoscimento dell’autorità del vescovo della chiesa locale con il quale si deve manifestare la comunione almeno nella messa crismale concelebrando la stessa eucaristia.
Caro Andrea, in questi anni ho sempre mantenuto aperto il dialogo e vissuto una vicinanza con i tradizionalisti. Potevo forse praticare dialogo e carità con chi non ha più comunione con la chiesa cattolica (come orientali, ortodossi, riformati e anglicani) e non viverla con i cattolici come me? E come posso non soffrire per lo scisma che il prossimo mese si consumerà quando con l’ordinazione di nuovi vescovi la fraternità San Pio X sarà colpita da scomunica?
Spero tu mi capisca e comunque grazie del confronto perché non trovo in te ipocrisia ma parresia e questo è raro nella chiesa.
Enzo Bianchi
Caro Enzo,
la lettera che mi hai scritto, dopo il nostro confronto pubblico, credo che aiuti a comprendere su che cosa siamo d’accordo e direi in piena sintonia e dove, invece, ci troviamo in dissenso. Questo non deve turbare nessuno: nella Chiesa è giusto discutere su ciò su cui non si è d’accordo. Come mi hai scritto nel messaggio con cui hai accompagnato la lettera, è difficile capire perché ci ritroviamo a parlarne solo noi due, mentre gli altri stanno semplicemente a guardare oppure aspettano semplicemente ordini dall’alto. Con te auspico un dibattito ampio e articolato, di cui hanno bisogno tanto le coscienze personali quanto le decisioni pastorali
Al di là di questo, sono convinto, grazie al tuo secondo scritto, di aver capito meglio in quale misura io mi trovi d’accordo con te. Metto in primo piano questo consenso, che riguarda tre punti:
- La contestazione aperta della soluzione “universalistica”. Come tu scrivi con chiarezza, la via proposta da Summorum Pontificum non poteva funzionare, per due motivi: perché creava un parallelismo generale tra due forme (ordinaria e straordinaria) del rito romano e perché sottraeva ai vescovi la autorità sulla liturgia nelle loro diocesi, affidandola invece ad un organismo centrale (Commissione Ecclesia Dei).
- La convinzione che la liturgia della chiesa cattolica è quella riformata dal Concilio Vaticano II e dalla Riforma che esso ha determinato
- Tu stesso hai lavorato, con meriti obiettivi per la Chiesa italiana, sul piano della attuazione della riforma, con una “inculturazione monastica” che da Bose ha lasciato il segno durevole su molti monaci, preti e laici, non solo in Italia.
Su questi tre punti siamo del tutto d’accordo.
***
Tu dici però di non capire perché io, pur condividendo con te questi tre punti, ritenga che l’uso del “vecchio rito” non possa essere riconosciuto a coloro che, come tu hai scritto nell’articolo per Vita Pastorale, si attengano a 4 condizioni:
- Riconoscere la validità delle quattro Preghiere eucaristiche del Messale di Paolo VI e anche l’Ordo Missae che porta il suo nome.
- Concelebrare alla messa crismale presieduta dal vescovo per testimoniare l’unità della chiesa e del presbiterio attorno al vescovo.
- Non disprezzare le liturgie riformate dal Concilio Vaticano II.
- Accettare del Concilio Vaticano le costituzioni dogmatiche (Sacrosanctum concilium, Dei Verbum, De Ecclesia).
- Le preghiere eucaristiche non sono anzitutto “proposizioni dottrinali” cui dare l’assenso, ma forme della preghiera della Chiesa, forme con cui la Chiesa diventa se stessa. Sarebbe curiosa una situazione in cui una parte della Chiesa usa soltanto il canone romano, ma non usa mai le altre preghiere (che il rito del 1962 ovviamente non contiene) ma ne “riconosce la validità”. Che cosa significa? Un atto formale con cui io, che uso solo il canone romano, concedo ad altri di usare altre preghiere eucaristiche? In che cosa consisterebbe questo riconoscimento? In una dichiarazione “una tantum”, una specie di “giuramento”?
- La messa crismale, come salvaguardia della “unità della Chiesa”, mi pare una forzatura. Potrebbe essere davvero in comunione con la Chiesa chi celebra la messa crismale col vescovo, ma che per tutti i giorni dopo, celebra il triduo pasquale senza comunione con il Vescovo? Cerco di capire che tu vorresti indicare un punto di “resistenza” del rito comune, ma una comunione fondata soltanto sulla condivisione di un rito sulla soglia del Triduo Pasquale mi pare che avrebbe una funzione solo formale, senza alcuna incidenza sulla identità dei soggetti in questione.
