
Aveva ragione John Maynard Keynes, morto 80 anni fa: lo sviluppo tecnologico ci ha consentito di soddisfare ormai i bisogni primari, ma ha anche alimentato quelli relativi e insaziabili. E ora cosa succederà con l’AI? Dal Substack di Stefano Feltri, Appunti, 22 aprile 2026
Diceva John Maynard Keynes che chi prende decisioni di politica economica molto rilevanti spesso è schiavo di qualche economista defunto. Che probabilmente non ha neppure letto, ma che pensa di conoscere per via di qualche citazione approssimativa come questa.
E così, ora che si moltiplicano le iniziative per celebrare gli 80 anni dalla scomparsa del grande economista inglese, viene da chiedersi se non ci siano molti decisori politici o intellettuali pubblici che usano Keynes, o meglio le sue citazioni approssimative, per cercare di dare una base teorica alle loro scelte.
Siamo reduci da un quindicennio di discussioni sulla austerità nei conti pubblici e l’uso corretto dell’indebitamento, una scelta che ha finito per essere condensata nella distinzione tra debito “buono” e debito “cattivo”, brutale sintesi di Mario Draghi, che poi è stata utilizzata per sostenere che il debito è buono se lo fa il governo in carica e cattivo se ereditato da quelli del passato.
Ma tutto questo non c’entra molto con il John Maynard Keynes che durante la Grande depressione sosteneva che non sarebbe stato il mercato da solo, tramite l’abbassamento dei salari, a far ripartire la crescita. Soltanto una domanda artificiale, creata dallo Stato, avrebbe potuto scuotere l’economia dall’equilibrio socialmente negato nel quale si era assestata, con troppi disoccupati.
Questi non sono tempi di depressione, e dunque quel Keynes non è il più interessante da discutere.
La fine di un mondo
Per una singolare coincidenza, si celebrano gli ottant’anni dalla morte, avvenuta il 21 aprile 1946 proprio mentre crolla l’ordine economico internazionale fondato sulle regole che John Maynard Keynes aveva provato a riscrivere a Bretton Woods, nel 1944.
In realtà, alla conferenza nel New Hampshire con ancora la Seconda guerra mondiale in corso, hanno prevalso le idee del capo delegazione americano Harry Dexter White che hanno riconfigurato l’ordine finanziario globale su misura del dollaro e della egemonia americana conquistata sul campo di battaglia.
Keynes, che guidava la delegazione britannica e cercava di conservare qualche spazio per un impero ormai in declino, ha comunque sostenuto la nascita di istituzioni che potessero applicare su scala internazionale le politiche anticicliche che lui aveva sempre sostenuto: la Banca mondiale per finanziare le politiche di sviluppo nei Paesi poveri, il Fondo monetario internazionale per finanziare gli squilibri nella bilancia dei pagamenti ed evitare che si trasformassero in recessioni e bancarotte di Stato.
La «battaglia di Bretton Woods», come da titolo del celebre libro di Benn Steil, inizia a sembrare però archeologia istituzionale, visto che ormai quel sistema si sta sgretolando insieme alla leadership americana.
Ci sono altre battaglie intellettuali del Keynes più politico che restano però attuali: l’economista di Cambridge deve la sua prima fama al libro sulle Conseguenze economiche della pace nel 1919, nel quale metteva in guardia dal pericolo di pretendere irrealistiche riparazioni di guerra dalla sconfitta Germania.
L’ossessione perché i tedeschi pagassero i danni che avevano causato all’Europa, e all’America, ha generato prima l’iperinflazione, poi l’austerità, sulle cui macerie economiche si è innestato il nazismo di Adolf Hitler.
Anche gli Stati Uniti, per anni, sono stati più interessati al pagamento del debito di guerra che alla difesa della democrazia tedesca dall’ascesa dei nazionalsocialisti: quella miopia è stata fatale, ha impedito di vedere che il vero pericolo era il crollo della Repubblica di Weimar, non il mancato pagamento dei debiti ai vincitori della Prima guerra mondiale.
