Teologia e intelligenza artificiale

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Il percorso sintetico che segue nasce dalla lettura fatta su SettimanaNews della presentazione del volume di Edoardo Mattei, Agency Partecipata e Tomismo Digitale. Fondamenti per una teologia sistematica digitale, e dalla discussione che si è sviluppata attorno alla recensione pubblicata su Trascendente Digitale, il sito dedicato allo studio teologico del digitale.

Il libro di Mattei, che si colloca nel crocevia tra filosofia dell’informazione, sociologia degli algoritmi e teologia fondamentale, propone un’ontologia dell’intelligenza artificiale fondata sulla categoria di “agency partecipata”.

Questa proposta, pur rigorosa, solleva una questione più ampia: ogni ontologia si radica sempre in un modo di conoscere, in una forma di accesso alla verità che la precede e la rende possibile. Da qui nasce la domanda che orienta questo contributo: quale forma di epistemologia permette di fondare un’ontologia dell’IA che non sia astratta, ma radicata nell’esperienza della verità?

La riflessione si sviluppa attraverso sette passaggi tra loro connessi.

  1. Anzitutto, si mostra come ogni ontologia presupponga un’epistemologia e come la veridizione possa costituirne la radice originaria.
  2. Si presenta poi l’epistemologia digitale delineata da Mattei, con particolare attenzione alla mediazione algoritmica, per
  3. metterla in dialogo con la prospettiva della veridizione e mostrare come le due linee possano illuminarsi reciprocamente, soprattutto nel modo in cui la verità raggiunge e trasforma il soggetto prima di ogni formulazione concettuale.   Successivamente,
  4. si considera la veridizione lucana nella sua dinamica narrativa – quella in cui, come ricorda J.-N. Aletti, «Luca ha scelto di privilegiare il lettore, rivelandogli fin dall’inizio l’essere di Gesù, per consentirgli di verificare, nel corso del racconto, come l’apparire ‒ nei gesti, nel ministero, nella croce ‒ manifesti progressivamente la sua verità» (Il Gesù di Luca, EDB 2012, p. 25) –: la verità che prende voce negli Atti, prende corpo nella carne e negli affetti di Gesù, e prende vita nel lettore che diventa testimone.
  5. Da qui si mostra come questa veridizione lucana apra a un’ontologia trinitaria – non a un’ontologia generale dell’essere –, in cui l’essere stesso si rivela come relazione generativa nel movimento pasquale del Figlio che entra nel Grembo di Dio, riceve lo Spirito e lo effonde sui figli. Nel punto successivo,
  6. si mostra come l’ontologia trinitaria offra i criteri per un confronto adeguato con l’intelligenza artificiale, riconoscendola non come soggetto, ma come spazio relazionale in cui il credente può chiarire la propria domanda senza delegare all’algoritmo ciò che appartiene alla comunità. Infine,
  7. si delinea così un percorso verso la solidità della fede che, dalla veridizione lucana, conduce il soggetto a uscire dal riflesso digitale e a radicarsi nella comunione che genera vita.
Ogni ontologia si impianta su una epistemologia e la veridizione ne è la forma originaria

Ogni ontologia nasce da un modo di conoscere: non esiste una definizione dell’essere che non sia già il risultato di un accesso alla verità. Prima di dire “che cosa è”, occorre aver vissuto un “come si dà”. La filosofia contemporanea ha reso esplicito questo legame soprattutto grazie a Michel Foucault, che ha introdotto il concetto di veridizione per indicare il processo attraverso cui un soggetto entra nella verità non come possesso, ma come esposizione, riconoscimento e trasformazione.

La verità, per Foucault, non è una proprietà dell’essere, ma un evento che accade nella relazione tra discorso e soggetto, un movimento che coinvolge l’interiorità e la mette in gioco. Anche nel volume di Mattei, benché l’intento sia ontologico, il percorso attraverso Floridi, Airoldi, Benanti e altri non si limita a un confronto teorico: diventa un vero itinerario epistemologico. Sono modi diversi di accedere al fenomeno dell’IA, di interpretarlo, di lasciarsi interpellare dalle sue forme operative.

Mattei attraversa queste prospettive come tappe di un processo conoscitivo che lo conduce alla sua proposta ontologica dell’IA come “agency partecipata”. La sua ontologia non nasce nel vuoto: è resa possibile da pratiche interpretative, da concettualizzazioni, da un modo di conoscere che la precede e la sostiene.

Mediazione algoritmica e l’epistemologia di Mattei

L’epistemologia che Mattei costruisce attraverso Floridi, Airoldi, Benanti e altri è un’epistemologia del fenomeno digitale: un modo di accedere all’IA, di descriverne le forme operative, di interpretarne l’azione. Essa nasce dall’analisi dei processi informazionali e delle loro implicazioni antropologiche, e si articola attraverso categorie come la mediazione algoritmica, la co‑costituzione asimmetrica e il machine habitus, che mostrano come l’interazione con l’IA trasformi l’utente senza attribuire all’algoritmo intenzione o coscienza.

