Noi non intendiamo far da padroni sulla vostra fede;
siamo invece i collaboratori della vostra gioia,
perché nella fede voi siete già saldi (2Cor 1,24)
Sono molte le analisi che si vanno facendo sull’eredità di Francesco e su questo primo anno di Papa Leone XIV[1]. In tale quadro, che nel frattempo si è ulteriormente complessificato dal punto di vista politico e umano, si è alla ricerca di riflessioni che permettano un approccio oltre la cronaca e che aiutino a collocare il ruolo dell’ecclesia in un quadro storicamente e geograficamente più ampio e teologicamente più profondo[2]. Sicuramente un testo che vale la pena leggere con attenzione può essere Il destino di Pietro di Marcello Neri, che ha come sottotitolo indicativo di un percorso Il papato dalla sovranità alla sinodalità[3] e che continua la riflessione avviata in un interessante volume di alcuni anni fa: Fuori di sé sulla Chiesa nello spazio pubblico[4].
Si tratta di un lavoro sintetico che si snoda in sei parti: un’introduzione inquadrante e cinque brevi capitoli. Ne diamo sinteticamente conto pur essendo un testo che richiederebbe una ben più lunga e precisa lettura[5].
Nell’introduzione si colloca la discussione sul ruolo del papato in un quadro storico, politico e istituzionale, molto ampio e tutt’ora in forte evoluzione. In tale orizzonte il papato è chiamato a una − ulteriore − riforma in fedeltà alle sue origini evangeliche e neotestamentarie. In tale movimento di riforma può arrivare ad esercitare oltre che un ruolo fondamentale per la fede della Chiesa anche − quasi come effetto indiretto e inatteso − una leadership mondiale per il bene e la pace del mondo[6]. Il libro tratta quindi della possibilità di un «esercizio del ministero petrino aperto alla sequela di quelle movenze dello Spirito che attivano la forza istituente della comunità convocata da Dio in vista dell’allargamento della circolazione[7] della Parola»[8].
I.
Dopo tale inquadramento, l’autore, sulla scorta degli studi approfonditi di Paolo Prodi[9], descrive con precisione − tramite un’analisi di alcune affermazioni del Concilio Vaticano I e della Regalità di Cristo in Quas primas − una delle chiavi di lettura fondamentali con cui si è articolato il ruolo del papato nella modernità. Si tratta del paradigma della sovranità. Una sovranità − corredata di autorità e potere[10] − che ha avuto diverse declinazioni, temporali e spirituali, con un continuo confronto, fatto di tensioni e osmosi, tra sovranità degli stati moderni nel loro farsi e sovranità del, appunto, sovrano pontefice[11].
L’evoluzione avvenuta nella seconda parte dell’Ottocento può essere così sinteticamente descritta: «Non avendo più territori su cui esercitarla [la sovranità], e quindi cittadini da organizzare in società coesa e omogenea, la Chiesa cattolica si inventa il suo nuovo singolare territorio sovrano: quello delle anime/coscienze di tutti i credenti cattolici – ovunque essi si trovino»[12].
Per fare questa operazione − che in qualche modo si pensava a servizio della fede − molti sono gli strumenti e i linguaggi usati: quello del dogma, della liturgia, della spiritualità, del senso dell’escatologia e del giudizio di Dio, della disciplina ecclesiale ed ecclesiastica. Qui, Neri mostra con cura e con molte letture alle spalle come tale strutturazione della fede in assetti di cristianità tramite l’immaginario della sovranità e del suo necessario potere collide in definitiva con la logica della vicenda di Gesù.
Infatti, un’attenta rilettura dei vangeli e della storia di Gesù di Nazareth mostra come il proprio della rivelazione cristiana sia proprio la rinuncia alle logiche del potere e del dominio con l’assunzione, invece, di un messianismo in cui il protagonista si lascia scacciare fuori dalle porte della città per lasciarsi crocifiggere tra due ladroni[13]. Si tratta per la Chiesa di «un non-potere […] che non solo dovrebbe distinguerla dalle altre istituzioni mondane, ma le preclude anche di immaginarsi come giurisdizione temporale di un potere sovrano»[14].
Tale rilettura del ruolo del papato è possibile seguendo alcuni passi del Nuovo Testamento e riconoscendo, nello stesso tempo, passaggi importanti della storia del cristianesimo e della Chiesa cattolica in cui il ministero petrino ha potuto funzionare diversamente dalle logiche della sovranità, del potere e dell’accentramento.
II.