Un avvertimento, quello di Keynes, che torna utile oggi, visto che in Europa molte politiche di sostegno all’Ucraina si continuano a fondare sull’illusione che la Russia di Vladimir Putin sarà un giorno costretta a ripagare i danni miliardari causati all’Ucraina. Non si sa bene con quali soldi.
Il piano per usare i 200 miliardi di euro di asset russi congelati all’estero si fondava appunto sulla premessa che gli interessi maturati su quelle somme potessero essere appropriati dagli europei come anticipo sulle riparazioni di guerra.
Il breve saggio di Keynes che continua a sollecitare l’immaginario dei non-economisti è però quello del 1930, Le prospettive economiche per i nostri nipoti, appena ripubblicato da una «vela» Einaudi a cura di Mauro Campus.
La tesi è arcinota: arriverà un momento, diceva Keynes, nel quale lo sviluppo tecnologico avrà risolto i nostri problemi economici, potremo lavorare tre ore a settimana perché saremo così produttivi da ottenere un buon salario in poco tempo e la vera sfida per la società sarà come occupare il tempo libero.
Per decenni quel saggio è stato considerato troppo ottimistico o studiato come una profezia in attesa di compiersi.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale ci costringe a una lettura più attenta, perché sembra che siamo arrivati a sperimentare quella che Keynes chiamava «disoccupazione tecnologica», cioè «la disoccupazione che nasce quando l’introduzione di nuovi metodi di risparmio della forza lavoro procede più rapidamente della nostra capacità di ricollocare i lavoratori».
Keynes diceva che sarebbe stata però soltanto una fase temporanea, perché «nel lungo periodo l’umanità risolverà i suoi problemi economici». Egli faceva anche una stima di cosa significava «risolvere i problemi economici», cioè aumentare il reddito pro capite di otto volte nel giro di cento anni.
La previsione si è rivelata abbastanza precisa: il PIL pro capite in Gran Bretagna è aumentato di sei volte, da 5.400 sterline a circa 29 mila. Eppure i britannici non lavorano tre ore al giorno, e neppure gli italiani, il cui PIL è aumentato meno, ma comunque si è moltiplicato per tre. Dunque Keynes aveva torto e quel saggio, appena ristampato da Einaudi, è solo un’utopia? O meglio, una distopia visto che Keynes considerava problematico ridurre tanto lo spazio del lavoro?
Keynes non era un profeta, era un economista. E ogni modello economico internamente coerente è vero soltanto se lo sono le sue ipotesi di partenza. Nel saggio sulle prospettive economiche dei nipoti, l’economista di Cambridge distingue due tipi di bisogni: quelli assoluti, che avvertiamo indipendentemente dalla situazione dei nostri simili, e quelli relativi, che proviamo soltanto «quando la loro realizzazione ci eleva e ci fa sentire superiori agli altri».
Il «problema economico» risolvibile riguarda i primi bisogni, e quelli li abbiamo davvero risolti o quasi: una famiglia a reddito medio-basso della Gran Bretagna o dell’Italia di oggi ha possibilità che neppure i ricchi dell’epoca di Keynes potevano sognare. Cibo e acqua sempre accessibili, auto di proprietà, un medico di famiglia gratuito, scuole accessibili, mezzi di trasporto a prezzi calmierati, intrattenimento illimitato, possibilità di comunicare a grandi distanze a costi irrisori, accesso all’intero sapere umano online.
Dal punto di vista economico, in termini assoluti, non siamo mai stati meglio di oggi. E questo vale anche per le donne, per gli anziani, per le minoranze.
Il problema è quando si considerano i bisogni «relativi». Alcuni gruppi sociali si sono appropriati della gran parte dei benefici della crescita, dunque l’ansia da riconoscimento è aumentata.
L’ultima ondata di sviluppo tecnologico – il decennio dei social media – non ha fatto nulla per i bisogni assoluti, ma ha esasperato quelli relativi che, come diceva Keynes, sono potenzialmente insaziabili e dunque fonte di potenziali profitti infiniti ma anche di infinite frustrazioni e infelicità.