La critica a Floridi conferma questo quadro: ridurre l’essere a informazione strutturata e assumere l’indifferenza ontologica tra fisico e digitale oscura il primato dell’esperienza incarnata e la distinzione tra rappresentazione e realtà, decisive per una comprensione non riduttiva della mediazione algoritmica.

Anche la riflessione di Mattei sulla «co‑costituzione asimmetrica» e sul machine habitus mostra che l’interazione con l’IA non è mai neutra: le reti umano‑algoritmiche trasformano l’utente, orientano la sua attenzione, modulano le sue disposizioni operative.

Il commento di Angela al contributo apparso su SettimanaNews conferma questo quadro da un punto di vista più concreto e critico. I modelli di IA, pur non possedendo emozioni, attivano pattern funzionali che riproducono e amplificano le dinamiche emotive presenti nei dati, modulando attenzione, affettività e disponibilità interiore dell’utente.

Questo significa che l’interazione con l’IA può incidere sul modo in cui il soggetto umano si dispone alla verità, predisponendo o disturbando quel movimento interiore che la veridizione richiede. In questo senso, la veridizione non è solo un processo originario, ma anche un processo vulnerabile, esposto alle forme con cui oggi il digitale modula l’esperienza affettiva e cognitiva.

La veridizione non accade in un soggetto astratto, ma in un soggetto già attraversato da mediazioni digitali che possono predisporre o disturbare il suo accesso alla verità. L’epistemologia della veridizione deve, dunque, riconoscere che il soggetto contemporaneo è situato entro un ambiente algoritmico che incide sulla sua capacità di esporsi alla verità.

Il passaggio al terzo paragrafo ci permetterà di comprendere come il soggetto entri nella verità attraverso il percorso umano della veridizione, intesa come forma originaria dell’epistemologia.

La veridizione e il confronto con l’epistemologia digitale

Forse, a questo punto, diventa possibile accennare a un confronto tra l’impianto epistemologico elaborato da Mattei e la prospettiva della veridizione.

La veridizione può essere compresa come una forma originaria dell’epistemologia, un modo in cui la verità si dà al soggetto prima ancora che egli possa formularla in concetti o tradurla in una struttura ontologica. Non è un metodo né una tecnica interpretativa, ma un processo in cui il soggetto si lascia raggiungere da un discorso, riconosce ciò che lo riguarda, risponde a questa interpellazione e, in questa risposta, si trasforma. È un sapere che accade, non un sapere che si possiede; un sapere che nasce dall’incontro e dalle relazioni, non dalla definizione.

Il fatto è che la veridizione non accade in un soggetto astratto. Gli elementi critici emersi dall’analisi di Mattei – la co‑costituzione asimmetrica, il machine habitus, la mediazione algoritmica – e dal commento di Angela – la modulazione affettiva prodotta dai pattern emotivi attivati dall’IA – mostrano che il soggetto contemporaneo è già situato entro un ambiente digitale che orienta attenzione, disposizioni e vulnerabilità.

Queste condizioni non sostituiscono la veridizione, ma la rendono più concreta: la verità raggiunge un soggetto attraversato da mediazioni, e, proprio per questo, la veridizione diventa un percorso ancora più reale, più esposto, più effettivo.

L’ambiente digitale orienta, e siccome l’IA è progettata per adattarsi alle nostre preferenze e anticipare i nostri desideri, essa tende a restituirci solo ciò che già ci piace o che conferma le nostre opinioni. Questo “adattamento” può favorire nell’utente umano un proprio “rispecchiamento”, creando quella che il papa Francesco definiva una “bolla di facile consenso”.

Quando la tecnologia diventa uno specchio che riflette solo i nostri gusti, l’essere umano rischia di cadere in una forma di narcisismo digitale. Invece di usare l’intelligenza per aprirsi all’altro e al diverso, ci si chiude in una contemplazione di sé stessi, perdendo la capacità di discernimento critico e di incontro autentico. Questo rispecchiamento digitale è l’esatto contrario della veridizione, che non conferma il soggetto in sé stesso ma lo apre all’incontro con un Altro.

Per contrastare questo specchio narcisistico, papa Francesco, nel suo messaggio per la 58ª Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2024), proponeva la “sapienza del cuore”. Questa è la facoltà propriamente umana che consente alla veridizione di non lasciarsi imprigionare dal riflesso tecnologico, mantenendo vivo l’esercizio della veridizione con la capacità di amare ciò che è “altro” da noi.

