
Il 10 maggio scorso, il Maestro Nicola Sfredda ha diretto, a Verona, il Concerto ecumenico “La polifonia del popolo di Dio”, nella chiesa (cattolica) di San Pio X. Il Concerto è stato ripetuto il 24 maggio a Molina di Fumane (VR). Abbiamo chiesto al Maestro Sfredda di presentare le caratteristiche e i contenuti del programma in esecuzione. L’intervista è curata da Giordano Cavallari.
– Caro Maestro, ci può ricordare, cosa sono il Consiglio delle Chiese Cristiane e il Coro Ecumenico di Verona che lei dirige?
Il Consiglio delle Chiese Cristiane di Verona, nato circa vent’anni fa al tempo del vescovo Flavio Roberto Carraro, è un organismo che riunisce tutte le Chiese Cristiane presenti nella città: la Chiesa Cattolica, la Chiesa Valdese, la Chiesa Luterana, la Chiesa Ortodossa Romena e la Chiesa Ortodossa Russa.
L’obiettivo è quello di realizzare, anche a livello locale, ciò che viene fatto a livello nazionale e internazionale riguardo alla conoscenza e al dialogo fra le varie confessioni cristiane. Uno degli aspetti qualificanti è la preparazione condivisa della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, che si tiene, naturalmente anche a Verona, ogni anno dal 18 al 25 gennaio.
All’interno di questa realtà è nato nel 2006 il Coro Ecumenico, che riunisce cantori delle varie confessioni cristiane in un repertorio di canti condivisi, perché la qualità e la quantità dei contenuti condivisibili degli stessi è assolutamente ricca e importante: il Credo, le preghiere – a cominciare dal Padre Nostro – e ogni canto ad estrazione biblica.
– Il suo ruolo – in entrambe le realtà – qual è stato e qual è?
In passato sono stato membro del Consiglio delle Chiese, quale rappresentante della Chiesa Valdese. Sono poi il fondatore e il direttore del Coro Ecumenico perché l’ecumenismo, per me, si realizza facilmente nell’esercizio della mia professione di musicista.
– Come è nata la programmazione del Concerto “La polifonia del popolo di Dio”?
Il concerto che abbiamo realizzato in San Pio X – e che faremo ancora a Molina di Fumane – è nato dalla frequentazione assidua del repertorio dei canti di Taizé, che da sempre fa parte della nostra programmazione corale.
La novità di questo progetto è quella di coinvolgere alcuni strumentisti dell’Orchestra dell’Università di Verona, con i quali abbiamo potuto realizzare quello che si fa abitualmente a Taizé, ossia un accompagnamento dei canti con varianti strumentali che impreziosiscono e che arricchiscono l’ascolto.
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– Il programma del Concerto presenta, appunto, molti canti di Taizé: perché questa scelta in un contesto di ecumenismo locale?
La scelta deriva dalla grande tradizione ecumenica della Comunità di Taizé, che da oltre 80 anni rappresenta un modello originale di testimonianza e di dialogo tra le Chiese, con particolare attenzione all’aspetto liturgico, nel quale, naturalmente, trova ampio spazio la musica.
– Del repertorio di Taizé, musicalmente, cosa ci può dire?
Si tratta di canti composti già parecchi decenni fa da alcuni compositori – in particolare Jacques Berthier – che hanno saputo unire la vocazione liturgica e di preghiera della Comunità con una competenza musicale assolutamente evidente: il risultato è un canto polifonico molto espressivo e spiritualmente incisivo, una vera e propria preghiera resa col canto, molto duttile sul piano musicale, perché si presta non solo alla ripetizione meditativa, ma anche a varianti prodotte da inserti strumentali elastici, nel senso che più strumenti possono realizzare diverse varianti, realizzando un prodotto musicale molto efficace. Si tratta di modalità che “danno le ali” allo spirito della preghiera.
Il repertorio di Taizé è ormai noto e stabilizzato da decenni, anche perché si tratta di canti, di per sé, molto semplici da eseguire, anche se, ripeto, molto efficaci per l’effetto espressivo e per lo spirito di preghiera a loro connaturato.