- In che modo si può esprimere il “non disprezzo” verso la liturgia riformata, se si vive solo delle forme precedenti? Se tu mi prepari un buon pranzo, tutti i giorni, e io mi tengo lontano dalla tua cucina, e mi preparo sempre a parte un pranzo diverso, per quanto io possa rassicurarti, esprimo con il mio comportamento molto più del disprezzo. E non ci sono “prescrizioni” (sanitarie o formali) che impongano questa “astinenza” dalla nuova liturgia. Se non a chi vuole contestare il Vaticano II.
- L’ultimo punto che tu citi mi pare, tra tutti, il più paradossale. Coloro che vivono la loro liturgia secondo il rito “preconciliare” dovrebbero accettare le costituzioni dogmatiche del Concilio Vaticano II. Ma come possono farlo? Se io determino la mia vita indipendentemente dalla nuova comprensione della rivelazione, della chiesa e della liturgia, come posso “accettare” ciò che dovrebbe cambiare la mia vita? Se la Costituzione Liturgica mi chiede, esplicitamente, di cambiare quei riti a cui mi sono legato per identità, come posso dire di accettarla a parole, se non la accetto con la vita? Io capisco bene la tua intenzione, ma alla intenzione buona non corrisponde un metodo convincente: tra intenzione e soluzione trovo una contraddizione.
Vorrei concludere con una considerazione più generale, nella quale entro nel mondo che non è mio, ma tuo: il mondo monastico. Tu scrivi, a un certo punto, riferendoti ad alcuni monasteri: “pregano e celebrano con l’antico rituale, cantano in gregoriano e lavorano seriamente, non sono custodi di santuari o guide turistiche, né svolgono funzioni pastorali: Tunc vere monachi sunt (RB 48,8)”.
Qui io osservo come, nella tua lettura, per essere “veri monaci”, quale liturgia si celebri non ha alcun rilievo. O la nuova o la vecchia, pari son. Qui io ti chiedo: se dal lato monastico non c’è ragione di dubitare della natura “monastica” di questi monaci, si può essere certi della natura “cattolico-romana” di questo monachesimo? Non sarà forse che, nel rapporto di vicinanza con questi monaci, che tu vivi con un comprensibile interesse monastico, venga meno la chiarezza del fatto che, se un monaco celebra continuamente solo con il rito vecchio, esce senza accorgersene dalla comunione cattolico romana?
La pluralità di riti, che tu ricordi ad un certo punto della tua lettera, non riguarda la tradizione cattolico-romana, ma la tradizione cattolica, che ha al suo interno diverse tradizioni rituali. Il punto delicato sta proprio qui: chi non usa altro che il rito romano del 1962 (che ha il solo canone romano e che parla solo latino) non rispetta la Chiesa che si è data un nuovo Ordo che continua a contenere sia il Canone Romano, sia la lingua latina, insieme a tante altre preghiere eucaristiche e a tante altre lingue, culture, sensibilità.
Tu sai bene che i “veri monaci” di quei monasteri hanno grossi problemi nell’accettare la libertà di coscienza e preferiscono usare la “regola” più come un “regime antimoderno per difendere Cristo re” che come una “trasgressiva esperienza di humilitas in Cristo”. Qui il monachesimo, se non vuole vivere in una turris eburnea, non deve trascurare le questioni teologiche, ecclesiologiche, antropologiche e politiche che derivano da queste scelte “monastiche”.
Questo dissenso, che ho cercato di argomentare, mi fa dire che le tue intenzioni, con cui concordo, non trovano la via adeguata per realizzarsi. Il motivo è che la liturgia non è un accessorio della fede, ma il suo linguaggio più elementare. Se vivi una liturgia che la Chiesa ha voluto esplicitamente superare, ti metti fuori della comunione cattolica. I criteri con cui i vescovi possono concedere una tale possibilità, nel tempo, diventano sempre più stretti. Questo è inevitabile e non deve far soffrire. Io soffro di più per la illusione in cui si fanno cadere giovani monaci e giovani preti, (o giovani laici) permettendo che siano educati a trovare il punto più alto della loro giornata in una celebrazione solitaria e clericale del sacrificio eucaristico alle 4 del mattino.
Mi preoccupa di più la possibilità offerta di questa distorsione che non la educazione paziente, ma esigente, alla messa comunitaria. Ma forse, nel dire questo, non mi pare di trovarmi così lontano da quello che pensi anche tu. E con questa sensazione positiva e promettente voglio anche chiudere questo testo, confermando anche a te la importanza di un confronto limpido e ricco, come quello che tu hai generosamente promosso e richiesto.
Andrea Grillo
- Pubblicato sul blog Come se non.