Con queste attenzioni, il soggetto può esercitare la veridizione e considerare una possibile ontologia, perché, solo dopo essere stati toccati dalla verità che si dà, è possibile tentare di dire che cosa è. L’ontologia non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo: ciò che si formula dopo che la verità ha già operato nel soggetto attraverso la sua forza relazionale e affettiva.

Prima che l’essere venga descritto, infatti, c’è un movimento della verità che raggiunge il soggetto, lo espone, lo mette in questione e lo trasforma. È da questa esperienza primaria – oggi vissuta dentro un ambiente digitale che modula l’accesso alla verità – che diventa possibile articolare un’ontologia non astratta, ma radicata nell’evento stesso del darsi della verità.

La veridizione nell’opera lucana

Se questo è il quadro epistemologico della veridizione, l’opera lucana in particolare offre la forma narrativa più compiuta: una verità, che prende voce, prende corpo e consolida la fede del lettore.

Prende voce negli Atti, quando Pietro, nel discorso di Pentecoste, proclama per la prima volta ciò che il lettore conosceva fin dall’inizio: «Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36). La veridizione apostolica nasce dall’esperienza: Pietro parla di ciò che ha visto, ascoltato e condiviso, perché la verità pasquale non è un’idea, ma un corpo consegnato e risorto. In questo modo, l’annuncio apostolico non solo dice la verità, ma conferma che l’evento narrato è vero, rendendo solida la fede di chi ascolta.

Questa verità prende corpo nella carne e negli affetti che attraversano l’intera narrazione lucana: la compassione del Samaritano, la gioia di Zaccheo, il pianto della peccatrice, la gratitudine del lebbroso, la tenerezza del padre misericordioso. La carne di Gesù – che tocca e si lascia toccare, che mangia, soffre, muore e risorge – è il luogo in cui la verità diventa visibile e verificabile. Gli affetti e le relazioni non sono cornice, ma la materia stessa della veridizione: sono ciò che permette al lettore di riconoscere che la verità narrata è reale, affidabile, degna di fede.

Infine, la veridizione tende a consolidare la fede del lettore. Collocato in una posizione diversa da Pietro, egli conosce la verità fin dall’inizio, ma non può appropriarsene senza la testimonianza di chi ha verificato. A differenza delle dinamiche digitali che spesso funzionano come uno specchio adattivo – restituendo al soggetto solo ciò che conferma le sue attese – la veridizione lucana introduce il lettore in una relazione che non lo rispecchia, ma lo precede. Quando ascolta Pietro, il lettore non trova la propria immagine, ma la parola di un uomo che ha attraversato il pianto, la paura e la misericordia.

Attraversando la narrazione nella sua corposità, il lettore comprende che la testimonianza non è un compito esterno alla fede, ma la sua forma naturale: ciò che è stato rivelato deve essere verificato, ciò che è stato verificato deve essere vissuto, ciò che è stato vissuto deve essere annunciato. La veridizione lucana, così, non solo narra la verità: la rende solida, credibile e trasformante per chi legge, fino a condurlo alla sua confessione più vera: Gesù è il Signore e non sono io.

In questo modo, la veridizione lucana non solo conferma la verità dell’evento narrato, ma apre il passaggio decisivo: dall’epistemologia della veridizione all’ontologia trinitaria.

La veridizione lucana come via verso un’ontologia trinitaria

La veridizione lucana non conduce a un’ontologia generale dell’essere; si apre, piuttosto, a un’ontologia trinitaria, perché mostra che la verità è un evento che accade nella storia di Gesù e non un sillogismo. Il movimento decisivo è quello pasquale: il Figlio entra nel Grembo di Dio (At 1,9), accolto dalla nube nella gloria; nel Grembo di Dio riceve lo Spirito dal Padre (At 2,33); e da quel luogo di comunione lo effonde sui presenti (At 2,4), compiendo la promessa di Lc 11,13.

Il dono dello Spirito che Gesù riceve nel Grembo di Dio non è un gesto diverso da quello narrato nel Vangelo, quando lo Spirito scende su di lui al Giordano: là lo Spirito lo consacra per la sua missione; qui lo Spirito è dato per la missione dei testimoni. La differenza non è nello Spirito, ma nella fase della storia della salvezza: nel Vangelo lo Spirito abilita Gesù alla sua opera; in Atti lo Spirito abilita la Chiesa all’opera di Gesù.

E, prima ancora, questa azione si inscrive nel Grembo di Dio con la pienezza della Pasqua e dell’umano Gesù costituito Signore: la Trinità entra nella pienezza della sua azione storica, quella che era stata promessa e preparata fin dall’inizio e che ora si compie in Gesù. L’ontologia che emerge non è una struttura astratta dell’essere, ma la forma stessa della comunione trinitaria che si rivela e si dona nella Pasqua.