Si possono senz’altro definire ecumenici sia perché – anche nelle nostre esecuzioni – coinvolgono cantori delle maggiori confessioni cristiane, sia per la scelta dei testi, totalmente condivisi da tutte le confessioni: sono i testi della fede e delle preghiere radicati nella stessa Parola biblica.
– Può fare qualche esempio tra i più noti inseriti in Concerto?
Nel nostro programma partiamo dalla constatazione della sofferenza umana e del turbamento, come nel famosissimo Nada te turbe. Siamo consapevoli che la nostra vita è un cammino a volte molto difficile, in alcuni momenti davvero oscuro, eppure nella fede riconosciamo la luce, la presenza divina nella nostra vita, e questo ci dà forza. Ascoltiamo, ad esempio, De noche e In questa oscurità.
Un altro aspetto veramente fondamentale è l’invocazione della pace, un’invocazione sempre più forte in questo momento tragico che stiamo vivendo nella storia dell’umanità. Perciò proponiamo Dona la pace Signore e Dona nobis pacem cordium.
Infine, il nostro programma giunge alla lode e al giubilo, con canti come Esultate in Dio e Jubilate Alleluia.
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– Il titolo del Concerto è “Polifonia del popolo di Dio”: perché il popolo di Dio è polifonico, come la musica?
Nei nostri concerti sottolineiamo la “polifonia” del popolo di Dio giocando ovviamente su un doppio significato. Da un lato, abbiamo la sovrapposizione delle voci che realizzano melodie diverse che si armonizzano fra loro: ed è l’aspetto musicale che caratterizza ogni coro. Dall’altro, abbiamo l’incontro di persone diverse per appartenenze confessionali e tradizioni, che, nella comune fede in Cristo Signore, trovano un punto d’incrocio fondamentale che consente di superare ogni barriera, anche di carattere teologico-dottrinale.
– Perché, secondo lei, fare musica e canto è, di per sé, fare ecumenismo?
La musica ha una grande forza di aggregazione nella spiritualità. Quando si fa musica e canto, insieme avviene una straordinaria condivisione; il linguaggio musicale è universale ed è certamente di grande aiuto per unire persone e percepire insieme quel senso di fratellanza/sororità che è profondamente umano e divino insieme.
– L’ultimo brano del Concerto è di Père Aimé Duval (da lei musicalmente arrangiato). Chi è Aimé Duval?
Père Aimé Duval (1918–1984), è stato sacerdote gesuita, ed è divenuto molto noto negli anni Cinquanta del secolo scorso come cantautore di canzoni di ispirazione cristiana. Ebbe molto successo, perché propose un modo completamente nuovo di avvicinarsi alla musica da parte di un ecclesiastico, in un’epoca che ancora precedeva – ma già preparava – il Concilio Vaticano II.
Le sue canzoni erano cantate da lui stesso, con naturalezza e con un semplice accompagnamento di chitarra. Lo stile era simile a quello dei grandi cantautori francesi dell’epoca, quelli che poi hanno ispirato i nostri De Andrè, Tenco, Paoli.
La sua fede e il suo stile ecumenico ci ricordano un suo contemporaneo, padre David Maria Turoldo, sacerdote, monaco e poeta italiano. I testi di Duval – radicati nella Parola – hanno, tuttora, una forte valenza ecumenica e universale. Ricordavo i suoi canti da vecchi dischi in vinile della mia infanzia: così ho realizzato inedite versioni per voce, coro e strumenti. In questo Concerto eseguiamo Seigneur mon ami, ma abbiamo preparato – ed eseguiremo presto – anche Le Seigneur reviendra.






Questo coro è una piccola realtà, ma ha grande importanza come testimonianza di preghiera ed ecumenismo. Sorelle e fratelli che non fanno teologia, ma possono pregare, e far pregare, arrivando direttamente al cuore di chi crede in Cristo e nel Vangelo e a chiunque .
La musica è medicina per l’anima.
Dopo le discussioni degli ultimi giorni si capisce che anche l’ecumenismo è selettivo.