
Nessuno si aspettava che Christian Schmidt, Alto Rappresentante della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina, lasciasse proprio adesso. Da mesi circolava la voce che il diplomatico bavarese sarebbe rimasto fino alla fine del mandato, e che l’amministrazione Trump avrebbe lasciato le cose come stavano nei Balcani. Il mandato non ha una scadenza fissa: è il Peace Implementation Council (PIC), il consesso dei Paesi garanti della pace e della ricostruzione bosniaca, tra cui l’Italia, a decidere quando chiuderlo.
L’11 maggio 2026 è arrivata invece una comunicazione dall’ufficio di Schmidt: «Ragioni personali». Due parole per annunciare le dimissioni. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca, le fondamenta dell’impegno americano nei Balcani hanno cominciato a tremare. E Schmidt è una prima pietra caduta.
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Schmidt era stato nominato nell’agosto 2021 in circostanze già controverse: Russia e Cina si erano opposte in sede ONU, contestando la legittimità della nomina. Nel corso del suo mandato aveva fatto largo uso dei cosiddetti «poteri di Bonn», quegli strumenti straordinari che consentono all’Alto Rappresentante di imporre leggi e rimuovere funzionari eletti senza passare per il parlamento bosniaco.
Li aveva usati spesso: per annullare le norme con cui la Republika Srpska metteva in discussione l’autorità di alcune istituzioni statali, per riformare la legge elettorale, persino per modificare il Codice penale e introdurre sanzioni per chi non rispettasse le sue decisioni.
La Republika Srpska ha risposto con una contestazione non solo tattico-politica: i poteri di Bonn, si obietta, consentono a un funzionario straniero non eletto di legiferare e destituire rappresentanti scelti dai cittadini, scavalcando la volontà popolare in nome di un ordine internazionale che l’entità serba non riconosce come pienamente legittimo; anche perché – si ricorda puntualmente da Banja Luka – la nomina stessa di Schmidt non ha ricevuto la ratifica del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
L’ex presidente dell’entità, Milorad Dodik, condannato lo scorso anno in via definitiva a un anno di carcere (pena convertita in sanzione pecuniaria; cf. qui su SettimanaNews) e sei anni di interdizione dai pubblici uffici proprio per non aver rispettato le decisioni dell’Alto Rappresentante, ha fatto di questa critica il suo argomento principale: l’interventismo internazionale, sostiene, non è un rimedio alla crisi bosniaca ma una delle sue cause, perché deresponsabilizza la classe politica locale e priva i cittadini di un’autentica sovranità.
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Con il cambiamento dell’amministrazione americana, questo argomento ha trovato ascolto. Washington, secondo fonti diplomatiche citate dai principali media bosniaci, avrebbe esercitato pressioni dirette su Schmidt perché lasciasse il passo.
La nuova amministrazione Trump guarda al dossier bosniaco con occhi diversi rispetto alle precedenti: trent’anni di tutela internazionale non hanno prodotto una classe politica capace di autogovernarsi, e la Bosnia – questa è la tesi – deve cominciare a camminare con le proprie gambe. La viceambasciatrice americana all’ONU, Tammy Bruce, ha già lasciato intendere che il futuro mandato dell’OHR potrebbe essere ridimensionato nella portata. Dietro le quinte, il messaggio è chiaro: l’era dei viceré internazionali con poteri illimitati si avvia forse a conclusione.
La riunione del PIC, convocata a Sarajevo per il 3-4 giugno 2026, dovrà indicare il successore. Ed è qui che la vicenda smette di essere una questione puramente balcanica e diventa una partita atlantica.
Da un lato si schierano gli Stati Uniti, con il sostegno di Italia, Turchia e Giappone. Il loro candidato è Antonio Zanardi Landi, diplomatico di lungo corso, udinese, classe 1950. La scelta non è casuale: Zanardi Landi è stato ambasciatore italiano presso la Comunità Statale di Serbia e Montenegro fra il 2004 e il 2006, e poi in Russia e Turkmenistan dal 2010 al 2013. Rientrato a Roma, è stato Consigliere Diplomatico del Presidente della Repubblica e dal 2016 rappresenta il Sovrano Militare Ordine di Malta come ambasciatore presso la Santa Sede.
Ma quel che più conta per il contesto bosniaco, è che conosce la regione e conosce Mosca. Roma lo ha formalmente proposto al PIC nell’ultima settimana di maggio 2026.
Dall’altro lato si trovano Francia, Germania, Canada e Commissione Europea, che non accettano la candidatura italiana con l’appoggio degli USA. Parigi, stando alle rivelazioni del portale d’inchiesta bosniaco Istraga.ba, avrebbe il suo candidato: René Troccaz, attualmente inviato speciale della Francia per i Balcani occidentali, incarico che ricopre dal settembre 2023.
Troccaz è un diplomatico di lungo corso, in carriera dal 1988. Ha lavorato nel gabinetto di Bernard Kouchner gestendo il dossier Kosovo nel 2008, anno della sua dichiarazione unilaterale di indipendenza; è stato ambasciatore di Francia a Cipro dal 2016 al 2019, quindi Console generale a Gerusalemme dal 2019 al 2023. Quattro anni in cui la sua vicinanza alla causa palestinese si è resa visibile: fu lui a firmare, a nome del governo francese, la dichiarazione con cui Parigi annunciava i contributi all’UNRWA per l’emergenza a Gaza nel 2021.
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La spaccatura in seno al PIC rispecchia tensioni che vanno ben al di là della Bosnia. Francia e Germania, che inviano a Sarajevo i rispettivi ministri per gli Affari europei – Benjamin Haddad e Gunther Krichbaum – proprio alla vigilia della riunione, vogliono contenere l’influenza americana nei Balcani e preservare un ruolo guida per l’Europa nella regione.
Washington, al contrario, punta su un candidato con esperienza diretta di Mosca, capace di muoversi con maggiore pragmatismo nel complesso quadrante serbo-russo. Londra, stando alle stesse fonti, è stata per alcuni giorni in posizione di attesa, ma avrebbe infine scelto di sostenere il candidato francese.
Chi siederà alla guida dell’OHR erediterà una Bosnia fortemente divisa all’interno, in cui le istituzioni restano fragili e la prospettiva europea è formalmente aperta, ma tutt’altro che garantita. La riunione del PIC non deciderà solo chi sostituisce Schmidt: deciderà chi, tra gli alleati occidentali, ha ancora intenzione di occuparsi dei Balcani.





