
Sandra Manzella – autrice del volume Fiorirà il deserto. Voci e volti dal Mar Morto al monte Carmelo (OLIGO 2026) – ha raccolto ancora alcune testimonianze da Israele, in questo periodo di “tregua” fragilissima e di sospensione nel Paese.
«Un’intera civiltà sarà distrutta», sono le parole di Donald Trump, quelle che hanno accompagnato il momento in cui il mondo ha tenuto il fiato sospeso, nella notte del 7 aprile, alle ore 2 del mattino in Italia – ore 22 a Washington. Ma poi, poco prima dello scadere dell’ultimatum, l’annuncio: la tregua, la fragile tregua ancor oggi in atto. E allora la vita, In Israele, è cambiata all’improvviso.
Quali riflessioni arrivano da chi ha vissuto sulla sua pelle quei lunghi, terribili giorni? Com’è stata vissuta la quotidianità durante il mese di guerra e com’è in questi giorni? Raccolgo qui i racconti di tre amiche e di un amico di varia provenienza ed esperienza, voci già ascoltate in precedenti circostanze (cf. qui su SettimanaNews).
Suor Edith Nasrallah
Suor Edith Nasrallah, carmelitana di Haifa: «Appena prima della tregua sono stati lanciati missili verso il nord di Israele. All’1.30 ha suonato l’ultimo allarme e, come sempre, ci siamo rifugiati nella stanza blindata. È stata una lunga notte di attesa tra l’angoscia e la speranza, poi è arrivata la notizia della sospensione dei combattimenti e da allora, almeno qui ad Haifa, non abbiamo più sentito le sirene. I missili, però, continuano a colpire il nord.
Dall’applicazione sul cellulare vediamo le zone di allerta, segnate da due colori: in arancione quelle dove la vita sta acquisendo un po’ di normalità, come le città della costa fin verso Acco; in rosso sono contrassegnate le aree ancora pericolose, a circa venti chilometri dal confine con il Libano. Là uffici e scuole sono ancora chiusi, sembra che la tregua non sia effettiva.
Anche nelle zone arancioni, comunque, si resta vigili: si può uscire, gli assembramenti sono permessi fino a duecento persone, i centri commerciali hanno riaperto, i fedeli possono recarsi in chiesa liberamente, mentre prima ci si doveva iscrivere per non superare il limite numerico imposto. Certamente, occorre sempre conoscere l’ubicazione dei rifugi più vicini, ma il sollievo è tanto. Sembra di respirare nuovamente.
Nel mese di guerra si usciva soltanto per necessità, per recarsi a comprare viveri o andare dal medico, gli appuntamenti erano rimandati e gli ospedali erano aperti soltanto per i casi urgenti o affrontare emergenze, perché Haifa è stata duramente colpita non solo da missili, ma anche dai pericolosi frammenti (che, in realtà, potevano raggiungere anche tre metri di lunghezza). Non tutti gli edifici hanno una stanza blindata, ma la municipalità aveva messo a disposizione alcuni sotterranei soprattutto per le notti; appena scattava l’allarme, si correva.
Era angosciante vivere in quelle condizioni, con il costante pensiero del pericolo: anche sotto la doccia c’era la preoccupazione di avere soltanto pochi secondi per mettersi al sicuro. Ogni spostamento era limitato e ogni suono esterno aveva un’enorme risonanza nel silenzio che opprimeva la città.
Ora i giorni trascorrono lentamente e sembra che il tempo sia rallentato nell’attesa. I discorsi che sento intorno a me non sono rassicuranti.
La tregua reggerà? È palpabile il senso di incertezza, la paura che tutto ricominci si sta trasformando in rabbia, perché la guerra non ha risolto nulla, non ha portato nessun vantaggio, solo distruzione, con la morte di tanti giovani, soldati e civili. Gli obiettivi da raggiungere, cioè un significativo cambio di regime in Iran, l’annientamento delle loro armi e il controllo della produzione di uranio, non sono stati raggiunti. Dunque, a che punto siamo veramente?».