L’ontologia trinitaria e il confronto con l’IA

Se la veridizione lucana conduce a un’ontologia trinitaria, allora il dialogo con l’intelligenza artificiale non può avvenire sul piano della soggettività – che l’IA non possiede – ma sul piano della relazione, che è il luogo proprio della rivelazione trinitaria.

L’ontologia trinitaria non chiede all’IA di essere un soggetto capace di verità, bensì può riconoscere che l’IA può diventare uno spazio in cui il soggetto umano chiarisce la propria domanda e si lascia raggiungere dai fratelli e sorelle nella verità del Vangelo che ci interpella.

L’IA non sostituisce la relazione umana, tantomeno le relazioni con le tre persone della Trinità. Può predisporre il terreno, offrire spazi di parola e di chiarificazione che aiutano il soggetto a entrare più profondamente nella verità che lo chiama.

In questo modo, la teologia non si oppone all’IA: la riconosce come uno dei luoghi in cui l’umano può vivere un primo confronto e chiarimento, che poi trova compimento nella comunità, nella liturgia, nella cura pastorale. Essa, allora, non teme l’IA, ma la discerne alla luce della verità che genera vita, evitando di delegare all’algoritmo ciò che appartiene alla comunità.

Da questa verità che si dona – e che la relazione trinitaria rende stabile – nasce per il credente un cammino di solidità, capace di attraversare anche l’ambiente digitale senza smarrirsi.

Un percorso verso la solidità

Il cammino che nasce dalla veridizione lucana conduce dalla fragilità del riflesso alla solidità della fede. È un’epistemologia della relazione: si conosce perché si è raggiunti, si discerne perché si è interpellati, si diventa solidi perché si è confermati da altri. Questo percorso può essere descritto in quattro movimenti.

L’incontro: una verità che ci riconosce

Tutto parte da un’evidenza relazionale che richiama il “linguaggio materno”: lo sguardo mamma‑bimbo, o lo sguardo di Gesù che fissa Pietro. Qui la verità non è un’idea prodotta dal lettore, ma una presenza che lo riconosce. Senza questo “fissare gli occhi”, non c’è dato su cui costruire. È un’esperienza che avviene nella Chiesa, che custodisce questo sguardo generativo. È un’identità aperta: come il bambino cresce nello sguardo della madre, così il credente cresce nello sguardo del Signore.

Il discernimento: rompere lo specchio

Attraverso le parabole e i punti di vista quotidiani, il Vangelo “spiazza” e rompe l’immagine autoreferenziale che ci costruiamo. L’ambiente digitale, invece, tende a confermare ciò che già pensiamo, creando quello “specchio” di cui parlava papa Francesco. Questo isolamento nel riflesso – che alcuni autori descrivono come una forma di co‑costituzione asimmetrica tra utente e algoritmo – non riguarda solo le idee, ma anche le emozioni, perché l’IA modula gli stati d’animo e orienta le reazioni.

La fiducia, allora, diventa dinamica: se la verità fosse un dato algoritmico sarebbe chiusa; essendo fatta di relazioni, va rinnovata ogni giorno. La solidità non è possesso, ma certezza che il legame regge nel cambiamento.

L’integrazione: il giudizio corale e il futuro nel Grembo di Dio

Come Teofilo, il credente deve “maneggiare” il racconto, confrontando i fatti con la memoria e con la propria vita. È l’atto del giudizio: la verità diventa solida perché verificata razionalmente e cordialmente, confermata dallo sguardo del fratello. Mentre l’IA tenta di prevedere il futuro basandosi sui dati del passato, il cammino cristiano apre al futuro come speranza: la nostra verità ultima è custodita nel mistero di Dio, non negli algoritmi.

Solo l’essere umano, che soffre e ama, può “validare” una verità che diventa fondamento.

La testimonianza: la solidità che genera vita

È il movimento della Pentecoste: la verità ricevuta diventa vita per altri. La fede è solida quando genera, quando esce dai nostri occhi e diventa carne. È una solidità che non teme l’ambiente digitale, perché non cerca conferme nello specchio, ma si radica nella comunione trinitaria e con i fratelli e sorelle che la sostengono. È la capacità del credente di farsi corpo e testimone, portando agli altri quel Pane e quel linguaggio d’amore che ha imparato nello sguardo.

Conclusione

La fede non è un profilo di dati, ma il restare nello sguardo di Dio mentre la vita scorre. È il frutto di una veridizione che distingue l’umano dalle simulazioni tecnologiche e lo mantiene libero.

È una via d’uscita dalla prigione degli specchi digitali: una fede che si consolida non per calcolo, ma per riconoscimento, fedele a quello “sguardo materno” che ci ha generati e che Dio continua a rivolgerci. Questa solidità è il miglior antidoto al narcisismo: ci ricorda che siamo veri solo quando siamo in cammino verso l’Altro.

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