In tal senso in un secondo capitolo si propone come chiave interpretativa una rilettura accurata di alcuni snodi dei primi capitoli del libro degli Atti degli Apostoli[15] attraverso cui si passa da un modello ecclesiologico incentrato di fatto sul «solo a Pietro» a un modello che riprende una frase dello stesso apostolo Pietro «a loro come a noi». Si scelgono così alcuni episodi della vicenda della Chiesa nascente quali l’individuazione di un sostituto per il posto di Giuda (At 1,14-26), l’evento di Pentecoste (At 2,14), l’apertura al pagano Cornelio (da At 10 ad At 15) come luoghi emblematici di un certo modo di esercitare l’autorità da parte di Pietro.
«Proprio a Gerusalemme Pietro dovrà rendere ragione, davanti alla comunità, di questo suo accondiscendere all’inversione gerarchica fra istituito e istituente (cf. At 11, 1-18). Lo deve fare anche perché questa è l’unica decisione che Pietro ha preso “da solo”, entrando in conflitto con il mandato del suo ruolo di dare voce all’esperienza della comunità. […] Il discorso con cui Pietro condivide con la comunità di Gerusalemme, e i suoi oppositori all’interno di essa, le ragioni di una decisione presa “da solo” rappresenta anche l’ultimo suo discorso pubblico in ruolo istituito. Un ruolo, questo, messo in crisi dalle pratiche di Dio nella storia che danno un primato alla forza istituente della comunità convocata dai segni […] del Regno che verrà rispetto alla stabilizzazione istituzionale delle sue tracce passate. […]
Scegliendo di schierarsi dalla parte dell’agire di Dio, che sceglie quali appoggi attualizzano nel concreto delle situazioni storiche il […] Regno che verrà, Pietro dà spazio alla nuova comunità convocata a dare ampiezza alla circolazione della Parola – ritenendo questa scelta più importante dell’esercizio del ruolo a cui era stato chiamato. La sua ultima apparizione pubblica in questo apostolato/ministero è dedicata alla persuasione della comunità istituzionale in merito all’urgenza evangelica che si attesta nella forza istituente della nuova comunità dalle genti:
Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio? (At 11,15-17).
Questo “a loro come a noi” rappresenta il nesso […] fra forza istituente e potere istituito la cui giusta calibrazione rimane un compito sempre da svolgere per la Chiesa cattolica. […] In questa ultima presenza in scena di Pietro, la sua parola […] crea le condizioni di ascolto, da parte della comunità istituita di Gerusalemme, dell’esperienza istituente delle comunità paoline dalle genti – dove la parola di Paolo trova un appiglio di credibilità nella comunità di Gerusalemme grazie al suo essere detta insieme a Barnaba. L’esito di questo ascolto è la formulazione di una mediazione che consenta “a loro come a noi” di essere a pieno titolo comunità messianica del popolo di cui Dio è in cerca, inscrivendo nella genesi dell’istituzione ecclesiale la non necessità di essere “loro come noi”»[16].
III.
Mi pare si tratti di una suggestiva lettura degli Atti che può incoraggiare e sostenere − in maniera autorevole − una prassi e una riflessione che immagina per il papato il congedo − sulla scorta delle importanti evoluzioni dal Vaticano II ad oggi − dalle logiche della sovranità. Ne è un esempio nel capitolo terzo la citazione chiave del discorso di Paolo VI all’ONU del 1965 in cui la sovranità papale si fa nelle parole del Papa «quasi simbolica» in vista di un servizio universale[17]. Tale processo conosce, per l’autore, diverse ulteriori tappe ed evoluzioni, tra cui le profetiche dimissioni di Benedetto XVI e la salita al soglio pontificio di Jorge Bergoglio con la sua esperienza di gesuita latino americano e il suo senso acuto di un cambiamento d’epoca che richiede «una riconfigurazione evangelica dell’istituzione ecclesiale»[18].
IV.
In un quarto capitolo − dal titolo eloquente: La forza delle pratiche – si compie un ulteriore passaggio: dalla prospettiva della sovranità, attraverso una rilettura di alcune pagine del Nuovo Testamento e di alcuni passaggi dal Vaticano II a Paolo VI, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, si giunge a Papa Francesco in cui agisce la «convinzione che la Chiesa non solo non è al di fuori e al di sopra della storia, dal momento che nella storia vive, ma soprattutto dalla storia impara le vie più idonee per comunicare il Vangelo»[19].