Jessica Jasmine Barhom
Jessica Jasmine Barhom, imprenditrice britannica residente nei dintorni di Gerusalemme: «Con il cessate il fuoco la nostra vita è radicalmente cambiata. Durante il conflitto, sembrava di essere tornati ai giorni del lockdown, quando il Covid mieteva vittime.
All’improvviso sono saltati tutti i programmi, non potevi pianificare più nulla, le scuole erano chiuse, i mezzi di trasporto non viaggiavano se non per tragitti essenziali; il silenzio nel nostro villaggio era insolito, interrotto solo dal suono costante degli aerei che lo sorvolavano, dalle sirene e dalle esplosioni vicine e lontane.
Naturalmente eravamo incollati ai notiziari, cercando di capire l’andamento delle ostilità.
I nostri figli erano qui con noi, essendo le lezioni sospese; per fortuna la casa è grande – abitiamo in una fattoria circondata dalla campagna – e ognuno aveva i suoi spazi per poter coltivare i propri interessi. Abbiamo attrezzato il sotterraneo della nostra casa in modo che i ragazzi potessero dormire di notte e questo aveva portato a una sorta di incosciente allegria, poiché non avevano più condiviso le stanze sin da quando erano piccoli.
Era periodo di Ramadan (noi siamo musulmani) e di giorno digiunavamo. Abbiamo continuato a consumare il pasto serale insieme alla nostra grande famiglia, con zii, cognati, cugini e bambini, ma non si respirava la solita atmosfera festosa e anche la Spianata delle Moschee a Gerusalemme era chiusa ai fedeli.
Forse, data la natura fatalista dell’Islam, l’ansia era minore rispetto ad altre comunità di diverse culture e religioni: non sempre correvamo nei rifugi, facevamo semplicemente attenzione a non essere per strada quando suonavano gli allarmi, il pericolo di caduta di frammenti incandescenti era una minaccia concreta. Vedremo cosa succederà adesso».
Lior Genah
Lior Genah, italo-israeliano di Tel Aviv: «Abbiamo raggiunto una tregua: frase significativa e priva di significato al tempo stesso. Sembra un film già visto e rivisto, in cui Israele combatte per rimuovere una minaccia esistenziale: stiamo quasi per farcela, ma poi tutto si ferma, come un lavoro svolto a metà. C’è un negoziato in atto, e ce ne sono stati molti altri prima di questo, ma Hamas, Hezbollah e Iran sono ancora là: due organizzazioni e uno stato che basano la loro esistenza sulla distruzione di Israele.
Non sono un guerrafondaio, noi israeliani non siamo come i media globali spesso vogliono far credere. Vogliamo, invece, prosperare, gioire della vita, viaggiare, vivere in pace come tutti. L’israeliano “della strada”, però, è stanco e ha aperto gli occhi.
Il 7 ottobre 2023 è stato un punto di rottura a trent’anni esatti dagli Accordi di Oslo, che per molti hanno rappresentato una speranza di pace, svanita purtroppo in fretta a fronte di violenze continue, attentati suicidi, accordi non mantenuti.
E poi l’Intifada del 2000, il ritiro da Gaza nel 2005 e l’illusione di un cambiamento, svanita pure quella nel fuoco dei razzi nel sud del Paese fino a quel 7 ottobre, come un ultimo chiodo conficcato nella bara della pace, accompagnato dall’indulgenza dell’Occidente verso chi commetteva quei crimini.
Dicono che la società israeliana si sia radicalizzata. È vero, ha virato a destra, ed è comprensibile alla luce degli ultimi trent’anni. O forse degli ultimi ottanta? Un altro popolo al posto nostro avrebbe agito diversamente?
In questi giorni si è sviluppato un dibattito acceso sulla copertina di un noto settimanale italiano che gioca con gli stereotipi classici: coloni armati e contadini palestinesi che si fronteggiano; nessuno nega che ci sia un problema, ma tra gli abitanti di Giudea e Samaria si annidano i violenti “giovani delle colline”, soliti noti che rappresentano, comunque, una minoranza. Vengono arrestati e rilasciati di continuo (situazione che vivete anche in Italia, comunque).