Tempo e denaro
Nel 1930 Keynes osservava che a guardare il comportamento dei ricchi c’era poco da essere ottimisti su quello che avrebbe fatto l’umanità dopo aver risolto il problema economico: i ricchi sono «coloro che esplorano per noi la terra promessa e vi piantano paletti». E la maggior parte di coloro che non ha più l’esigenza di lavorare per sopravvivere, osservava, «ha fallito miseramente» nell’evitare quel «crollo emotivo» a cui è esposta l’intera società.
Ha senso sacrificare la vita per avere abbastanza soldi da andare in ristoranti dove una bottiglia costa come un salario di un operaio e con il budget per l’intera serata si può sfamare una famiglia per un mese?
Che beneficio può ottenere un manager da uno stipendio che passa da, poniamo, 5 milioni a 6 milioni? Sappiamo che il denaro ha una utilità marginale decrescente, quel milione in più consentirà al massimo di spendere per beni, esperienze, case, auto leggermente più costose.
Se la soluzione dei bisogni primari spinge a un aumento di competizione per i beni posizionali – quelli scarsi, costosi, di status – il sistema inizia a sembrare una trappola, tanto per i ricchi quanto per i poveri.
E la diagnosi, morale, non economica, di Keynes appare come il vero messaggio di quel saggio del 1930:
«L’amore per il denaro come possesso – non come mezzo per godere dei veri piaceri della vita – sarà riconosciuto per ciò che è: una ripugnante passione morbosa, una di quelle tendenze a metà tra il criminale e il patologico che di solito si affidano, tremanti, allo specialista di malattie mentali».
Keynes era ancora sotto l’influsso di economisti che, a partire da Adam Smith, vedevano nell’economia una forte componente filosofica e morale.
Poi la disciplina si è evoluta in una direzione più matematica e statistica, gli economisti hanno sviluppato strumenti sempre più efficaci per studiare nessi causali, hanno imparato a dare una base empirica alle proprie affermazioni che a lungo erano state apodittiche o fondate soltanto su una catena di ragionamenti logici.
La padronanza di questo nuovo apparato di tecniche è diventato il requisito cruciale per avanzare la disciplina e la dimensione filosofica si è persa. Non solo: per studiare in modo scientifico i comportamenti degli esseri umani, gli economisti hanno imparato ad astenersi dal giudizio sulle scelte individuali e a presumere soltanto che ciascuno cercasse di aumentare la propria utilità, che di solito si traduce nell’avere più risorse disponibili.
In fondo, il tempo libero al centro dell’analisi di Keynes ha un costo opportunità calcolabile, pari ai soldi che avremmo potuto guadagnare lavorando in quelle stesse ore, invece che riposarci.
L’arrivo dell’intelligenza artificiale che può svolgere gran parte delle mansioni che occupano le nostre giornate, e per le quali siamo retribuiti, ci costringe ad affrontare le domande che Keynes ci poneva quasi un secolo fa e che abbiamo sempre rinviato mentre cercavamo di guadagnare più soldi dei nostri vicini, in modo da soddisfare i nostri insaziabili «bisogni relativi»: che tipo di società vogliamo costruire? Che spazio deve avere il lavoro? Deve consentirci di guadagnare abbastanza da vivere una vita dignitosa e piena o deve finanziare i consumi di status?
Sceglieremo di lavorare meno grazie alla produttività garantita dall’intelligenza artificiale o scopriremo che la produttività dei lavoratori genera nuova domanda al punto da farci lavorare ancora più di prima, in modo da sostenere la domanda insaziabile dei consumi richiesti dai bisogni relativi?
Gli economisti cercano di fare le loro previsioni il più possibili accurate. Ma le risposte dipendono da scelte etiche, morali, dalla definizione di vita degna di essere vissuta che ciascuno di noi sceglie.
Questa è forse la lezione che vale la pena ricordare a ottant’anni dalla scomparsa di John Maynard Keynes.