Con gli anni di papa Francesco avviene così un ulteriore e decisivo passo:
«La misericordia diventa il canto fermo del ministero petrino: modo di essere di Dio verso ogni essere umano, sua azione operosa e concreta nella storia capace di trasformarne le condizioni, ed esperienza fondamentale del vissuto cristiano. […] Cucita addosso a tutti e tutte come una grazia, senza che nessuno possa vantarne un diritto esclusivo dedicato solo a lui. Dalla misericordia non deriva potere, ma si generano pratiche di dedizione senza condizioni»[20].
Una Chiesa e un papato che vive di pratiche di misericordia lascia spazio al non-potere evangelico e quindi a una maggiore vulnerabilità alla storia umana con i suoi incontri, le sue molte ferite e contraddizioni. Il vescovo di Roma si trova così a servizio, con autorevolezza e discernimento, di un «allargamento ospitale della Chiesa cattolica nella quale ogni distinzione noi/loro, dentro/fuori, è sottoposta al duro ammaestramento che Gesù rivolge ai suoi discepoli quando questi pensano di possedere l’esclusiva sulla destinazione del Regno. Facendolo diventare un ministero di riconoscimento, che conferma fratelli e sorelle nei sorprendenti allargamenti della circolazione della Parola: “a loro come a noi”, insomma»[21].
Il volume arriva a descrivere l’approdo di un lungo processo di discernimento e apprendimento: come Pietro in Atti impara il senso del regno di Dio e della sua gratuità dai fatti e dalle pratiche della fede quotidiana così la sinodalità come processo, come «pratica del legame sociale della fede»[22], da spazio all’attenzione, all’ascolto e alla valorizzazione dei fatti evangelici che avvengono nell’esistenza delle persone e nel mondo e indicano l’operare del mistero di Dio attraverso e al di là di ogni rigida appartenenza confessionale e religiosa. Come afferma Leone XIV: «La sinodalità è un modo di essere, un’apertura, una volontà di comprendere. Parlando della Chiesa, questo significa che ogni suo membro ha una voce e un ruolo da giocare attraverso la preghiera e la riflessione – mediante un processo». Un ascolto e un percorso che mira ad essere Chiesa con una modalità aperta e rispettosa.
Papa Leone sembra incoraggiare il percorso compiuto dalla Chiesa nella modernità collocandosi in un ministero che desidera innanzitutto confermare nella fede i fratelli e le sorelle e porsi in un atteggiamento di ascolto e valorizzazione delle differenze all’interno del corpo cattolico. Questo modo di procedere, con le proprie radici nelle Scritture ed in determinate pratiche ecclesiali come quelle Sudamericane, ha per il nostro autore come possibile effetto quello di rendere un servizio di bene e di autenticità anche alle esangui democrazie[23].
Un servizio di resistenza nei confronti delle pulsioni autoritarie e quindi violente, alle logiche razziste e a quelle omicide della guerra di un «noi» contro un «loro». L’analisi si fa qui complessa e gli intrecci tra i piani − ecclesiali e teologici, politici e sociali − si moltiplicano, ma credo che quanto affermato da Neri vada ascoltato come uno stimolo importante per la riflessione:
«La sinodalità, così fortemente voluta da papa Francesco, è un immenso laboratorio globale all’interno del quale si è avviato un inedito processo di ascolto, dove ciascuno parla dal luogo in cui vive e agisce, in vista di arrivare a determinazioni comuni nelle quali tutti possano riconoscersi senza dover rinunciare alla parzialità della loro originalità. Se paragonata alla condizione odierna delle democrazie, la sinodalità appare essere esattamente un esercizio anti-autoritario che, nella sua pratica, accoglie la forza istituente del popolo di Dio che corrisponde al potere di convocazione dello Spirito all’interno della storia umana. In questo modo la sinodalità della Chiesa cattolica, all’interno delle grandi trasformazioni e capovolgimenti dell’ordine mondiale, custodisce quel luogo vuoto del potere – senza il quale non è possibile alcuna forma democratica della coesistenza umana»[24].
In tal senso un ripensamento evangelico dell’autorità papale può permetterne una riforma a servizio di una maggiore sensibilità alla novità evangelica[25] insieme a una cura più attenta dell’ascolto reciproco e della cattolicità delle differenze. Questo ha un possibile e ulteriore effetto di rimbalzo nei nostri contesti sociali e politici, locali e mondiali. Quello di svolgere un servizio ad una prospettiva democratica davvero preoccupata delle persone e del loro destino, della custodia dei limiti del potere, del dialogo e dell’amicizia sociale, della pace e della coltivazione del futuro dove la politica può venire così intesa come «la composizione progressiva di un mondo comune, abitabile da tutti e da tutte»[26].
