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Il dialogo della vita è il titolo del terzo incontro che «Agorà delle Religioni» ha organizzato a Mantova (lo scorso 9 maggio, presso il Museo diocesano) nell’ambito dell’iniziativa Dialogare oggi. Il prof. Roberto Catalano[1], relatore dell’evento ed esperto di dialogo interreligioso, ha approfondito i temi dell’identità e dell’alterità.
L’identità
Dialogare senza identità è pericoloso e inutile – dice il prof. Catalano.
L’identità è un discorso delicato, oltre che «una questione di scottante attualità». Infatti, se in passato bastava la carta d’identità per definire un’appartenenza – «anche oggi», come afferma Bauman, «non viene in mente di avere un’identità fino a quando essa rimane una condizione senza alternative» – la cosa cambia quando ci si sposta a vivere altrove. In India, ad esempio, dove il professore ha vissuto per 30 anni. In questo caso si deve inventare e scoprire un altro «chi sono?», prendendo coscienza che la propria identità non è singola, ma multipla e che – come dice Amartya Sen[2]– «la possiamo scegliere».
Per secoli i rapporti sociali sono stati limitati, chiusi all’interno dei villaggi; poi le identità nazionali hanno segnato dei confini, operando una separazione fra un «noi» e un «loro» e accettando il «diverso» purché rimanesse tale, in una logica di contrapposizione fra l’includere e l’escludere. Logica che spesso passa attraverso un linguaggio offensivo – quando si tratta di definire l’altro rispetto al sé – o autoreferenziale – quando entra in gioco la religione – come si evince dal documento conciliare Nostra aetate, promulgato da Paolo VI, che pur aveva l’intento di aprirsi al dialogo con le altre fedi.
Ogni essere umano è portatore di più identità: alcune acquisite nel corso della vita e altre imposte. Dagli albori dell’umanità, per poter «esistere» e soprattutto «sopravvivere», ci si identifica con la propria comunità, la propria cultura e religione, percependoci – dice Jonathan Sacks – come un «noi» separato da un «loro».
Le divinità, poi, ci definiscono ulteriormente, con il rischio di cadere nell’errore biblico di Babele ove, per garantire un’unità, si è posta una barriera alla diversità creata da Dio. Infatti, la scelta del popolo santo va interpretata nella direzione del diverso e del distinto come di diversi e di distinti è composta quell’umanità con cui – nella tradizione noatica – Dio pattuisce la salvezza in cambio dell’osservanza dei suoi precetti, nucleo di un comportamento etico universale.
Il messaggio della Bibbia è chiaro: Dio stringe un’alleanza con tutte le donne e tutti gli uomini della terra, poi si rivolge ad un solo popolo e gli ordina di essere diverso, perché è lì che va cercata l’identità, realtà oggi appiattite da una globalizzazione che, annullando ogni dimensione multietnica, multiculturale e multireligiosa, sta generando recrudescenze identitarie e chiari elementi di esclusivismo (vedi Brexit e movimento MAGA).
L’identità è, dunque, possibile solo nell’alterità: è nell’incontro con l’altro che si scopre un «lui» non così diverso dal «noi». Il punto allora non è dove situare l’altro, ma dove siamo noi rispetto a lui, perché il suo mistero è il mistero di «noi stessi».
Nel termine Ubuntu – delle lingue bantu – che in Rwanda e in Burundi significa «generosità umana», così come nella parola Utu, che in Kenia indica ogni azione umana fatta per la comunità e in uMunthu, che in Malawi significa che da soli non siamo meglio degli animali selvaggi, ma in due o tre facciamo una comunità, stanno le soluzioni dell’incontro.
In un proverbio zulu si dice anche che «una persona è tale attraverso e per le altre persone».
L’alterità
L’altro è una realtà inevitabile, che spesso è visto come un problema. Plotino affermava che «se sopprimi l’alterità, tutto sarà unità indistinta e silenzio». L’altro ci sta accanto, e come contrario e opposto a noi ci definisce. «Ciò che contrasta concorre», dice Eraclito.
Nel mondo cinese il contrario è complementare e per il Daoismo gli opposti non cessano mai di comunicare fra di loro in un’unità che è «strutturale».