Dall’altra parte esistono anche i violenti arabi, che entrano nei villaggi o sparano alle automobili e tirano sassi con l’intenzione di uccidere, ma i media occidentali non riportano i fatti con la stessa enfasi. La narrativa a senso unico non fa gli interessi nemmeno dei palestinesi e contribuisce a radicalizzare le posizioni».
Paola Dal Lago
Paola Dal Lago, italo-israeliana di Rishon Le Zion: «Quando è arrivato il primo segnale di inizio ostilità con l’Iran, lo scorso 28 febbraio, sapevamo che sarebbe accaduto: se ne parlava già in gennaio ed era solo una questione di tempo.
Dopo la prima sirena, mia figlia Anna mi ha comunicato, pensierosa, di aver lasciato il cellulare a casa di un’amica la sera precedente. Anna sta svolgendo il servizio militare nell’unica unità combattente del Comando del Fronte interno, specializzata in missioni di ricerca e soccorso di civili, e il cellulare è indispensabile per ricevere le comunicazioni e i richiami in azione. Non mi sentivo di farla andare da sola e, quindi, siamo partite in macchina per raggiungere la città di Beit Shemesh.
Alla preoccupazione per i missili, si aggiungeva un pensiero inquietante; era Shabbath, ci apprestavamo a entrare in una cittadina ultraortodossa ebraica dove gli spostamenti su mezzi meccanici è strettamente proibito in quel giorno, eravamo due donne sole, di cui una in servizio nell’esercito, su un’auto color giallo fluorescente. Non guidavo a cuor leggero: sui media erano apparsi parecchi articoli di cronaca in cui gli ultraortodossi avevano preso a sassate auto e soldatesse.
Entrate in città, le strade erano gremite di persone che ci rivolgevano sguardi di sorpresa e mal celata ostilità. A quel punto, Anna ha aperto il finestrino e ha cominciato a urlare: «Siamo dell’esercito, Comando del Fronte interno! Vi avvisiamo che abbiamo attaccato l’Iran! Sgombrate le strade». In realtà, lei non era in divisa, ma il messaggio era comunque vero.
In quella cittadina non sapevano dello scoppio della guerra, perché non ascoltano né radio né televisione. Ci hanno lasciato passare, ringraziandoci. Recuperato il cellulare a casa dell’amica, ecco una sirena.
Seguendo il protocollo, ho fermato l’auto e seguito la folla nel fuggi-fuggi generale, perché dallo scattare dell’emergenza passa un minuto e mezzo prima dell’impatto; Anna, però, non era più con me. Poi l’ho vista in lontananza, in un parco, accorsa ad aiutare alcune mamme con i passeggini e un anziano che camminava a fatica.
Alla fine, ci siamo ritrovati pigiati in un sottoscala. Abbiamo sentito due esplosioni fortissime. In quei minuti, il cellulare ha segnalato il richiamo in servizio in una località vicino a Nazareth. In fretta siamo tornate a casa. Ho visto mia figlia prepararsi con grande sangue freddo e ripartire per il nord insieme ad altri soldati.
Ho saputo che hanno impiegato quasi cinque ore, a fronte di un normale tragitto di un’ora e mezza, a causa dei continui allarmi. Due giorni dopo, proprio a Beit Shemesh, diciannove persone sono morte sepolte nei sotterranei di un edificio colpito da una bomba con quattrocentocinquanta chili di esplosivo.
Il protocollo viene modificato di tanto in tanto, ma generalmente trascorrono novanta secondi di tempo dall’impatto, e non sai mai dove accadrà.
Noi a casa abbiamo una stanza blindata (tutti gli edifici di nuova costruzione ne posseggono una): siamo protetti, ma anche da dentro si sentono gli scoppi delle esplosioni. Il problema è per chi si trova all’aperto: si ricevono gli avvisi sui cellulari, ma occorre aver sempre presente le ubicazioni dei rifugi».