In conclusione di questo denso e ricco testo si sostiene che: «Restituito al suo senso evangelico, e finalmente slegato dalle catene che lo legano all’accumulo delle sue stabilizzazioni, il ministero petrino potrà iniziare a esercitarsi come pratica ecclesiale che edifica i nessi fra cura della fede e cura dei destini del mondo – da cui potranno trarre forza e ispirazione inedite prassi politiche della convivenza fra i molti e diversi, che siano all’altezza di rendere onore a quella dignità dell’umano concreto a cui il Dio di Gesù si è vincolato per sempre nell’incarnazione del Figlio»[27].
Si tratta certo di un discorso aperto, sfidante, con una prospettiva nuova di cui non si hanno tante categorie a disposizione, ma è sicuramente un discorso che aiuta a pensare e ad agire e contribuisce a un possibile orientamento in tempi così nuovi.
[1] Per un’ottima rassegna P.D. Giovannoni, Il papato dopo Francesco, in Religioni e Società. Rivista di scienze sociali della religione 114, Gennaio-Aprile 2026, pp 48-58.
[2] Sul tema rimane interessante G. Lercaro, Non la neutralità ma la profezia, Zikkaron, Bologna 2022.
[3] M. Neri, Il destino di Pietro. Il papato dalla sovranità alla sinodalità, Youcanprint, Lecce 2025.
[4] M. Neri, Fuori di sé. La Chiesa nello spazio pubblico, EDB, Bologna 2020.
[5] Sul tema si veda l’interessante: A. Grillo, Il papa e il sovrano. Sul saggio di Marcello Neri, ‘Il destino di Pietro’, in Munera 16 aprile 2026 e in SettimanaNews
[6] Cf. F. Mandreoli, Leone XIV contro la perversione del cristianesimo, in SettimanaNews del 11 aprile 2026 e M. Neri, The Making of the Messiah: Politics, Religion, and Law in Trump’s America, in Appia Institute.
[7] Su cosa intenda l’autore con l’espressione circolazione della Parola si può leggere con interesse M. Neri, Affinché la parola circoli: comunità e sinodalità, in SettimanaNews del 30 aprile 2022.
[8] Neri, Il destino di Pietro, cit. p.7.
[9] Cf. M. Neri, Paolo Prodi, in B. Salvarani − M. Perroni (ed.), Guardare alla teologia del futuro. Dalle spalle dei nostri giganti, Claudiana, Torino 2022, pp. 214-221.
[10] Da un’altra prospettiva considerazioni interessanti in R. Maiolini, «Propter auctoritatem ipsius Dei revelantis» (DH 3008). Indicazioni per una figura cristiana del potere alla luce dell’autorità di Dio quale motivum fidei, in G. Canobbio – F. Dalla Vecchia – R. Maiolini (ed.), Il potere, Morcelliana, Brescia 2014, pp. 241-278.
[11] Cf. P. Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Il Mulino, Bologna 2013.
[12] Ibid. p.10.
[13] Cf. E. Przywara, L’idea d’Europa. La crisi di ogni politica cristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2013 e Id., Che ‘cosa’ è Dio? Eccesso e paradosso dell’amore di Dio: una teologia, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2017.
[14] Ibid. p.21.
[15] Cf. F. Mandreoli, La Chiesa tra disordine e armonia, in SettimanaNews del 21 maggio 2020.
[16] Neri, Il destino di Pietro, cit. pp.30-32.
[17] Ibid. p.36.
[18] Ibid. p.38.
[19] Cit. di Daniele Menozzi in ibid. p.41.
[20] Ibid. p.45.
[21] Ibid. p.46.
[22] Ibid. p.48.
[23] Leone XIV, Il potere legittimo e la democrazia autentica, in SettimanaNews del 20 aprile 2026. Sul tema può essere interessante riandare a G. Dossetti, Per una democrazia sostanziale, Zikkaron, Marzabotto 2017 e a G. Dossetti, L’eterno e la storia. Discorso dell’Archiginnasio, EDB, Bologna 2021.
[24] Ibid. p.57.
[25] Cf. F. Mandreoli, Lo strappo evangelico, in SettimanaNews del 28 giugno 2021.
[26] Cf. B. Latour, Chi perde la terra, perde la propria anima, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2025.
[27] Neri, Il destino di Pietro, cit. p.62.