L’altro è anche l’«esterno a sé»; lo strano, lo straniero, lo sconosciuto, «quello con cui non abbiamo un rapporto», che nella prospettiva biblica diventa l’Altro. L’incontro con lui è un’esperienza decisiva; una scoperta che, richiedendo un rapporto in presenza – faccia a faccia – include il rischio di incontrare l’inaspettato, l’inimmaginato.
L’incontro comporta un duplice movimento: per un verso conserviamo una parte di noi stessi, del sé, dall’altro siamo «invasi» da qualcosa che ce la sottrae. È un’esperienza contraddittoria, ma anche feconda, perché l’altro e l’Altro” penetrano in ciascuno di noi, toccando la nostra parte più profonda e scuotendoci alle radici.
Incontrare l’altro significa avere il coraggio di permettere a lui di esserlo, ma anche a noi di mantenere la nostra identità, così da coniugare l’apertura all’impegno di conservare la nostra alterità.
La regola d’oro
La regola d’oro è il segreto del vero rapporto con l’altro; il know how per costruire rapporti con il diverso da me, un’intuizione sapienziale che indirizza ad un incontro autentico.
Due sono le sue formulazioni – positiva e negativa: «Fa’ agli altri quello che desideri che loro facciano a te» e «Non fare agli altri quello che non desideri che loro facciano a te».
La prima ci dice due cose importanti: fare il bene ed evitare il male – determinando che cosa è bene per me – e agire verso gli altri nel modo «giusto». Che non significa prescrivere «ciò che è giusto», ma indicare la modalità dell’agire che, incoraggiandoci a vestire i panni dell’altro, ci fa scoprire il significato del servizio, fondamento della nostra natura e verità di noi stessi, perché è nel riconoscere l’altro per quello che è – nel suo bisogno- che facciamo fiorire la vita.
La regola d’oro è formulata ed espressa in modo uguale e con le stesse parole in tutte le tradizioni culturali e religiose. Ma per molti essa vale in sé, come valore politico e laico.
La religione ebraico-cristiana ne ha ricavato una teologia incentrata sull’amore e sulla carità (Tb 4,15 e Lv 19,18); nel contesto ebraico, in particolare, essa «è una sorta di sintesi della Torah» che fa riflettere sulla vita quotidiana. «Ciò che è odioso per te, non farlo al tuo prossimo. Questa è tutta la Torah. Il resto non è che commentario. Va’ e studia», fu la risposta di Rabbi Hillel a chi gli domandò come essere proselito.
Per Seneca bisogna mettersi nei panni dell’uomo con cui si è arrabbiati: solo così è possibile capire quanto non sopporteremmo ciò che gli infliggiamo. Il mondo occidentale rimane però lontano da queste formulazioni. Così è anche nell’Islam dove nulla di simile alla regola d’oro esiste. Solo in un hadith si dice «Nessuno di voi crede veramente fino a quando non desidera per suo fratello ciò che desidera per sé».
Nei Dialoghi Confucio afferma che «il fine è costruire il vero carattere umano, che passa attraverso il principio di non imporre agli altri quello che non si desidera per sé stessi»; questo sulla base della «lealtà» e dell’«amore», comportamenti dell’uomo nobile d’animo, senza attinenze con la dimensione divina.
Questa reciprocità, come punto di incontro fra i diritti e la regola d’oro, che ha avuto la sua prima formulazione nel 3000 a.C. all’interno della tradizione vedica e nei testi sacri dello Zoroastrismo, chiede non solo di fare il bene agli altri, ma di entrare nel loro essere – ovvero, in empatia con loro – che, nello specifico delle culture orientali, in una sorta di uguaglianza universale, vale non solo per gli esseri umani ma per tutti i viventi.
Nel capire che solo nell’incontro con l’altro è possibile trovare sé stessi sta la ricchezza dell’evento.
[1] Roberto Catalano, già professore straordinario di Teor-etica del dialogo al Dipartimento di Teologia, Filosofia e Scienze Umane dell’Università “Sophia” di Loppiano. Ha fatto un’esperienza trentennale in India, dove ha condotto Corsi di lingua italiana e ha promosso e organizzato programmi per la diffusione della Cultura italiana per conto del Consolato Italiano a Mumbai.
[2] In Identità e violenza, Economica Laterza.





